Come fai a spiegare a Mario chi sono i matti? A lui che non ha mai pensato cosa sia un uomo normale. Perché vorresti cominciare da lì.
Così, mentre tenti di spiegarti e annaspi, ti prende la sgradevole sensazione di fare del male. Una cicatrice che resta. Sei tu che gli stai mettendo dentro quella parola che gli resterà tutta la vita: la normalità.
Allora provi con sani-malati… ma è ancora peggio. Lascia perdere.
Ti ha preso uno di quegli insani momenti di slancio didattico. Il papà esploratore che fa scoprire Genova al figlio. Cammini, gesticoli, e parli parli parli.

Dovevi fermarti quando eri ancora in tempo, prendere un gelato e andare in riva al mare a guardare le onde. Si impara anche così. Invece ti sei messo in testa di fargli scoprire il mondo. Forse ti illudi che ritrovandolo da grande ricorderà anche te. E chissà perché hai deciso di cominciare proprio da qui, dal manicomio.

Mario ti segue rassegnato, è abbastanza chiaro che avrebbe preferito il concessionario di automobili con la Lamborghini fiammante in vetrina.
Ma ormai siete qui, non puoi rinunciare proprio adesso. Mario guarda l’ingresso del grande palazzo, le erbacce che crescono ovunque, le recinzioni.
E tu non sai da dove cominciare. Una volta, provi, qui vivevano duemila persone. Sei già fuori strada. No, qui sono state rinchiuse. Imprigionate. Cancellate.
Ma già lui ti chiede… perché? Deve esserci stata una ragione, una colpa, per una simile punizione. Cosa c’è di peggio che rubarti la vita?
E tu taci, non hai parole. A questo punto sei già pentito, vorresti essere nel negozio di auto o dal gelataio. Già, forse ha ragione l’amica quando ti dice che non è ancora tempo per scoprire il dolore, il male, che se li troveranno davanti da soli. Eppure continui a camminare per i viali, tra i palazzi lugubri e solenni; con quel colore di terra, quasi si fossero fatti da sè.
Tu taci, Mario però osserva. Misuri l’intensità dello sguardo dalla stretta della sua mano.
Serrature, spioncini, catenacci. Le sbarre. E il buio oltre le finestre. Mario guarda e anche lui si fa più silenzioso mentre ti segue per corridoi fatti apposta per perdersi; per chiostri e cortili. Sente, come le senti tu, le presenze. Vede sguardi che premono contro le inferriate. Ascolta il silenzio umido della sala delle docce. La vita ha lasciato tracce più dense dove la luce è più lontana, tagliata da spigoli di muri, sminuzzata da persiane.
“Qui sono state rinchiuse migliaia di persone”, riprovi. E già aspetti la sua domanda: perché? Chi erano? “Erano donne e bambini, i loro figli. Forse erano depresse – chissà se Mario capisce, ma non chiede – forse erano semplicemente sole, abbandonate. E c’erano dei disperati, degli alcolisti. Gente che non la pensava come gli uomini normali. C’erano persone che soffrivano. Chi piangeva troppo, chi urlava, chi taceva… perfino chi amava troppo… tutti qui dentro”.
Mario cammina ascoltando l’eco dei propri passi. Guarda i disegni appesi ai muri. Uomini con gli occhi sgranati, le braccia tese verso qualcosa, qualcuno. Ovunque sulle tele vede cieli e alberi che qui dentro non ci sono.
Finché incrocia Emma con le sue ciabatte, gli occhiali tutti storti oppure ormai è piegato il suo viso. Ha un grembiule, un paio di scarpe da tennis troppo grandi, una specie di cappello come un’aureola. “Vieni anche tu dalla città?”, chiede. Mario risponde a tono, sembra che si capiscano. Emma che pare bambina più di lui.
“Sono loro i matti?”, ti chiede tuo figlio. Non sai cosa rispondere. Vorresti tirare fuori quella frase che ti disse Franco Rotelli, l’amico di Basaglia: “I matti sono persone che prendono la vita molto sul serio”. Sì, stai per dirgli che i più lucidi sono loro e non si può non impazzire a stare fermi su questa terra appesa al nulla. Ma non puoi. Va bene cosi: i matti sono come Emma perché hanno gli occhiali storti e ti dicono quelle cose assurde perché tanto, troppo vere che finisci per non capire.
“E chi li ha chiusi qui dentro?”, arriva l’ultima domanda mentre vi lasciate il grande portone alle spalle. Ma tu come fai a dirgli che siamo stati noi, quelli normali. Abbiamo alzato queste sbarre, perché loro non scappassero. Le abbiamo alzate per chiudere fuori noi.
Vieni Mario, andiamo a vedere la Lamborghini.

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