Bertone, Volpi, Toti e i nuovi signori del cemento

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di Ferruccio Sansa*

Il braccio di cemento armato di Tarcisio Bertone: ecco Gianantonio Bandera. Prima nella curia di Genova, poi al Bambino Gesù. Infine per ristrutturare l’attico con vista San Pietro. C’è sempre lui. Il nome è vagamente hollywoodiano, ma l’uomo ha scelto un bassissimo profilo. Praticamente nessuno si ricorda il suo viso.
Bandera è una figura chiave della trasformazione di Bertone: da vescovo di provincia, a cardinale che strizza un occhio agli affari e alla politica. Si comincia in piccolo, quando la Curia di Genova, presa dalla febbre per il cemento, riempie le parrocchie di parcheggi. Basta campetti degli oratori, meglio i box. Tra gli imprenditori di fiducia c’è Bandera. Passa inosservato finché la Curia lo nomina consigliere della Magistratura della Misericordia di Genova. Carica onorifica? Mica tanto, qui ci ballano molti milioni, si amministra un patrimonio immobiliare enorme. La Magistratura diventa il trampolino di lancio per due figure di potere targate Curia di Genova: Bandera e Marco Simeon, giovanissimo avvocato senza troppa esperienza, che lascia Sanremo e la pompa di benzina del padre per diventare priore della Magistratura (prima di essere proiettato in Vaticano alla corte di Capitalia e infine in Rai). Le cronache – siamo nel 2008 – raccontano di cene di gala del Magistrato della Misericordia dove Bandera e Simeon accolgono la Genova che conta: procuratori, costruttori, imprenditori dalemiani, ma anche politici (Claudio Scajola, Luigi Grillo e Daniela Santanchè). Perché tanti vip? “Beneficenza”, la risposta.
Ma presto la corte di Bertone emigra in massa a Roma. “Ricordo più uomini d’affari che gente di preghiera”, così un prelato racconta quel periodo. Simeon diventa ambasciatore di Capitalia in Vaticano e poi plana in Rai. Il manager Giuseppe Profiti – coinvolto e poi assolto in Mensopoli, e ricevuto in udienza privata da Benedetto XVI all’epoca dello scandalo – va a guidare il Bambino Gesù. Infine Bandera, l’uomo che si muove nell’ombra: “Certo che conosco il Cardinale. Ma non ho mai fatto affari con la Curia”, disse all’epoca. Una cosa è sicura: nella Roma dell’era Bertone a Bandera vengono affidati parecchi progetti. Uno in particolare, caro al Vaticano, ma molto contestato: auditorium, uffici e laboratori per l’ospedale Bambino Gesù. Secondo l’allora presidente dell’XI municipio, Andrea Catarci, 23 mila metri cubi sopra le catacombe di Santa Tecla, “in una zona patrimonio dell’Unesco”. Sono gli anni della battaglia tra l’ospedale pediatrico di Roma (sotto l’ala di Bertone) e il Gaslini di Genova caro ad Angelo Bagnasco. Stravince l’allora Segretario di Stato: il Governo italiano gli passa 50 milioni l’anno di finanziamenti.
Bandera continua a tenere un piede in Liguria. E stringe un’alleanza non casuale: Gabriele Volpi, l’uomo diventato miliardario con il petrolio nigeriano. Che strizza un occhio agli imprenditori amici di Bertone e un altro, oggi, a Giovanni Toti, Flavio Briatore e Gianpiero Fiorani. Ecco Bandera per anni nelle società di Volpi: dalla Pro Recco di pallanuoto allo Spezia calcio. Ma soprattutto in una costellazione di immobiliari nate per costruire intorno al monte di Portofino. In particolare il nuovo porto di Santa Margherita (oggi Bandera ha ceduto la sua quota).
Un uomo quasi sconosciuto. Per molti addirittura senza volto. Perfetto per fare da trait d’union tra Tarcisio Bertone, la politica e un miliardario che vuole reinvestire i soldi del petrolio nigeriano. Ma la stella di Bertone è tramontata e nemmeno Gianatonio Bandera sa più dove sia.

da Il Fatto Quotidiano del 10 novembre 2015

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