Dialogo tra un vecchio guaritore di anime e un manager della sanità pubblica

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di Bruno Morchio*

A un bivio − una strada che sale verso la montagna e una che scende a valle − si incontrano un vecchio guaritore di anime e l’azzimato direttore di un’azienda sanitaria. Non si sono mai conosciuti di persona e, dopo le presentazioni, in attesa di decidere quale strada imboccare, si siedono a riposare su una panchina, all’ombra di un ulivo contorto e polveroso.

Manager: I miei collaboratori mi hanno detto un gran bene di lei. Sembra che prenda a cuore il suo lavoro e che non si ammali mai.
Guaritore di anime: Fino ad oggi la fortuna mi ha assistito e godo di buona salute.
Di cosa si occupa?
Intende di chi? Mi occupo di famiglie, bambini e ragazzi. Di patologia allo statu nascendi.
La invidio, sa? Il suo deve essere un lavoro molto più interessante del mio.
Lo sarebbe, se solo fossi messo in grado di svolgerlo.
Che intende dire?
Alla società i bambini interessano solo in quanto potenziali consumatori di merci. La loro sofferenza è muta e non incrementa il PIL; così, nonostante da oltre due secoli si sappia che la patologia mentale affonda le sue radici nell’infanzia, le istituzioni pubbliche e private si sono interessate poco alla sofferenza di quell’età della vita.
Intende dire che gli investimenti sono scarsi?
Non solo: il discorso che riguarda l’infanzia resta prerogativa degli adulti e dei loro avvocati. Qualcuno vorrebbe addirittura abolire i Tribunali per i Minorenni.
Tutto questo le impedisce di svolgere il suo lavoro?
Il fatto è che il mio lavoro non si esaurisce in una prestazione, ma si esplica in una relazione che dura nel tempo. La medicina che cura l’anima di un bambino non si vende in farmacia. Essa richiede la costruzione di un rapporto di fiducia, con il bambino e con i suoi genitori, e una lenta opera di ricostruzione di relazioni emotive che la vita ha distorto, così come il vento ha deformato l’albero che ci fa ombra.
Ma questo comporta un enorme dispendio di tempo ed energie.
Sì.
Voglio dire: è antieconomico.
Sì.
E non c’è modo di semplificare le cose, raddrizzare le storture servendosi della scienza e della tecnologia?
In effetti molti si sono industriati per reperire tecniche utili ad accorciare i tempi di cura − e qualcosa di buono è stato inventato − ma purtroppo tali innovazioni non sono applicabili a tutte le anime e a tutte le sofferenze. Quelle più serie richiedono un lavoro di anni.
Anche questo è antieconomico.
Sì.
Lei sa bene che le nostre risorse sono molto limitate.
Sì.
E come se ne può uscire?
Lei chiederebbe a un ingegnere di costruire un ponte in un solo giorno?
Naturalmente no.
E perché?
È ovvio: se mai riuscisse a costruirlo, il primo veicolo in transito lo farebbe crollare e precipiterebbe nel fiume.
Crede forse che guarire la sofferenza dell’anima di un bambino sia più semplice che costruire un ponte?
Forse no.
Ma c’è una differenza: se il ponte crolla, tutti lo vedono, mentre la sofferenza dei bambini è invisibile a occhio nudo. Gliel’ho detto: i bambini non hanno voce.
Ma bisognerà pur trovare una soluzione.
La soluzione che fino ad oggi avete trovato è stata quella di ignorare il problema. Quello che ci viene chiesto ogni giorno è costruire ponti in un solo giorno. Intanto nessuno si accorgerà che crolleranno miseramente. Gli ingegneri che firmano il progetto vengono premiati e agli altri, quelli che chiedono più tempo, viene decurtata la paga.
Questa mi giunge nuova.
