Cinin, sulla bici color ramarro con Bartali

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di Stefano Rissetto

Il vecchio dalla bici color ramarro, dalla maglia color ramarro, pedalava sull’asfalto febbricitante, lasciando dietro di sé un fruscio di metallo, mentre l’olio brillava sugli ingranaggi del gruppo meccanico. Era un mezzo antico, una casacca di lana sfrangiata e con qualche lascito di tarma. Procedeva con una forza inusitata, attinta dal pozzo del tempo con una tenacia sospetta. Non osavo affrontarlo, negli allenamenti estivi tra un anno e l’altro di scuola mi capitava di avvicinarlo, sulla statale 225 della Fontanabuona, ma quando stavo per accodarmi preferivo staccare, non avrei sopportato l’idea di soffrire nella scia di un uomo già anziano, io che volevo diventare un campione, lo lasciavo andare, mi fermavo in un bar, meglio che non fosse lui a dirmi quello che non sarei mai stato.
Lui era Luigi “Cinin” Cafferata, classe 1915, stava a San Bartolomeo della Ginestra in una casa con due scale di via monsignor Vattuone, non lontano da dove era nato mio nonno, aveva corso prima con Valetti e poi addirittura con Bartali, «corro perché mi piace soffrire, vedere fino a che punto posso arrivare» diceva, ma non c’era riuscito davvero, perché quando aveva l’età giusta per un corridore era scoppiata la guerra e il futuro era ricominciato troppo tardi, quando a trent’anni si sente ormai la campana dell’ultimo giro. Era tornato al paese e a casa, ma non riusciva ad abbandonare la bicicletta, ogni giorno faceva gli ottanta chilometri da San Bartolomeo a Ferriere e ritorno. Andò avanti fino al terzo millennio, due anni più del suo ultimo capitano.
Bartali era un vecchio elefante sconfitto dal tempo, le rughe profonde a scalfire l’antica allegria. Stava su una sedia di plastica da giardino, nell’auditorium “Simonetti” di Alassio, in una tarda sera di estate, per la finalissima di Miss Muretto. Avevo smesso di sperare di diventare un campione, nemmeno più seguivo il ciclismo per lavoro, semmai il calcio, quella sera ero lì per un servizio “diverso”, non capivo mai cosa volessero da me con quell’aggettivo. Stanco e distratto, l’uomo che aveva diviso e forse salvato – da Briançon, al Tour, il giorno dell’attentato a Togliatti – l’Italia si guardava attorno, mentre i ragazzini correvano appresso a Ibrahim Ba, un franco-senegalese ossigenato che giocava nel Milan. Mi avvicinai a lui con timore e empatia, era ancora un uomo ma per me non lo era mai stato, era sempre stato Bartali. Gli dissi che Cafferata era un mio compaesano, che fino a qualche anno prima lo incrociavo sull’Aurelia, nell’entroterra, per gli allenamenti, quando lui inseguiva il passato e io il futuro, entrambi invano. «Era un bravo ragazzo, gli piaceva soffrire, sapeva farlo senza soffrire» mi disse Bartali, con un sorriso sottile e rassegnato. Volevo fargli mille domande, chiedergli tutto quel che non sapevo del ciclismo, della vita, perché Bartali certo lo sapeva. Ottenni un autografo. Non per me, gli dissi, ma per mio padre, da ragazzo era un suo tifoso. «Tutti i tifosi restano ragazzi» mi rispose, firmando il pezzo di carta che gli avevo porto. Se ne sarebbe andato in fuga, ancora una volta, l’ultima, di lì a poco. Precedendo il suo gregario di San Bartolomeo, per aspettarlo tra le nuvole.
Luigi Cafferata da San Bartolomeo della Ginestra, professionista tra gli anni Trenta e Quaranta, 19 agosto 1915 – 12 dicembre 2002

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