Buon Natale: Dal Faudo al Tobbio, le nostre antiche vie, camminando sui monumenti

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Il nostro modo di farvi gli auguri è quello di offrirvi questa camminata lungo i percorsi storici, più intimi e suggestivi della nostra regione. L’ha scritta Giuseppe Schivo , che è un camminatore, buona lettura e Buone Feste.

Il Regno Unito è percorso da 340.000 km di strade e autostrade ed è stato verificato che non esiste un luogo lontano più di cinque chilometri da una strada carrozzabile.

Tra il 1930 e il 1990 oltre la metà dell’originale territorio boschivo della sola Inghilterra è stato distrutto e sostituito con rimboschimenti di conifere; quasi tutti i pascoli di pianura sono stati arati o edificati, così come i tre quarti della brughiera.

Il suolo ondulato delle isole britanniche era ricco di affioramenti calcarei, che sono stati esauriti per ricavarne materiale da costruzione; torbiere in formazione o mature sono state sterrate e prosciugate.

In Italia non abbiamo queste statistiche, ma un confronto si può fare con altri numeri: la densità della rete autostradale è pari a 2,82 km/kmq e abbiamo 14.3 km di strade ogni 1000 abitanti.

In Germania che pure potrebbe sembrare più collegata di noi, l’asfalto occupa 1.84 km/kmq e ci sono 8 km di strade ogni 1000 abitanti.

Tutti questi numeri per dire che si fa fatica a ritrovare le antiche vie, che sopravvivono sui monti, e si perdono non appena toccano la pianura, sostituite da strade asfaltate, oppure interrotte da proprietà, o da altre strade che confondono i vecchi tracciati.

Robert Mac Farlane nel suo libro “Le antiche vie” racconta dei percorsi da lui camminati su sentieri che erano noti fin dalla preistoria o da prima della glaciazione.

In un capitolo arriva a ipotizzare che esistessero vie che furono inondate dal mare del Nord, durante lo scioglimento dei ghiacci; strade che univano quella che sarebbe diventata un’isola, la Gran Bretagna, al continente europeo.

Le tracce le ritrova nelle antiche vie che partono dalla costa e vanno verso l’interno, risalendo fiumi e pascoli, attraversando terreni di gesso e torba.

Un sentiero è tracciato e mantenuto da quelli che lo percorrono; l’unico modo per tenerlo in vita è andarci avanti e indietro.

Mac Farlane con i tre volumi Mountains of the Mind, The Wild Places e The Old Ways ha vinto numerosi premi nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

E’ in Old Ways che parla di strade del mare e tracciati preistorici.

E così ho pensato a quanto sarebbe interessante cercare di scoprire quali sono le nostre antiche vie, e me ne vengono in mente un paio, legate a luoghi sacri – secondo le guide – degli antichi Liguri.

Il monte Faudo, dietro a Imperia, punto di arrivo della mezza maratona, domina la valle del Prino a sud est, la valle di  Pietrabruna a sud, la valle Argentina a ovest e la val Carpasina a nord ovest. Sulla cima tondeggiante, al posto di un tempio o di qualche pietra votata agli dei pre celtici, ora si trova una selva di antenne.

Ma è interessante seguire il percorso che lo attraversa. Il monte doveva essere una confluenza di vie che salivano da vari punti lungo una trentina di chilometri di costa, a partire da Porto Maurizio, o da San Lorenzo, o da Santo Stefano. Poi si prosegue per una via di cresta poco battuta e in alcune parti interrotta da massi, vecchie recinzioni in filo spinato e passaggi in mezzo ai rovi, in gallerie di noccioli inselvatichiti appena sotto le cime.

Da lì si raggiunge monte Grande, teatro di un’epica battaglia partigiana, dove i garibaldini espugnarono un avamposto che i tedeschi avevano organizzato in vetta.

Era una posizione da dove potevano tenere sotto scacco la valle Impero, e arrivare con facilità alla valle Arroscia fino a Pieve di Teco attraverso il bosco di Rezzo, oppure, svalicando il vicino passo del Ginestro, dilagare nella val Merula verso Andora, oppure prendere Alassio alle spalle e ancora scendere la valle del Lerrone e arrivare con facilità a Villanova e ad Albenga.

Dal monte Grande si poteva intervenire in velocità su un’area che andava da Albenga fino a Taggia e relativo entroterra.

In pratica, da un solo monte, occupato da una guarnigione di pochi uomini, si poteva controllare circa un quinto della Liguria.

E’ il caposaldo dell’antica via Marenca, o Marenga, uno dei passaggi più importanti dal mare alla pianura che attraversa le Alpi, in una teoria di creste erbose che si trovano su un tracciato fra i 1000 e i 1100 metri, fino ad arrivare allo spartiacque.

Era il cammino utilizzato dai pastori che, partendo da Imperia, raggiungevano in sole ventiquattro ore (così si narra) i pascoli del Monte Saccarello e del Colle di Tenda. Se ne trova notizia in documenti di inizio 1200, periodo in cui questo percorso era considerato un’alternativa alla strada impervia e difficoltosa della Valle Roya (descritta dal Foscolo nelle lettere di Jacopo Ortis) che raggiunge Ventimiglia attraverso spettacolari canyon.

Su questi monti, nei dintorni del passo della Mezzaluna, si trovano pietre conficcate nel terreno e ritenute antichi menhir, o altre costruzioni in pietra consumate dal tempo e dagli elementi.

