Prima o poi ti faranno impazzire. Non c’è un attimo di pausa. Non c’è tregua.

Le cicale. Dal mattino alla sera. Ogni istante. Urli disperato mentre lavori – “Basta, silenzio!” – e per un attimo tacciono. Poi riprendono inesorabili. Sì, stavolta esco di testa. Ma poi ci pensi un attimo: cosa sarebbe davvero l’estate senza di loro? Ripensi a quel luglio di tanti anni fa: la luce abbacinante vicino a Camogli, i sassi roventi, il profumo del lentisco, la ragazza sospesa contro il cielo nell’istante del tuffo. E le cicale. Quel suono che riempiva l’aria e pareva uscire fuori dalla roccia. L’aria tremava.

Diresti che siano le stesse di allora. Arrivavano lo stesso giorno e in una notte sparivano. Quasi che davvero esistessero soltanto insieme. Vita, non individui.
Difficile dire quale sia il loro segreto. Forse quel frinire così uniforme che stordisce e sospende il tempo. Come se le ore fossero cancellate, la terra non ruotasse.
O chissà, vorremmo essere come loro. Non come le formiche previdenti. Hanno vissuto dieci, quindici anni sottoterra. Addirittura, c’è chi giura, diciassette. Sono cominciate nel 2001, prima delle Torri Gemelle, e vedono la luce adesso. In un mondo tanto diverso. Tu eri qui ad affannarti, a lavorare, hai perfino fatto i figli, e loro nel buio si preparavano per questa breve estate.
E sarebbe bello se anche a noi fosse concesso, giunti a un bel pezzo della vita, di uscire finalmente alla luce. Di abbandonare la vecchia pelle e volare.
Perché ti sei accorto così del loro arrivo: hai trovato quegli involucri trasparenti (scopri adesso che si chiamano esuvie) appesi ai fili d’erba.
Dopo diciassette anni sottoterra si sono date appuntamento tutte insieme. Escono, si appendono a un ramo. Volano incerte, sbattono rimbambite contro gli alberi. Ma sembra che in fondo le ali iridescenti non gli interessino granché, devono soprattutto urlare. “Per riprodursi”, dicono gli scienziati. Ci smarrirebbe un po’ ritrovare in un insetto marrone la stessa scintilla che sentiamo dentro di noi nelle sere d’estate. Stentiamo a credere che in fondo quel frinire possa somigliare al nostro. Che in quelle specie di mosconi ci sia il timore della solitudine, perfino… l’amore. E chissà se è più importante trovare qualcuno che ascolti, che ti raggiunga sul ramo, oppure se il senso sia già tutto in quel richiamo contro il cielo. Contro il tempo.
Intanto le formiche si arrampicano sulla corteccia del ciliegio trasportando sulla schiena l’enorme peso di una goccia di resina, di un frammento di seme. Pensano all’inverno, loro. E tacciono mentre lavori, grazie a dio. La cicala no. È tutto qui, adesso. Cantare, unirsi per qualche istante e poi lasciare nella terra un frammento che nascerà molto dopo di loro.
Finché i giorni si assottigliano e anche il frinire si fa meno martellante. Ne restano poche, una. Tutta l’estate sulle sue spalle. Speriamo, auguri a lei e a te, che tra la serra del vicino e l’erba ormai gialla ci sia ancora qualche compagna che ascolta.
Ma in fondo non sarebbe tanto male se anche per noi di tutto questo non restasse che un canto.

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