DOPO IL PONTE: LA BELLEZZA CHE CI FA SENTIRE IN COLPA

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Ogni città ha i suoi giorni. Non una stagione, forse settimane, ancora meno. Momenti, in cui la riconosci in pieno. Per Milano sono i pomeriggi di metà novembre che il cielo scompare. A Roma gli ultimi giorni di ottobre con le foglie dei pioppi sul Lungotevere gialle trasparenti. Per Genova forse questi, proprio una manciata, a cavallo tra settembre e ottobre. Quando non ci sono più il mare e le alture – uno di fronte alle altre a spingersi e contendersi la costa – ma per un attimo tutto ti pare una cosa sola. C’è luce, tanta, troppa, che quasi perdi l’equilibrio e ti viene da agitare le mani per restare in piedi.

I contorni degli alberi, le gru del porto, le linee delle case sono così nette che sembrano troppo vere. Gli occhi sono ubriachi per l’eccessivo vedere. I rumori scompaiono, poi ritornano più o meno forti insieme con le raffiche di una tramontana ancora tiepida. Piena di profumi.

Sono belli perfino i grattacieli di Sampierdarena, le torri arancioni e assurde della Fiumara. Anche i capannoni grigi dell’Ilva, i serpenti dei viadotti che a Cornigliano si intrecciano come corde. L’asfalto bagnato di sole.

Da qualche parte, anche se non lo vedi, sai che c’è il mare. Ci deve essere per forza, forse dove l’aria sbianca. Immagini le onde brevi che sbattono e schioccano sulle fiancate delle barche, l’acqua finalmente trasparente e gli scogli verdi appena sotto la superficie. E stasera, lo sai, arriverà la Corsica.

Sono giorni che ti basta camminare, guardare, esserci.

Poi arrivi al Polcevera e non puoi non voltarti, lo fanno tutti, come fosse la prima volta. E’ lì, anche se non sapresti dire cosa sia: non un ponte, forse una rovina di una città che non c’è più in mezzo a Genova che prova a vivere ancora.

Allora per la prima volta provi disagio per questa bellezza. Ti senti in colpa perché nonostante tutto un po’ sei felice.

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