Da Genova all’Etiopia, noi emigranti al contrario

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di Giacomo D’Alessandro

L’occasione di vivere 40 giorni in Etiopia ci si è presentata con la possibilità di affiancare le attività del Blein Center di Awassa, fondato sostenuto e animato dall’associazione italiana Progetto Continenti con operatori locali. In tempi di crisi delle migrazioni nel Mediterraneo e ai confini europei, e di estensione di conflitti più o meno incisivi in diverse regioni africane, ci siamo trovati per così dire a migrare al contrario, certo con ben altri privilegi di quelli concessi a chi migra dal Sud al Nord del mondo, ma con un significato forse altrettanto importante: mentre masse di richiedenti asilo o di cosiddetti migranti economici cercano sicurezze, dignità e futuro nei paesi simbolo del “benessere occidentale”, noi – due studenti genovesi di 25 anni – scegliamo e tentiamo di andare a formarci e metterci a servizio in quella parte di mondo considerata con superficialità povera, misera, non sviluppata e bisognosa.

La nostra prospettiva invece è di andare a scoprire e sperimentare che si può vivere e stare al mondo in altri modi: modi di relazionarsi, di condividere, di “essere” e di “avere”, di lavorare e di divertirsi, di rapportarsi alla natura e di costruire comunità. A noi piace chiamare questa condizione altra “felicità semplice”, ben consci di come spesso si accompagni a mancanza di diritti e a una fatica di vivere e di crescere che naturalmente necessitano non tanto di aiuto quanto di concreta redistribuzione globale: di risorse, di competenze, di accesso a conoscenza e informazione, di possibilità di esprimersi e di autodeterminarsi come singoli e come comunità. Con un tale senso di ricerca e di apertura, consci che questo passaggio esistenziale può fare la differenza nel costruire le nostre scelte future, siamo partiti lo scorso 17 aprile verso questo cuore d’Africa, l’Etiopia, dove l’umanità ha avuto origine.

Una seconda prospettiva con cui siamo partiti e che ha preso forma nel corso delle settimane è quella di offrire una condivisione graduale e attenta a tutti gli amici genovesi e non solo che ci seguono a distanza via web. Il blog Diario Nomade (http://diarionomade.it) è il canale in cui stiamo giorno dopo giorno (black out e connessione africana permettendo) riversando col contagocce immagini e riflessioni, testimonianze e scorci di questa esperienza, che può magari essere di spunto per altri, e non limitare in chiave autoreferenziale la sua portata. Abbiamo estremo bisogno oggi di contaminazione interiore, di saper uscire dalle nostre cerchie selezionate di ambienti e di persone per metterci alla scuola dell’altro e in ricerca personale e comunitaria di un Essenziale da perseguire; di dare un senso alto al nostro vivere quotidiano, in un mondo sempre più complesso da interpretare e da agire. Così ci siamo messi in viaggio non solo per noi ma per la nostra “comunità”, andando per tornare.

La prima settimana di viaggio ci siamo inoltrati nel Nord del Paese, tra le città di Bahir Dar e Gondar, sull’immenso Lago Tana da cui nasce il Nilo. Abbiamo raggiunto quel remoto villaggio che ha preso il nome dal re Lalibela, il quale volle ricreare – a favore della cristianità etiope – i luoghi santi di Gerusalemme, facendo scavare a mano decine di chiese dalle mille forme differenti, completamente nella roccia. Passando per la capitale Addis Abeba, caotico e smisurato mostro urbano in rapida evoluzione, siamo scesi fino ad Awassa, anch’essa in rapida crescita, cittadina apprezzata dagli etiopi tra le altre cose per i suoi tramonti sul lago dove si fa l’aperitivo col pesce  appena pescato. Qui, in estrema periferia, dove l’asfalto cede al fango e le case diventano baracche e poi tukul, nel Blein Center stiamo vivendo a stretto contatto col mondo etiope, con i bambini dell’asilo e i giovani dei gruppi di danza e teatro, con i lavoratori locali e le madri che portano i neonati alla clinica, con i contadini di ogni età e le persone della strada, in questo mondo vivo e vitale fatto di molta natura, commovente dignità e quel ritmo lento come un battito di cuore ancestrale, che passa nella terra, nel sangue e nelle parole di questa Africa dove il genere umano ha iniziato il suo cammino millenario.

*foto di Alessia Traverso

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