CORRERE PER CORRERE

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Il giornalista: “Perché corre Forrest? Lo fa per la pace nel mondo? Lo fa per i senza tetto? Corre per i diritti delle donne? O per l’ambiente? O per gli animali? Perché lo fa?”

Forrest: “Avevo proprio voglia di correre”. Non volevano credere che qualcuno potesse essere così scemo da correre senza motivo

(da Forrest Gump)

Già, perché corri? Te lo chiedi ogni volta prima di cominciare. Nell’istante in cui non hai ancora superato il confine: sei uno come gli altri, uno dei tanti. Un uomo che cammina e potrebbe avere un appuntamento, un incontro che lo aspetta. E ogni volta sei tentato di non farlo: non uscire dalla mischia, resta uno dei tanti. E’ un attimo, giusto il tempo di fare le prime impacciate falcate, di liberarti del peso. L’importante è non guardare la tua ombra, quella figura che si muove in modo così macchinoso, con il torace piegato in avanti, le braccia rigide. No, non guardare te stesso. Porcoggiuda, non pensare.

Eppure te lo domandi: perché corri? Non hai ancora risposto. Non lo sai. E chissà se lo sanno le altre persone che incontri, con cui ti scambi un cenno di saluto. Già, tutti quelli che corrono si salutano. E non è soltanto un gesto di cortesia, il riconoscimento di far parte della stessa comunità. Senza giudicarsi troppo, senza far caso se indossi fuseaux fosforescenti, giarrettiere in stile Fantozzi o tutone acetate del liceo. Se plani o trascini i piedi come un pinguino. Se ti guizzano i muscoli o la pancia ti oscilla sotto la maglietta troppo attillata.

Siete tutti compagni. Come quando i marinai si salutano da una barca all’altra oppure quando gli alpinisti si guardano negli occhi salendo su per un sentiero di montagna. Loro forse lo fanno perché si ritrovano in un ambiente estraneo, il mare, la roccia. Un po’ per stupore, un po’ per solidarietà, per vincere la solitudine. Ma voi che correte… perché?

Poi leggi un libro come “Corri, dall’inferno a Central Park” di Roberto Di Sante e capisci che anche per i corridori è lo stesso. Come i naviganti e gli scalatori. Sì, vabbè, la prova costume, il colesterolo, la pressione, lo stress; la moglie, il marito o l’amante che hanno puntato il dito inquisitore sulla pancia. Possibile. Ma quasi sempre c’è altro, molto oltre la forma fisica: è una scintilla in fondo agli occhi appannati dal sudore. Corri per raggiungere qualcosa o per scappare da qualcosa. Che è dentro di te. Il corpo non c’entra, fidati, è una fatica, un peso, dentro la testa.

Ti stai avvicinando a scoprirlo, mentre le gambe cominciano ad andare da sole e non hai più bisogno di chiedere, implorare che si agitino. Fanno tutto loro. E le braccia – quei rigidi pezzi di legno che sei abituato a tenere lungo i fianchi, incrociati sul petto come un animale che si difende – vanno dietro. Piano piano senti di nuovo il tuo respiro. Guarda come funziona bene: tu acceleri e lui si fa più rapido per seguirti. Annaspi, rantoli, vabbè, ma respiri. Finché i polmoni trovano il loro ritmo. E per una volta fai mente locale su cosa sia veramente: respirare. Certo, far entrare l’ossigeno, portarlo al sangue, trasformarlo in energia e movimento. Va bene. Ma sono anche l’aria, gli odori, la luce perfino, che entrano dentro di te. Il mondo.

Ecco, stai correndo. Acceleri, rallenti, tenti uno scatto ancora un po’ rattrappito. Sembri quasi vero. Finalmente alzi la testa dall’asfalto, dai mattoni, e cominci a guardarti intorno. C’è Genova. Ma anche Savona. Albisola. La Spezia. Imperia. Sei nei luoghi di ogni giorno, ma sono diversi. Forse basta quella poca velocità in più per cambiare le forme, allungarle, slanciarle. Magari è quel vento che ti fai da solo. O l’essere sempre in movimento. Sei accanto alla gente che cammina, ma bastano due falcate e già te la sei lasciata alle spalle. Senti le voci delle persone accanto a te, ma le parole ti sfuggono via. Sei come un’ombra. Passeggero, appunto.

