D’ORIA, SE QUESTA E’ LA SCUOLA

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“Il contesto socio-economico e culturale complessivamente di medio-alto livello — si legge nel questionario — e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio nomadi o studenti provenienti da zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione ed al dialogo fra scuola e famiglia, nonché all’analisi, con apporti reciproci, delle specifiche esigenze formative, nell’ottica di una didattica davvero personalizzata”.

E’ scritto così in una scheda di presentazione del liceo D’Oria di Genova che ha suscitato tante polemiche in città. C’è chi l’ha definita ‘razzista’ o ‘classista’. Noi vorremmo soltanto fare due considerazioni.

Verrebbe, tanto per cominciare, da chiedere alla preside Maria Aurelia Viotti che cosa si intenda per “contesto socio-economico e culturale complessivamente di medio-alto livello”? Viene il dubbio che si sottintenda un’identificazione tra la ricchezza economica e quella culturale. Sarebbe del tutto arbitrario (e falso), in particolare a Genova, dove la ‘ricchezza’ sociale non ha sempre coinciso con quella economica, anzi, è maturata in quei quartieri operai che hanno dato alla città un’anima solidaristica, democratica e di schietta uguaglianza. Un patrimonio – parola che non ha valore solo economico – che non dobbiamo perdere.

Ma il punto centrale della questione riguarda il concetto stesso di scuola, soprattutto parlando di un istituto come il D’Oria che ha dato tanto alla città anche grazie a figure straordinarie di professori.

Che cos’è una scuola? Un luogo dove gli studenti e le loro famiglie possano trovare conferma delle proprie idee? Oppure è uno spazio che sappia salvaguardare i valori di tutti mettendoci però in discussione?

La scuola ci arricchisce proprio perché ci costringe a confrontarci anche con chi è diverso da noi: il povero con il ricco, il forte con il debole, l’italiano doc con il nomade, il cattolico con il musulmano o l’ebreo, il credente con l’ateo, l’idealista con il cinico, il progressista con il conservatore. La scuola non deve piegarsi alle richieste degli studenti, ma forse dovrebbe essere il contrario: il ragazzo che si mette a confronto con il mondo e forma la propria personalità.

Questo vale soprattutto in un Paese e una città che si devono confrontare con una società multietnica. E con l’insorgenza – anche a Genova – di nuovi fascismi (con o senza la faccia di Benito Mussolini). Che cos’è il fascismo, se non soprattutto un rifiuto violento e smarrito della diversità in tutte le sue forme?

E allora la vicenda del D’Oria – una delle bandiere di Genova – pone delle domande che riguardano tutti noi: non sarà che abbiamo paura di chi è ‘diverso’ da noi perché ci costringe a porci delle domande?

Non sarà che abbiamo paura dell’altro perché non sappiamo con esattezza chi siamo? Siamo così insicuri delle nostre idee da temere di metterle a confronto con gli altri?

La scuola non deve porci al riparo dalle domande e dall’inquietudine. Deve, anzi, suscitarle e darci gli strumenti per trovare risposte e formare la nostra persona. Altrimenti, cara Preside, magari il D’Oria troverà tanti iscritti, ma non sarà una vera scuola.

 

 

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