CARIGE, AFFARI D’ORO SUI CREDITI MALATI

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Fabio Pavesi
e Ferruccio Sansa

*DAL FATTO QUOTIDIANO DEL 22.2

Crediti malati valutati il 30% in meno. È scritto in un file interno di Carige di cui il Fatto è entrato in possesso: i periti esterni, una società di recupero sofferenze, assegnarono un valore di recupero più basso di un terzo rispetto a quanto la piattaforma interna della banca fosse già riuscita a realizzare. Sono stati gli stessi analisti della banca a predisporre la memoria che segnala l’anomalia individuando i punti critici: “Molti terreni a garanzia sono stati valutati come agricoli anziché industriali o edificabili”. Ancora: “Manca una ponderazione delle garanzie personali o consortili”. Il documento, relativo alle passate cessioni di sofferenze, è in mano agli inquirenti genovesi che lo stanno valutando. Mentre l’inchiesta su Carige condotta dal pm Francesco Pinto procede. Si ramifica. Cerca di capire se in questi anni qualcuno abbia approfittato della crisi della banca genovese per fare affari d’oro.
Intanto si prepara un’altra cessione di sofferenze. In pole position Sga e Credito Fondiario. Due soggetti che Carige la conoscono bene. Sia la Sga, la società pubblica in mano al Tesoro, che Credito Fondiario erano azionisti della banca. Entrati con il difficile aumento di capitale del 2017. La Sga mise sul piatto 30 milioni di euro per comprarsi il 5,4% del capitale. Stesso copione per il Credito Fondiario. Anche il fondo inglese Chenavari partecipò comprando il 6,7% del capitale. Tutti azionisti stabili? Tutt’altro. Lo scambio secondo qualcuno era: io ti compro le azioni in una fase molto difficile di mercato; e tu banca ti impegni con me in un affare. Un affare come vedremo forse per loro, meno per Carige. Sga con quella puntata voleva accreditarsi come futuro acquirente degli Utp, gli incagli della banca, costretta a dismetterli. Il Credito Fondiario, posseduto al 18% dalla Tages di Panfilo Tarantelli e all’82% dal fondo Elliott, l’affare l’aveva già fatto portando a casa, poche settimane prima della ricapitalizzazione, il contratto d’acquisto di 1,2 miliardi di sofferenze lorde, pagando 265 milioni, il 22,1% del valore nominale. Non solo, Credito Fondiario si è aggiudicata per 31 milioni la piattaforma di gestione interna. E tra le clausole del contratto ecco spuntare altri 3 milioni di commissioni per i “servizi delegati” di migrazione che il Credito Fondiario ha incassato da Carige. E infine Chenavari, un altro compratore di asset di Carige che si era aggiudicato da poco l’esclusiva per l’acquisto di Creditis, la società di credito al consumo della banca capace di fare 16 milioni di utili l’anno e valorizzata a Chenavari per 80 milioni a fronte dell’80% del capitale. L’operazione si portava dietro anche un accordo distributivo e altri definiti “ancillari”. Un’intesa che i neo commissari Innocenzi e Modiano di recente hanno definita “pessima” per la banca. Nessun accordo di lock up (divieto di vendita per un certo lasso di tempo) fu stabilito come prassi e così Chenavari appena poté vendette subito le azioni Carige. Lo stesso fecero sia il Credito Fondiario che la Sga. Di qui il dubbio che l’acquisto di azioni fosse soprattutto una merce di scambio. Fatto l’affare, molti si sono dileguati. La Sga pubblica ha resistito fino a settembre del 2018 quando scese dal 5,4% all’1,8% riuscendo a limitare le perdite, dato che subito dopo il titolo crollò a picco.
Coincidenza fortunata o fortunosa? Sga all’assemblea del 22 dicembre 2018 si ritrova con l’1,26% del capitale. Se non ha venduto nei giorni terribili tra Natale e il commissariamento ha una minusvalenza di almeno 6 milioni, ma molto più contenuta se non avesse passato la mano prima del crollo. Poca roba a fronte dell’affare che la società pubblica, presieduta da Alessandro Rivera direttore generale del Tesoro e guidata da Marina Natale, ex manager di UniCredit come l’ex ad di Carige Fiorentino e l’attuale commissario Pietro Modiano, può realizzare dalla cessione forzosa degli incagli che Carige dovrà effettuare. Già il prezzo sarà fondamentale per capire se l’affare lo farà la Sga (che ha promesso un margine lordo sui ricavi al 35% al 2023) o la banca.
Finora pare che la partita delle sofferenze e degli incagli l’abbiano vinta i compratori. Del resto è dal 2014 che Carige aveva mostrato il fianco della sua debolezza. Dimezzare forzosamente oltre 7 miliardi di crediti malati ha messo il coltello nelle mani dei compratori. Un vulnus per la banca, divenuto vantaggioso per altri. Accadrà di nuovo ora con la nuova cessione da quasi 2 miliardi di incagli?

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