Ti ricordi da bambino? Correvi sempre. Correvi per le scale, per andare a prendere il quaderno. Per salutare tua madre quando tornava dal lavoro. Salivi gli scalini a tre a tre. Così, senza una ragione. Non c’era una fretta che ti spingeva, se non quella di vivere più veloce. Poi, succede a tutti, un giorno ti accorgi che hai smesso di correre. A te è successo un pomeriggio al tribunale di Milano, lo ricordi come fosse adesso, salivi le scale e ti sei reso conto che avevi smesso di correre. Hai guardato le persone intorno a te… i giudici, gli avvocati, i giornalisti… i grandi, insomma… nessuno più correva senza uno scopo. Senza una fretta che li spingeva.

E’ questo, dunque, essere adulti? Dover cercare sempre una giustificazione. Dover spiegare ogni azione, agli altri e a te stesso. Essere meno liberi, in fondo.

Non farlo. No, non guardare il cronometro. Non farti prendere dal trip dei tempi al chilometro, intanto c’è sempre qualcuno più veloce di te. C’è quel signore che avrà ottant’anni, ma tira come un dannato senza una goccia di sudore. Lascialo andare, intanto non saranno i secondi e le calorie che ti faranno felice stasera.

Ma allora che cosa? Allora… perché corri? Aspetta, prima o poi lo sentirai. Magari lungo il rettilineo di San Rocco di Camogli quando tra gli alberi vedi il golfo; nella breve discesa della passeggiata a mare di Nervi (prendi slancio che poi si risale!); in corso Italia dove da via Piave arriva un refolo di tramontana. Dentro di te lo senti: bum, bum, bum. Possibile? Sì, è proprio il cuore. Era così tanto tempo che non lo sentivi che all’inizio quasi ti spaventa (Oddio, l’infarto!). Stai tranquillo, ci pensa lui a te. Il tuo cuore. Il tuo corpo.

Finalmente hai capito, quando a sera stai per addormentarti e senti dolori dappertutto, perfino nei capelli. Scopri di avere dei muscoli di cui non conoscevi l’esistenza.

Ecco perché corri: hai ritrovato il tuo corpo. Ti sei affidato a lui. Tu che pensavi di essere tutto nella testa. E invece per una volta lascia che sia il corpo a dare una mano al cervello. A ricordarti che sei vivo anche senza pensarci in ogni istante. Dimentica, dimentica tutto, ci pensa il cuore a tenerti vivo.

Corri. Chiudi gli occhi (magari prima controlla di non finire contro quel signore con i bicipiti tatuati e la bandana che viene in senso opposto), chiudi gli occhi. Respira, ascolta. Sono diversi i tuoi passi… Se corri sulla passeggiata di Nervi, rimbombano contro la pietra piena di sole. Sul lungomare di Albisola se li portano via la risacca, le urla sulla spiaggia. Nel Porto antico i tuoi passi spariscono tra i palazzi. Ogni luogo risuona in modo diverso, come uno strumento: i mattoni della Passeggiata, le mattonelle di corso Italia, l’asfalto della strada tra gli ulivi di sant’Apollinare.

E l’aria… sul lungomare di Savona un attimo te la senti in faccia e subito dopo ti sospinge da dietro e ti entra nella maglietta. Lungo il molo dell’aeroporto di Genova sa di acqua immobile, di olio, di catene e di navi. Del martellare del cantiere, della sirena di fine lavoro. A Imperia, mentre corri tra i moli, davanti ai ristoranti del porto di Oneglia senti già l’odore caldo del Sud. Al Peralto cerchi di tirare dentro ogni grammo d’ossigeno per non schiattare e ti sorprende l’aria umida del crinale (dove il mare e l’Appennino si incontrano). Delle stanze buie dei forti. Di ginestra in queste sere calde d’estate.

Tutte queste cose guardi, ascolti e respiri. Ci dovevano essere anche prima. Ma non le sentivi più. Credevi di correre per scappare da qualcosa, per raggiungere chissà quale meta. Non ci arriverai mai davvero. Avevi soltanto bisogno di ritrovare la tua ombra, la compagnia del tuo corpo. Ecco perché corri. Per sentirti vivo e basta. Come facevi da bambino.

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