Eppure è così. Sui bambini si vive di progetti, convegni, campagne pubblicitarie, tagli di nastri, fiori all’occhiello. Si vive di immagine. Siamo tutti calati in una specie di finzione le cui regole sono dettate dalle leggi dell’economia di mercato, quelle che tutti ormai considerano Leggi di Natura. E facciamo finta che questo sia il migliore dei mondi possibili, e chiamiamo quello che non funziona con un gentile eufemismo, “criticità”, senza accorgerci che la vera criticità sta nella normalità, nel quotidiano. Ogni volta che sento qualcuno affermare che la crisi è un’opportunità per affinare la tecnica e stimolare la ricerca, mi sembra di rileggere il Candido di Voltaire. E, quel che più mi angustia, è sapere che a pagare sono sempre gli stessi: i più deboli, i più indifesi. I poveri e i bambini.
Posso farle un’obiezione?
Prego.
Spero non si offenda.
Alla mia età non ci si offende e non ci si indigna più.
Nelle sue parole aleggia qualcosa di vecchio, di stantio. Il bene e il male non si tagliano con l’accetta, non siamo più nel secolo scorso.
Chi brandisce l’accetta è il governo, signor direttore. Intende diminuire le tasse e, per farlo, taglierà la spesa sanitaria.
La voce che circola è che saranno tagliati gli sprechi.
Davvero? E chi decide quali sono gli sprechi? La scure si abbatterà, come sempre, sui settori più deboli, quelli che, avendo minor potere, opporranno minore resistenza. Glielo ripeto per la terza volta: la sofferenza dei bambini non ha voce.
Il governo ha intenzione di contrastare la cosiddetta “medicina difensiva”, che porta i anitari a prescrivere esami inutili per – scusi l’espressione – pararsi il culo contro eventuali cause dei pazienti.
Intende dire che le aziende si impegneranno a coprire qualunque spesa processuale là dove l’operatore non agisce con dolo?
Questo non posso garantirlo.
Ne ero sicuro.
Anche i suoi colleghi la pensano come lei?
Credo di sì.
E non fanno nulla?
Che possono fare, se non lavorare e – scusi l’espressione – pararsi il culo?
E i suoi capi?
I miei capi non hanno alcun potere, come i bambini.
Lei ha una risposta valida per uscire da questa impasse?
Il mio mestiere mi ha insegnato che, prima di fornire le risposte, bisogna ascoltare le domande. Se non si ascolta, non si può capire, e l’azione diventa cieca e non produce nulla di buono.
Dunque lei disprezza quelli come me.
No.
Non ci ritiene complici?
Finché viviamo in questo mondo, siamo tutti complici e, in una certa misura. vittime. La differenza è solo quantitativa e si misura nelle dimensioni del portafoglio.
Il mio è ben fornito, non posso certo lamentarmi.
Se è per questo, neanch’io.
(Il manager scoppia in una fragorosa risata e batte le mani sulla piega perfetta dei pantaloni). Ma che sta dicendo? Se è da quando ci siamo seduti sotto questo ulivo che non fa che lamentarsi! Sa cosa penso, dottore? Della sofferenza dei bambini a lei non importa un fico secco. Quello che le brucia è non poter svolgere il suo lavoro come fosse un’opera d’arte. Ma noi non siamo qui per accontentare i perfezionisti come lei, ma per dare qualcosa – poco o tanto che sia – a tutti i cittadini.
Dare qualcosa a tutti, o non dare niente a nessuno?

Il manager si alza in piedi, si liscia il risvolto della giacca e la piega dei calzoni, e il vecchio guaritore d’anime lo osserva seduto, in silenzio.

Bene, dottore. È stato un piacere parlare con lei. Terrò a mente i suoi suggerimenti.
Non mi pare di averle dato alcun suggerimento.
Rifletterò comunque su quanto mi ha detto. Da che parte va?
E lei?
Io prenderò la strada in salita. Entro un’ora raggiungerò la cima del monte e mi godrò la luce e il sole di mezzogiorno.
Io scenderò a valle, anche se non so quanto tempo mi ci vorrà per arrivare in fondo.
Le faccio tanti auguri, per lei e per i suoi bambini.
Auguri a lei, direttore.

*Scrittore e psicologo. Ha pubblicato tra l’altro “Il testamento del greco” (Rizzoli) e “Un conto aperto con la morte” (Garzanti). E’ il padre di Bacci Pagano, uno dei personaggi più amati della letteratura noir degli ultimi anni.
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