BEATI GLI ULTIMI?

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Beato Angelico, Il discorso della montagna

 

 

Liguritutti è un blog ‘laico’. Ma oggi è il giorno dei Santi, in chiesa si leggono le Beatitudini. Che parlano a tutti, non soltanto a chi crede. Ecco il commento di Paolo Farinella.

Il Vangelo della festa dei Santi

*don Paolo Farinella

Ap 7,2-4.9-14; Sal 24/23,1-2; 3-4ab; 5-6; 1Gv 3,1-3. Mt 5,1-12a.

 

Narra un midràsh ebraico[1], ripreso anche da un apocrifo, che dopo aver creato la terra, prima di creare l’uomo, al crepuscolo del quinto giorno della creazione, Dio incaricò l’arcangelo Michèle di raggiungere i quattro angoli della terra a nord, a sud, ad est e a ovest, e di portargli un pizzico di polvere da ogni angolo, con cui avrebbe creato Àdam, simbolo di tutta l’umanità. Non esiste, dunque, angolo della terra, che non sia sotto il segno di Dio. Egli, infatti, ricevuta la polvere dei quattro punti cardinali, impastò, diede forma, animò e infine «ecco l’uomo» che nell’intenzione divina non è bianco, nero, giallo, residente o migrato, cittadino o straniero, con passaporto o senza, ma è solo «Àdam», cioè il «genere umano»[2]. Ogni individuo per definizione, per scienza e per rivelazione, porta in sé tutta l’umanità e tutta l’umanità è contenuta in ogni persona, uomo o donna, di qualunque paese, nazione, cultura e lingua (cf Ap 7,9); ogni individuo, infatti, ha solo una caratteristica: è «immagine eterna di Dio». Nessuno la può violare senza compiere un sacrilegio.

La memoria di Tutti i Santi è la solennità dell’universalità ecclesiale e della fede, la Chiesa dà forza teologica a questa realtà, celebrando la festa di «tutti i Santi e di tutte le Sante del cielo e della terra»[3], senza differenze, come dice la 1a lettura tratta dall’Apocalisse: «Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9). Com’è bella questa prospettiva! Nessuno è straniero, ma tutti siamo cittadini; nessuno è «extra-comunitario», ma tutti siamo figli di un solo Padre e quindi figli in una sola famiglia; nessuno è di un’altra razza (insulto alla scienza e alla ragione!), ma tutti siamo cittadini del mondo; nessuno è superiore perché tutti siamo figli del «Padre», del dolore, della gioia e della speranza. Prendiamo atto di appartenere alla «Chiesa Cattolica», cioè «universale» per sua natura, ma anche per mandato del Signore.

Oggi è il giorno dell’universalità per eccellenza, per cui questa celebrazione porta a compimento pieno quanto ci aveva anticipato la liturgia nella domenica 30a del tempo ordinario-A, con la messa in guardia di non maltrattare lo straniero (cf Es 22,20-26), perché tutti gli stranieri sono, come noi, figli sotto la protezione di Dio. La fede cristiana espressa nella liturgia odierna è incompatibile con chi nutre sentimenti razzisti, antisemiti e anti-immigrati. Chi si dice credente e ancora vota partiti che hanno fatto o fanno del razzismo e della demonizzazione dello straniero la loro bandiera, non può celebrare l’Eucaristia perché radicale è l’incompatibilità, senza possibilità di mediazione.

