Brignoli, la maglia della Sampdoria per pochi istanti. E cinque gol

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di Stefano Rissetto
L’ultima è la giornata del vecchio e del bambino, della solitudine al quadrato dei numeri irreali. Sabato scorso Alberto Brignoli, in casa della Juventus che ne controlla il cartellino, ha giocato la prima e ultima partita nella Sampdoria: a ventiquattr’anni è considerato un “giovane”, per quanto alla sua età – potenza della curvatura einsteiniana del tempo – Pagliuca avesse già vinto quasi tutto, dallo scudetto (tre mesi prima che il remotissimo erede nascesse) alla Coppa delle Coppe passando per due Coppe Italia. Ma Pagliuca non era un dodicesimo, non lo era mai stato neanche da dodicesimo, in avvio di carriera: Brignoli sì, questo ha fatto per un anno dietro Viviano, un numero uno che per dispetto a se stesso gioca col 2.
L’ultima è la giornata degli ultimi che mai saranno i primi. Alberto Brignoli non era ancora nato, forse neppure i suoi genitori si conoscevano, quando un altro portiere di riserva debuttò nel Doria all’ultima giornata. Era il 18 maggio 1975: dopo una salvezza a duecento secondi dalla fine del torneo e un’altra in estate grazie agli avvocati dello studio di Giuliano Vassalli, ingaggiati dal presidente Colantuoni e capaci di far pagare l’illecito sportivo a Foggia e Verona che si erano salvate sul campo, la Samp aveva evitato la retrocessione con ben un turno di anticipo.
Festa grande, così, a Marassi: saggio ginnico dei pulcini a formare una “A” grande come il campo, il pallone della partita arrivato in volo con una mongolfiera discesa dal Righi: nemmeno il giorno del tricolore, sedici anni dopo, l’euforia sarebbe stata così scenografica.
A fronte di tanta gioia, la tristezza del numero dodici. Portava la maglia nera, si chiamava Claudio Bandoni, lucchese di provincia, per due stagioni aveva fatto da rincalzo al titolare fisso Massimo Cacciatori, cinquantanove partite passate a guardare. Poi, quel pomeriggio, l’allenatore Corsini aveva deciso di farlo entrare negli almanacchi, concedendo una presenza almeno al portiere che a fine stagione sarebbe stato congedato. Ma Bandoni non avrebbe avuto la soddisfazione di una partita intera: ripartita la mongolfiera, in campo col numero 1 era entrato Cacciatori, che aveva pattuito con la società un premio in caso di stagione giocata per intero, gli serviva quindi la presenza. Così, dopo un paio di minuti, al primo fallo laterale ecco la sostituzione: finalmente, Bandoni in campo, tra i pali sotto la Sud.
Non fu una festa, ma un tirassegno. Davanti a un bambino che stava lassù in gradinata, che sognava di diventare portiere anche lui e se gli fosse andata male allora giornalista, il portiere toscano andò, senza saperlo, a far la parte della donna del lanciatore di coltelli ubriacatosi per rancore. Prese quattro gol, con più sfortuna che colpa, la partita finì in sconfitta, una sconfitta che non faceva male ma metteva comunque malinconia. In quella Sampdoria giocavano insieme Lippi e Repetto, il secondo a segno per il 3-4 nel finale: il libero sarebbe stato il ct campione del mondo nel 2006, l’attaccante il… suocero del calciatore simbolo del successo di Berlino, perché sua figlia Jessica avrebbe sposato Fabio Grosso. Ma allora tutto era ancora da scriversi, oppure già scritto dove nessuno sa leggere.
Brignoli, di gol, dalla Juventus ne ha presi cinque, uno in più di Bandoni che a fine gara aveva lasciato il campo salutando la gradinata Sud con un cenno di scuse, allargando le braccia come non era riuscito davanti agli attaccanti della Fiorentina. Al bambino che sognava di fare il portiere Bandoni sembrava un vecchio, con i suoi trentacinque anni, perché quando stai finendo le elementari la vecchiaia comincia a trent’anni. Invece arriva più tardi, o forse prima o mai.

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