Madamin d’arancione vestite. Il 10 novembre scorso sette-gentildonne torinesi-sette hanno mobilitato quali promotrici  un mucchio di concittadini in piazza Castello con lo slogan “Si, Torino va avanti”. Un armiamoci e partite che sublima nella terribile semplificazione del “fare qualcosa” lo smarrimento innanzi all’inarrestabile declino del mondo confortevole e accogliente in cui si erano trascorsi gli anni migliori della propria vita. Il mondo dorato dei bennati e dei rentiers.

Triste risveglio, che le testoline, sino a ieri in altre faccende affaccendate, penserebbero di alleviare con il placebo di un “apriti sesamo”, Quel fare qualcosa identificato nel mito otto-novecentesco della Grande Opera (nel caso, la linea ferroviaria veloce: il TAV in val di Susa) che tanto seduce gli improvvisati taumaturghi al capezzale dell’Italia malata; il cui più insigne esponente fu Silvio Berlusconi agli albori della Seconda Repubblica, quando nel salotto di Bruno Vespa profetizzava rinascimenti nazionali e rivoluzioni liberali grazie a un florilegio di cantieri sparsi per tutta la penisola.

Poco importa che ora come allora la ricetta cementifera si riveli illusoria e – in particolare – che le 7-madamin-7, interrogate al riguardo, confessino con molta ingenuità e una punta di alterigia upper class di non avere la più pallida idea della questione cui la loro manifestazione faceva riferimento. A maggior ragione si guardino bene dall’esprimere una plausibile ragione che colleghi il rilancio della città ex-FIAT a un traforo per merci; che attualmente neppure plafonano la capacità trasportistica delle linee ferroviarie già esistenti. Comunque troppo sarebbe stato pretendere che simpatiche frequentatrici del golf club la Mandria andassero a studiare i flussi containerizzati, presunti intercettabili, a fronte della contrazione del business logistico dal Far East, che rende drasticamente obsoleto il progetto TAV.

Eppure il successo di pubblico sabaudo è rimbalzato anche dalle nostre parti, secondo antiche sintonie di cavouriana memoria. Difatti – stando ai si dice – già sarebbero all’opera volenterosi organizzatori (magari convinti di essere eredi per lascito paterno delle tematiche infrastrutturali) e animatrici ammaccate della vita locale per individuare le avatar sotto la Lanterna delle iconiche madamin. Come dire? Nuove “Pulzelle del traforo” che per simmetria potremmo chiamare “le scignuete” di Albaro e Castelletto. Pronte alla dolorosa rinuncia del tè da Mangini per farci imboccare la scorciatoia verso il migliore dei mondi possibili. Trattasi del venerando progetto “Terzo Valico”; che si trascina faticosamente dagli albori del secolo scorso, senza riuscire a chiarire e a chiarirsi se si parla di alta capacità o di alta velocità, se i destinatari del cavallo d’acciaio dei Giovi sarebbero le merci o le persone.

Ovviamente risulterebbe del tutto inutile spiegare ad arruolatori e scignuette che l’isolamento, presunta causa del declino genovese, origina dal fatto che – a differenza di altre stagioni della storia patria – allo stato attuale non c’è un particolare interesse esterno a collegarsi con un territorio che non sa offrire concrete ragioni di attrattività. Che un crescente flusso di container in transito, di per se stesso, non apporta alcun vantaggio a un territorio-gate che viene – semmai – consumato e inquinato. Diverso sarebbe se gli scatoloni metallici venissero fermati, aperti e le loro merci lavorate (chiamasi postponement, l’operazione che aggiunge valore e crea lavoro).

Troppo chiedere a chi si improvvisa agitapopolo per gioco. A conferma che la crisi, tanto torinese che genovese, è innanzi tutto inadeguatezza delle rispettive classi dirigenti; troppo prese dal lamento o dal rimpianto per promuovere progetti effettivi di riqualificazione competitiva delle proprie città.

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