Breve abbecedario di Genova/5 – FINE

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RR
Negli ultimi anni della sua carriera l’artista statunitense Allan Sekula si è dedicato a documentare il sistema del traffico commerciale marittimo. Il suo film The Forgotten Space del 2012 è un capolavoro che analizza la scala e l’impatto della navigazione e allo stesso tempo, come indicato nel titolo, rimarca come si tratti di un mondo che sfugge alla nostra attenzione. Sono pochissimi gli oggetti nelle nostre mani che non abbiano viaggiato attraverso oceani, eppure l’accumulazione di esperienze e storie che si raggrumano nei porti contemporanei ci è quasi ignota, perché è rappresentata molto poco.
Perché un porto funzioni deve esistere un sistema complesso di attori, che agiscono in sincronia in acqua e sui moli, e Sekula rappresenta questa rete mondiale di lavoratori in maniera emozionante.
Dal 1921, nel porto di Genova le operazioni di traino dei bastimenti sono effettuate dalle imbarcazione della Rimorchiatori Riuniti, il cui logo composto da due R sovrapposte ricorda quello della Rolls Royce. La compagnia possiede 62 rimorchiatori portuali (che nel 2013 hanno spostato oltre 19000 navi, in otto porti diversi) e 18 d’alto mare: si tratta di navi di piccola stazza, che sono però dei concentrati di potenza mostruosa e di agilità, manovrati da equipaggi altamente specializzati. Tradizionalmente le navi di RR portano il nome di un paese: nel luglio del 2014 Messico, Inghilterra, Svezia, Norvegia, Spagna, Finlandia, Belgio e Olanda hanno condotto il relitto della Costa Concordia dall’isola del Giglio al terminale di Voltri per essere infine demolito.

San Giorgio
Il palazzo che era la sede della prima banca della città (e, per alcuni storici, del mondo) ospita l’Autorità Portuale. A Genova non si butta via niente.

TEU
Il TEU è l’unita di misura del traffico marittimo. Significa Twenty Foot Equivalent Unit e corrisponderebbe al volume di un container. Di fatto è una misura inesatta, dato che le dimensioni precise e condivise di un container non esistono. In un’era di precisione tecnica, il mondo dei porti sembra resistere alla logica della standardizzazione, richiamando un momento quando ogni città adottava il proprio sistema di misurazione. Nel 2013, il porto di Genova ha spostato quasi due milioni di TEU (le statistiche di calcolo di questi indicatori sono ugualmente complesse), Rotterdam poco meno di dodici milioni. Aumentare il numero di TEU, ossia di container, è l’ossessione dell’industria dei trasporti via mare: navi mercantili sempre più capienti richiedono quindi banchine, aree di movimentazione e macchinari (le gru soprattutto) sempre più grandi. I porti sono quindi in permanente stato di costruzione e ristrutturazione. Paradossalmente, mentre tutti gli indicatori aumentano, l’elemento umano, ossia il lavoro, diminuisce. L’introduzione del container nel 1956 ha di fatto ridotto la necessità di personale specializzato, la robotica e i computer hanno fatto il resto. Un porto contemporaneo assomiglia a un balletto meccanico, dove GPS, radar e sensori organizzano un flusso calibrato al secondo tra navi, gru, treni e camion, che sembra prescindere sempre di più dei lavoratori.

Terramare
Con un colpo s’ammazzano due piccioni. Dragando il fondale del porto si recupera materiale inerte con cui colmare lo specchio d’acqua della Calata G. Bettolo. In questo modo diventerà possibile che attracchino i grandi mercantili di ultima generazione della compagnia MSC, la seconda società di navigazione del mondo, curiosamente con sede a Ginevra. L’appalto, una delle più grandi opere pubbliche in corso di sviluppo in Italia, è suddiviso tra due imprese di costruzione, Tecnis, di Catania, che costruisce e Boskalis, finlandese, che distrugge sotto il livello dell’acqua, utilizzando draghe ed esplosivi subacquei. La società controllata da Boskalis che opera a Genova si chiama Terramare, nome quanto mai adatto per descrivere la totalità dell’intervento, anche se ricorda certi piatti composti di funghi e frutti di mare serviti nelle trattorie alla buona. Il nome è in ogni caso più famigliare di Wodan, Tiukka, Cara e Ada 5, le chiatte galleggianti e le draghe, che suonano come se uscite da un catalogo Ikea. La definizione nel gergo ingegneristico dell’opera che creerà un nuovo piazzale per container, è “tombamento”: insieme alle tonnellate di detriti compattati si stanno seppellendo migliaia di frammenti e rifiuti accumulati per decenni sul fondo del porto, creando un grande cenotafio (una tomba senza il corpo) della navigazione mondiale.

Valparaíso
Rubattino, Canepa, Schiaffino, Parodi. Sono alcuni dei nomi della toponomastica di Genova e del porto. Ma sono anche i cognomi che si ritrovano a Valparaíso, in Cile, a Lima, in Peru, a Guayaquil in Ecuador o nel quartiere della Boca a Buenos Aires. Già nel XVI secolo, i galeoni carichi d’argento del Pacifico e dei Caraibi dell’impero spagnolo impiegavano capitani e marinai liguri, che sbarcati a terra fondarono colonie genovesi, ancora molto forti. Si pensa che i genovesi si sino fermati a Valparaíso, vista la similitudine orografica (come per Singapore a Voltri). Più tardi, nel XIX secolo, la povertà dell’Italia unita spinse interi paesi delle due riviere liguri a cercar fortuna in Argentina e Brasile. In Italia, la memoria di questa presenza in Sudamerica è svanita. Il colonialismo genovese è avvenuto o per vie indirette, come con Cristoforo Colombo e i suoi famigliari, venditori dei propri servizi alla corona di Spagna o precedentemente nel Medioevo, in maniera puntuale attraverso l’apertura di presidi ed empori commerciali sulle coste del Mediterraneo (a Tunisi, a Tripoli in Libia, sulle coste del Libano e di Cipro o possedendo un intero quartiere, Galata, a Istanbul). Oggi, siccome la storia vive di inversioni di rotta, gli immigrati dall’Ecuador e dal Peru hanno rivitalizzato alcuni quartieri. A San Pier d’Arena, a ridosso del porto, si concentrano gli Ecuadoriani, spesso impiegati come badanti dei genovesi “di razza”, sempre più anziani.

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