Che cosa tiene insieme Genova

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Osservi il fiume di auto che la mattina corre verso Genova. Guardi la gente alla fermata dell’autobus in corso Sardegna: il ragazzo che osserva le nuvole, la donna con gli occhi pesanti, piantati per terra. Il vecchio che cerca di riflettersi nella vetrina e fa le smorfie come dovesse aggiustarsi la faccia. Poi la folla che attraversa la strada (rosso, fermi; verde, avanti).

Quante facce, quanti modi diversi di camminare. E i vestiti poi… Non ti stancheresti mai di guardare. E chissà come ti vedono gli altri, chiuso nell’abitacolo della tua auto.

Sei anche tu una goccia nella corrente che viene trascinata verso una foce. Verso la città. Allora nel cervello che lavora per cambiare marcia, mettere la freccia, schivare il motorino, dare un’occhiata alla ragazza sul cartellone pubblicitario, d’improvviso ti si affaccia una domanda. Ti prende alla sprovvista: ma perché andiamo tutti verso la città?

Che cosa tiene insieme Genova?

A guardarla così – enorme, monumentale, definitiva – diresti la pietra. Sì, la città sono le strade, i palazzi. Ma sai benissimo che non è vero, quelli sono venuti dopo, sono cresciuti intorno a noi.

Vedi il mercato di piazza Palermo, la merce esposta, donne e uomini che comprano. Poi una fila di ragazzi che vanno a scuola in piazza della Vittoria, avvocati e magistrati che entrano nel Tribunale. Un tizio con il completo fumo di Londra e il sigaro in bocca che si avvia verso piazza Caricamento.

Sì, la città nasce intorno al lavoro, agli affari. La città sono le occasioni.

Poi in via Garibaldi, i consiglieri comunali che si raccolgono per l’assemblea. Certo, anche la politica, il potere, se vuoi.

Anche questo, ovvio. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che è venuto prima. Vedi le mura dei forti, quelle accanto a Porta Soprana. Ormai non difendono più niente, non segnano più confini, ma soltanto un antico bisogno: sentirci dentro qualcosa. Lasciare fuori i nemici. Le paure.

Ecco, ti stai avvicinando alla risposta: il bisogno di sicurezza – quella parola che oggi ripetono in tanti – di sentirsi difesi. Non importa che non ci siano più nemici in armi.

Eppure senti che c’è qualcosa ancora oltre. Cominci a camminare verso piazza Cavour, poi devii verso Banchi, torni a Campetto. Senza una direzione, senza una meta. Cerchi soltanto una risposta. Entri in un negozio, finisci per comprare un coltellino che non ti serve a niente, che resterà in un cassetto a prendere polvere e a ricordarti – tra chissà quanti anni – questa mattina. Scambi quattro parole con l’uomo oltre il bancone, con quella confidenza strana che nasce dalla sicurezza che non ci si vedrà più. Che è bello affidare una parte di sé a un estraneo.

Riprendi a camminare, qualcuno ti fa un cenno, scambi saluti, rubi un sorriso a una ragazza che esce da un portone già aspettandosi un incontro con chissà chi.

Ecco cosa tiene insieme Genova. Non i palazzi. Non soltanto il lavoro, la scuola, le occasioni. Ma stare vicini, riconoscersi vivi. Fare un pezzo di percorso insieme, fossero pure soltanto le spalle che si sfiorano attraversando la strada. Fosse pure soltanto il ritrovarsi vicini nel rifletto di una vetrina. Sentirsi protetti da qualcosa che non sappiamo e non bastano le mura a respingere.

Forse hai capito.

Ma hai fatto tardi al lavoro, corri!

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