Confesso che sono scesa in piazza, ho protestato. E sono felice

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di Sara Ottolenghi

3 Maggio, ore 17, Piazza de Ferrari, Genova.

Posteggio la mia vespa e mi affretto verso Palazzo Ducale. Sono vestita di nero, come necessario, anche se a dirla tutta i miei pantaloni sono blu scuro e mi manca il dettaglio rosso. Non importa, mi dico, mi confonderò tra gli altri. Avanzo e cerco un gruppetto di miei simili, individuo un paio di volti noti, e mi avvicino. Resto ahimè spiacevolmente sorpresa nel constatare che siamo nettamente meno del previsto, e che i miei pantaloni blu non si confonderanno poi tanto. Per fortuna qualcuno mi viene in aiuto con un drappo rosso che subito lego alla manica del cappotto.

Sarà che l’abbiamo organizzato in fretta e furia, sarà che sono le 17 di un giorno lavorativo, sarà che la gente ha i suoi problemi, ma io temo che questo flash mob si riveli un flop. Eh sì, abbiamo organizzato un flash mob, uno vero, mica virtuale, e forse la gente sotto sotto non è più abituata a queste cose in carne ed ossa, un po’ in fondo spaventa l’idea di una manifestazione pubblica, per quanto modesta che sia. Si tratta comunque di esporsi, di metterci la faccia appunto, la tua, quella vera, non quella così studiata e filtrata della foto del profilo facebook.

Ma bando ai moralismi, il nostro flash mob è un evento molto semplice, davanti a un grande magazzino di via XX, organizzato come dicevo in pochi giorni, a sostegno della campagna di Abiti Puliti “Broken Promises” (http://www.abitipuliti.org/blog/2016/04/11/hm-non-mantiene-le-promesse/). Abiti puliti è la sezione italiana della più grande Clean Clothes Campaign, che da anni è impegnata in opere di sensibilizzazione dei consumatori e pressione verso imprese e governi affinché l’industria tessile globale si muova verso la tutela dei diritti dei lavoratori. Lavoratori a cui spesso non viene riconosciuta nessuna dignità o tutela, come testimonia il tragico evento dell’Aprile 2013 quando in Bangladesh crollò un edificio, il Rana Plaza, che ospitava una fabbrica tessile, e morirono più di mille persone e almeno il doppio rimasero ferite.

In linea con l’operato di Abiti Puliti, l’obbiettivo del nostro flash mob è duplice: da un lato vogliamo, in parallelo ad altre città gemelle, (New York, Amburgo, Copenaghen, per citarne alcune) fare pressione su H&M – e tanti altri produttori – perché metta completamente in pratica il documento che ha firmato all’indomani del crollo del Rana Plaza, impegnandosi a mettere in sicurezza le fabbriche da cui si rifornisce. Dall’altro puntiamo a sensibilizzare le persone ad essere consumatori critici perché il nostro ruolo di compratori consapevoli è tra le nostre armi più potenti, capace di instaurare un circolo virtuoso di responsabilizzazione del mercato.

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Ormai ci siamo, ci guardiamo l’un l’altro un po’ scoraggiati dall’assenteismo dei nostri amici, ma subito Deborah Lucchetti, responsabile nazionale della campagna, ci restituisce l’entusiasmo rassicurandoci: anche in pochi il nostro sarà un gesto teatrale (insceniamo uno svenimento di massa!) e basterà a catturare l’attenzione. Manca poco alle 18 e il nostro piccolo corteo si dirige verso H&M, dove il tutto si svolge nel giro di pochi minuti, ma come previsto raggiungiamo lo scopo: la gente si ferma, si incuriosisce e si interessa, e così mentre Deborah con un megafono dal gusto un po’ sessantottino spiega le ragioni del nostro gesto, noi distribuiamo materiale informativo ai passanti.

Intanto i commessi di H&M hanno lasciato il posto al responsabile, che, allertato dalla confusione, scende a vedere cosa succede. Il compunto dirigente, dapprima duro, adesso sembra ascoltare con fare interessato Deborah, la quale poi ci racconterà di come sia fondamentale creare un contatto umano di dialogo con i gestori dei negozi, per capire che non siamo li per sovvertire l’ordine pubblico (…) a gratis, ma che stiamo provando a difendere diritti di lavoratori come lui, come noi, che a differenza nostra, non hanno la possibilità di farlo per loro stessi.

Saluto, mi incammino verso la vespa pensando che anche se in pochi ne è valsa la pena, abbiamo condiviso un pomeriggio diverso e torniamo a casa più ricchi. Del resto questo flash mob è stato importante in primo luogo per noi, che non siamo per niente diversi dai passanti, turisti, ragazzi, che entrano da H&M per cercare un magliettina da 7€ da mettere in un paio di occasioni per poi lasciar giacere in fondo a un cassetto, salvo poi ritrovarla l’anno dopo, pensare “Come ho potuto comprarmi una cosa simile” e buttarla, forti del fatto di averci speso solo qualche spicciolo. Questa è la cosiddetta fast-fashion, che al di là del marchio – e H&M oggi era solo un simbolo – governa il nostro modo di fare acquisti spingendoci verso la cultura dell’usa e getta dell’abbigliamento.

Noi, gruppetto di giovani adulti, che abbiamo sentito questa storia raccontata da Deborah durante una “Cena delle buone idee*”. Noi che sentendo questa storia, di attivismo, di coraggio, ci siamo fatti contagiare dall’entusiasmo. Noi che abbiamo deciso, insieme, di metterci la faccia. In piazza.

*Appuntamento bisettimanale che si svolge in Via della Crocetta, Genova, che si propone di mettere in circolo buone idee attraverso la testimonianza e i racconti di chi interpreta la sua vita e il suo lavoro non solo come un noioso e inevitabile dovere ma come spazio creativo di cambiamento verso un futuro migliore per tutti.

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