In fondo non c’è l’azzurro.
Te la trovi all’improvviso sulla destra, mentre cammini in una strada che dalla periferia ti ha portato nemmeno tu sai bene dove: capannoni, parcheggi di camper, case contadine grigie per il tempo o perché non hanno mai avuto colore. Poi orticelli di patate, zucche e assurde piante tropicali che fanno frutti a forma di belino. E’ tutto un po’ confuso, con l’orecchio destro senti i rumori del traffico, del martellare di una fabbrica o del cantiere del Ponte Morandi. Tum, tum, tum, quasi un enorme orologio. Mentre da sinistra arriva il frusciare della tramontana – quella umida, ingolfata dei giorni di febbraio – e il becchettare di galline e oche. Neanche gli odori ti vengono in aiuto, a seconda delle folate letame o puzza di catrame.
Ma tra un giardino e un garage il muro si interrompe e vedi i mattoni rossi che si srotolano verso il basso. Gli occhi ti ci cadono dentro, le gambe appesantite dalla salita ti precedono prima ancora che tu possa decidere. Sì, una creuza, la riconosci dal rumore dei passi, sordo, trattenuto dai muretti a secco, ma allegro per lo slancio della discesa. Senza che te ne accorgessi la periferia si è diradata, ci sono prati ingialliti e ulivi che sporgono i rami fin davanti alla tua faccia. E ciliegi come morti, se non fosse per quell’accenno di gemme, forse addirittura di petali spuntati con un po’ troppo ottimismo. Poi una casa spoglia come l’albero – il cancello che si apre e si chiude per il vento, le persiane sbattono – se alla finestra non ciondolassero una maglietta, un paio di jeans, uno straccio. Ma chissà… in fondo, ti viene il dubbio, potrebbero averli appesi soltanto per te che passavi.
Finché la gobba di mattoni non piega ancora più giù e tu con gli occhi cerchi chissà cosa… Un riverbero, un baluginio. Ma qui c’è soltanto il bosco di castagni inselvatichiti e querce che si arrestano davanti a una strada. Non vedi altro: solo un bar che si chiama Delfino, proprio qui dove del mare non c’è traccia, un negozio di mobili, una saracinesca abbassata. Nessun orizzonte, soltanto quei condomini di inizio Novecento, color pastello, squadrati, come case di paese troppo cresciute.
Creuza sensa ma. Senza una boccata d’azzurro che ti accoglie alla fine. Scalinata che non sbuca da nessuna parte, dimenticata dalla campagna; inutile, ché potresti prendere la macchina, ma ci vai più per lei che per te.
Chissà, forse De André le avresti amate anche tu. Creuze di periferia, scendono e salgono, niente più.

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