D’ALEMA, C’ERAVAMO TANTO ODIATI

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C’eravamo tanto “odiati”.

Eccolo lì, Massimo D’Alema, in carne (sempre di più) e ossa. A un passo da noi. Di nuovo sul palco, accanto al candidato Gianni Crivello. Ai vertici del Partito dei tempi che fu. I genitori “imbiancano”, come cantavo Franco Battiato.

Che malinconia, ci ricorda i vecchi tempi, gli articoli, i libri. Quando gli ammiratori di D’Alema a Genova sedevano su ogni poltrona, sedia, strapuntino. Quando la Liguria era cosa loro e di Scajola, tra istituzioni, università, asl, redazioni di giornali…

Oggi rieccoci, tutti un po’ più vecchi. Noi e pure lui, D’Alema. Già, si instaura uno strano rapporto tra i cronisti e il loro “nemico preferito”. Una specie di sindrome di Stoccolma, ci si affeziona al proprio “carnefice”.

D’Alema che è scomparso – o così almeno credevamo – che ci ha lasciati orfani. Ci ha tolto uno scopo nella vita.

Invece rieccolo sul palco, dritto come un palo. Accanto a lui il candidato Crivello che pare armeggiare con il telefonino. Ma è sottile il confine tra malinconia e tristezza in tutti gli amarcord, come quando dopo tanti anni incontri una vecchia fiamma. E vedendola capisci che il tempo è passato, anche per te. Che puoi farci?, ti prende la tenerezza. Il magone.

Eppure che spettacolo! Non sai nemmeno se lo scopo del comizio sia far votare Crivello oppure convincerci tutti insieme che esistiamo ancora. Che siamo ancora vivi. Tutti a recitare la parte di quello che eravamo: il leader, i dirigenti del Partito (che non c’è più), la base. E noi, i cronisti.

La platea dell’auditorium dell’Acquario a dire il vero non è quella delle grandi occasioni, quando D’Alema attirava migliaia di persone. In sala si contano 121 persone, compresi giornalisti, zii e cugini dei candidati richiamati a forza, e un gruppo di turisti di Cernusco sul Naviglio in bermuda proditoriamente intrappolati mentre volevano andare a vedere la vasca dei delfini.

Età media: 60 anni. Persone con i capelli scuri (esclusi quelli tinti): quattro.

Ma bastano due parole per scaldare gli animi: “Compagni, operai”. Non importa se metà della sala l’ultima volta che ha toccato una chiave inglese era quando giocava con il Meccano. Se l’ultima brugola che hanno visto era quella della barca a vela. Tutti compagni, tutti operai!

L’atmosfera non è esattamente frizzante, c’è chi allunga le gambe, chi si stiracchia. Ma D’Alema non si scompone. Ha pronto il suo repertorio, come quando ogni sua frase finiva sulle prime pagine dei giornali. Non importa che qualche cronista già cominci a staccare il computer: “Spegni”.

Eccolo, come ai tempi migliori: “Noi non siamo la sinistra del rancore. Noi qui convergiamo con il Pd…”. Poi rallenta, alza il sopracciglio, lo vedi che sta per lanciare un colpo: “Certo… quando poi vogliono fare il patto con Berlusconi noi dissentiamo. Ma sono loro che non sono coerenti con se stessi”. Che forza Massimo: parla di “gemellaggio”, di “affinità elettive”, di rapporto “allievo-maestro” tra Renzi e Berlusconi. Roba dura, verso quei due “autori di pessime riforme costituzionali”. Ecco, finalmente uno che gliele canta chiare. Ci voleva D’Alema. Sì, proprio quello della Bicamerale. Ma vabbè, dai, sono dettagli.

D’Alema che spara a zero contro l’abolizione dell’articolo 18, contro i regali a imprese e finanza. “Scusi, ma dove eravate voi ai tempi delle scalate di Gianpiero Fiorani, dove eravate ai tempi del Monte dei Paschi di Siena?”, sta per chiedere un cronista. Ma la domanda gli muore in gola. Gli sembra di essere cattivo. Non vale la pena infierire. Non ha più senso. Questa è la sera della nostalgia.

Lascialo parlare, finalmente qualcuno che parla di governo Renzusconi, citando niente meno che Marco Travaglio, l’arcinemico.

Come dite? Ah, già, D’Alema è venuto qui per sostenere il candidato lanciato dal Pd. Appoggiato da Renzi. In pratica è mezz’ora che spara a zero contro il suo “alleato”. Vabbè, dettagli.

E poi senti che analisi politica! “Attenti a demonizzare Bucci come amico di Salvini. Perché a demonizzare l’avversario si perde”. Bè, se non lo sanno loro che a demonizzare Berlusconi hanno perso per vent’anni…

Intanto Massimo è già passato a parlare del mondo. Pensiamo in grande! Non risparmia nessuno: “La follia della politica estera americana”, Putin, l’Arabia Saudita.

D’Alema parla guardando Ubaldo Benvenuti, ma capisci che davanti a sé vede Macron.

Fino a quel passaggio che quasi ti strappa il cuore: “Voi, cari signori tedeschi…”, sta parlando con Angela Merkel.  No, non glielo puoi dire che il signore in terza fila vorrebbe sapere che cosa faranno a Priaruggia. No, non fargli del male.

E la Liguria? Ah, già, un fuggevole passaggio: “Noi conosciamo la fragilità di questo territorio…”, si scaglia contro il cemento. Quasi vorresti saltare sul palco e prendere il microfono per ricordare che ai tempi d’oro del centrosinistra mezza regione è stata ricoperta di porticcioli e cemento. Ma non ha senso, non questa sera.

Così lo vedi ripetere quelle pause che conosci così bene. Quel ghigno sarcastico che una volta gelava il sangue ed equivaleva a una sentenza senza appello. Oggi le sue famose risate metalliche sono seguite da interminabili secondi di silenzio.

Crivello, accanto a lui, sembra mandare messaggini con il telefonino.

Eccolo alla fine, il candidato parla. Difende tiepidamente la giunta Doria. Ricorda le cose fatte contro le alluvioni: “Ho ricevuto in questi giorni tanti attestati di stima anche per la mia persona”. Conclude: “Combattiamo contro la povertà, non contro i poveri”. Finalmente una cosa di sinistra e la gente applaude. Applaude. Ne ha un bisogno pazzesco per esistere ancora. Non importa che i toni non siano proprio da Barack Obama.

Del resto gliel’hanno detto a Crivello i suoi spin doctor: “Quando parli devi far sognare la gente”. E davvero a fine serata la gente è nel mondo dei sogni.

Finisce così, con quel saluto di D’Alema, un po’ rattrappito, con la manina. Ti sembra un vecchio crooner, un cantante a fine carriera che ritrovi a esibirsi in una trattoria. Ma lui ripete il copione con fierezza, come se davanti avesse Angela e il mondo.

Per una sera siamo davvero ai vecchi tempi. Stasera è il momento del volemose bene, la sinistra che difendeva i poliziotti del G8 e quella che li voleva condannati. La sinistra del cemento e quella che difendeva il territorio.

Oggi a unire è il ricordo. Domani, se si vincerà, sarà magari il potere. D’Alema chissà se c’è ancora, ma i dalemiani – magari diventati renziani – sono ancora lì con Crivello.

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