Cos’è per voi il fascismo?/2 La prevaricazione, anche quando è antifascista

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1. Come prima cosa, alla luce della mia esperienza con i giovani, ritengo che il termine fascismo – e di conseguenza anche antifascismo – sia un termine carico di stratificazioni e significati, di risvolti ideologici e varie implicazioni emotive. Per questo esso si presta molto facilmente a essere strumentalizzato e strumentalizzabile, spesso compromettendo la possibilità di leggere in modo sereno, oggettivo e sapiente le realtà dei fenomeni.

2. Alla luce di tale premessa – che certamente meriterebbe ulteriori sviluppi – con il termine fascismo io intendo quell’atteggiamento intollerante, prevaricatore, razzista, e strettamente connesso con l’uso della violenza (fisica e/o verbale) che mira a ottenere consenso, sottomissione e ubbidienza.

3. A partire da questa definizione io ritrovo simili caratteristiche presenti e operanti anche in tante persone e movimenti (laici o religiosi) che si presentano come antifascisti, o coloro i quali si fanno paladini della verità, o dei diritti umani, o della tolleranza, ma spesso accomunati da un’incapacità di dialogo con chi non la pensa allo stesso modo.

4. Questi atteggiamenti – che considero espressione della realtà del “Male” che esiste e opera nel nostro mondo – sono latenti in ogni uomo. Infatti, la prevaricazione, la strumentalizzazione dell’altro finalizzata al proprio tornaconto personale e l’intolleranza sono aspetti che abitano in tutti noi. Nella mia esperienza questi emergono in modo più evidente là dove manca uno “stile di vita” capace di sapersi porre in ascolto delle proprie dinamiche interiori, valutarle, riconoscerne quelle che conducono verso il male e saperne prendere le distanze, saper scegliere di conseguenza ricercando il bene. Tale processo è quello che noi gesuiti chiamiamo “discernimento degli Spiriti” e utilizziamo prima di tutto come chiave di lettura dei dinamismi della vita spirituale. Ma proprio perché ciò che è spirituale è necessariamente collegato ai vissuti del cuore e della mente umana, dalla scuola del discernimento ritengo di aver imparato che ogni mancanza di riconoscimento di quel “germe di atteggiamento fascista” (nel senso spiegato sopra) che abita in ciascuno di noi, unito alla tendenza a proiettarlo sugli altri, conduca anche coloro che si ritengono antifascisti a vivere alcune delle stesse dinamiche che condannano. Spesso ciò avviene anche senza che ce ne si renda pienamente conto, perché le giustificazioni ideologiche e le loro semplificazioni, sembrano garantire che sia sufficiente schierarsi dalla “parte giusta” per essere completamente immuni da ogni atteggiamento di quel tipo. Non è così!

5. Ponendomi da un punto di vista più politico ritengo che il fascismo o populismi con quella deriva o parte di quelle caratteristiche, siano spesso originati da forme di cattivo governo di chi governa. Ed il qualificare la controparte politica tacciandola di fascismo sia una “scorciatoia superficiale” (in modo consapevole o inconsapevole) di leggere la realtà. Infatti, può risultare molto comodo leggere la realtà secondo un modello dicotomico (fascisti/antifascisti) grazie al quale addossare ad altri – che vengono collocati dalla “parte sbagliata” – anche le propria responsabilità e i propri errori, giustificando il tutto in modo auto-assolutorio o vittimistico dietro l’etichetta dell’essere gli antifascisti. Non di rado il ricorso a tale impostazione è ciò che impedisce una presa di consapevolezza e un’assunzione di responsabilità, con la relativa possibilità di miglioramento. Per questo ritengo che chi governa abbia le maggiori responsabilità rispetto al sorgere o meno di certi fenomeni.

6. Gli “anticorpi” a tutto questo possono risiedere solo in itinerari educativi fondati sulla tolleranza, sull’ascolto, sul dialogo che sa cogliere del buono anche nella posizione di chi la pensa in un altro modo, sul rinnegare la violenza (di ogni tipo) come strumento di risoluzione dei problemi e, infine, su uno “stile di vita” – come dicevo sopra – capace di ascolto di sé e di presa di consapevolezza che permetta una sempre crescente libertà dal proprio ego e una capacità di valutazione non solo di quanto si muove intorno a noi, ma anche dei vari moti interiori che abitano ciascuno (stati d’animo, pensieri, emozioni, paure, desideri, aspirazioni). È su questi presupposti che possono ancorarsi autentiche scelte di bene e di bene comune e la possibilità di respingere le suggestioni del male. Questo è uno stile di vita “spirituale” il cui modello per chi crede è Gesù il quale ha incarnato una vita libera capace di cercare e fare il bene dell’altro, di valorizzare la dignità e l’unicità di ogni uomo, così da generare nell’uomo la capacità d’amare e di cercare il bene comune.

 

*padre gesuita

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