E’ importante sapere su cosa camminiamo, il suolo che calpestiamo, e che su quelle stesse vie altri uomini prima di noi, prima dei Romani, prima dei Celti e prima dei Liguri avevano posato i loro piedi, portando sale, pesce, farina, olio, frutti, formaggi, miele, e le loro greggi, i loro animali, muli, cavalli, mucche e buoi in transumanza.

E’ importante sapere che noi soltanto percorrendo ancora e ancora, a pezzi o in un unico viaggio dai monti al mare (o viceversa) possiamo ridare un senso a tracciati che tanto senso e importanza hanno avuto per gli antenati, per gli dei che adoravano e per i loro figli e nipoti.

I monti hanno conservato le abitazioni, i luoghi, i boschi abitati dagli antenati. Bisogna provare a guardare le cose con attenzione, a volte rallentare un po’, e notare che tutto il territorio attorno a Toirano e nel Finale era abitato. Il trail del Marchesato passa in mezzo ai boschi aspri e si insinua in mezzo ai calcari ruvidi e pieni di buchi, dove loro vivevano. E’ importante saperlo.

Poco lontano, provate a fare un passo fino al santuario di Verezzi, passando accanto alle case della borgata in alto del paese. Vedrete le case in pietra del posto, così diverse dalle case liguri. Qui la pietra è viva, ed è la stessa pietra che gli antenati usavano per costruire le loro case. Quelle case sono le stesse degli antenati, i buchi dove vivevano si trovano venti metri sopra.

Ad Alpicella, lungo la strada per il Beigua, c’è il sentiero megalitico. Parliamo di un sentiero che molti conoscono, e che senza le indicazioni non verrebbe notato, perché quei pietroni messi a delimitarne il percorso qualcuno doveva averli messi. E la domanda è: che bisogno c’era di usare dei massi di quelle dimensioni? Per trasportarli e piazzarli c’era bisogno di una grande forza animale, ma a quale scopo segnare una strada in modo così evidente? C’era qualcosa di importante nelle vicinanze da giustificare questa impresa? Ora ne vediamo un frammento lungo un centinaio di metri, ma quanto sarà stata lunga in origine? C’era davvero bisogno di un guard rail di quelle dimensioni per delimitare una via commerciale? O era una via sacra?

E possiamo immaginarci un’altra via, che dal mare, da Crevari o da Arenzano, porti fino in vetta al Tobbio, passando dal Faiallo, lungo la strada di cresta che attraverso il monte Penna porta ai laghi del Gorzente. Alcune guide raccontano che il Tobbio era sacro agli antichi abitanti del luogo, Liguri o loro antenati.

In vetta si trova un bivacco con cappelletta annessa, ma potrebbe esserci sempre stato qualcosa lassù in cima, e gli uomini con le loro diverse religioni hanno sempre costruito sull’esistente. Non ci sono prove, ma si può pensarlo.

Tracce dei nostri più lontani antenati sono state trovate ai Balzi Rossi, che potevano essere il terminal di un sentiero che collegava la val Vermenagna (Limone) con la pianura e il mare?

Mentre siamo in coda in autostrada la domenica sera, siamo abituati a pensare alla nostra regione in termini est – ovest, destra – sinistra, ma dobbiamo riorientarci con un ribaltamento di novanta gradi, che unisca a questa direzione, la dominante, a quelle antiche e sottostanti  in direzione sud – nord, basso – alto, a pettine, dalla costa alla pianura, attraverso le creste dei monti.

In fondo, se pensiamo che Genova ha aperto la prima strada carrabile verso Sampierdarena soltanto agli inizi dell’Ottocento, è facile intuire come nella gran parte della regione mancassero del tutto i collegamenti est-ovest, mentre le vie del sale erano state aperte e percorse decine di migliaia di anni prima.

Se consideriamo che l’uso del cemento si è diffuso negli ultimi 150 anni e l’asfalto dalla nascita dell’automobile, e che il loro impiego ha ridisegnato le vie di comunicazione e spesso cancellato o sostituito, o portato all’abbandono le antiche vie, otteniamo che l’idea del mondo che abbiamo è recente, modellato sull’urbanizzazione e la motorizzazione di massa, a fronte di decine di migliaia di anni in cui uomini e animali hanno percorso gli stessi sentieri e strade ricavati dal fondo delle valli (ora cancellati) e dalle creste dei monti.

Sono questi che possiamo far rivivere, riscoprendo un legame più antico e profondo.

Pensate al monte Faudo e al Tobbio; in mezzo mettete altre cime, a portata di vista le une alle altre, e si otterrà un sistema di controllo del territorio, un legame della terra con gli occhi e i piedi di chi vedeva e camminava sopra. Come i punti salienti di una carta su cui costruire percorsi e accanto a questi rintracciare gli altri luoghi: pascoli, campi, boschi, villaggi.

In mancanza di carte geografiche, rilevazioni geodetiche e trigonometriche, gli antichi costruivano le loro mappe nella mente, e quei monti erano i punti salienti attorno a cui ruotava il loro mondo.

Durante un giro nei boschi dietro a Zoagli, in una piovosa giornata di primavera, avevamo chiesto la strada a un contadino, che ci aveva accompagnato per un tratto lungo la sua fascia ancora gerbida.

Parlando del più e del meno eravamo arrivati al bosco di faggi e castagni.  Durante i saluti, guardandomi negli occhi, mi aveva detto che a primavera si poteva sentire la linfa salire in alto, lungo i tronchi.

Per un momento non avevo capito, e lui mi aveva cercato con gli occhi, per un’intesa che io non avevo potuto condividere. Ma forse lui aveva conservato capacità che ignoravo, e che ignoro tuttora.

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