Oggi il richiamo alla «santità» non fa riferimento a un «modello eroico» di vita, ma alla condizione ordinaria della vita cristiana che non può non essere «santa», se non altro per il principio di causa/effetto: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2; 11,45; 20,7.26). È la coerenza all’interno di una relazione che si fonda sulla coscienza di vivere in ogni condizione di esistenza, indipendentemente dai condizionamenti di qualunque genere, un rapporto privilegiato di Dio che si manifesta nella vita di ciascuno. Un padre, una madre, un educatore sono credibili solo se quello che pretendono dai figli, essi lo vivono prima di chiederlo, altrimenti c’è scollamento e perdita di autorità. Nessuno è chiuso all’azione di Dio, ma tutti siamo chiamati a rendere visibile e credibile il volto di Dio attraverso la nostra credibilità. In questa prospettiva, alle coppie che felicemente convivono, sposati in chiesa, in comune o solo conviventi; ai separati, ai divorziati e ai gay, oggi giunge un messaggio chiaro e forte: restate perché l’Eucaristia è il vostro posto e voi siete il «luogo» dove Dio risiede. Nessuno, infatti, è estraneo a Dio e nessuno può essere privato dell’Eucaristia che è «il pane del cielo [dato] per la loro fame» (Ne 9,15; cf Gv 6,51) come nutrimento per portare insieme i pesi e compiere ogni legge: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2).

Ai razzisti, agli xenofobi, invece, occorre dire: andate perché non potete celebrare l’Eucaristia, che è il sacramento della fraternità universale e la mensa alla quale il Padre nutre i suoi figli, specialmente coloro che hanno coscienza di non esserne degni: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato» (Pr 9,5) e più esplicitamente: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Lc 5,31). Non c’è Eucaristia senza coerenza del cuore e dell’anima con i nostri pensieri e i nostri sentimenti. Chi nutre pensieri razzisti o considera i migranti come esseri inferiori e, mentendo, li ritiene colpevoli di ogni nefandezza, commette un grave peccato contro la stessa persona di Dio. Davanti a Dio che è «Padre nostro» possiamo stare solo a condizione di riconoscere e accettare gli altri, tutti, come nostri uguali con gli stessi diritti e gli stessi doveri, consapevoli che essere cristiani significhi riconoscere che Gesù è un Giudèo, un emigrante, un perseguitato, un ricercato dalla polizia di Stato, un morto ammazzato con l’accusa di essere un sobillatore.

 

Facciamo festa oggi perché è la festa di tutti i battezzati nella santità di Dio che ci genera suoi figli e figlie per portare nel mondo la rivoluzione cristiana: annunciare che un nuovo mondo sorge dalle macerie del vecchio, un mondo fatto di uomini e donne nuovi che annunciano un’èra di pace universale, senza divisioni, senza distinzioni, senza nazioni, perché il mondo intero è radunato sul monte del Signore, rappresentato da questo altare sul quale insieme spezziamo il pane e distribuiamo il calice per tutte le genti. Oggi, festa di tutti i Santi e di tutte le Sante del cielo e della terra, ascoltiamo l’invito ad essere non piccoli come gli uomini, ma grandi, immensi e sconfinati come Dio stesso, che ha il cuore spalancato sul volto di ogni uomo e di ogni donna.

 

Nel Nome di Yhwh, il Santo d’Israele (Sal 71/70,22; 89/88, 19, ecc; Is 1,4; 5,19, ecc.), viene a noi Gesù di Nàzaret, il Messia, il Santo di Dio che nel momento della sua morte lascia in eredità la stessa santità di Dio, lo Spirito Santo, cosicché la vita trinitaria diventa il fondamento della santità della chiesa in ogni tempo e luogo. Entriamo dunque nella beatitudine dell’Eucaristia, il Santo dei Santi per eccellenza, dove possiamo vedere il volto di Dio come egli è, fragile come un pane e povero come la parola, ma possiamo anche comunicare con lui e in lui con tutti gli uomini e le donne di buona volontà che costruiscono un mondo nuovo proiettato verso l’unità e l’universalità senza limiti. Facciamo nostro l’invito dell’antifona d’ingresso: «Rallegriamoci tutti nel Signore in questa solennità di tutti i Santi: con noi gioiscono gli angeli e lodano il Figlio di Dio».

 

Spirito Santo, tu sei il sigillo di salvezza che ci ha segnati nel battesimo.      Veni, Sancte Spiritus!

Spirito Santo, tu sei il Maestro che ci guida all’incontro finale con Dio.                   Veni, Sancte Spiritus!

Spirito Santo, tu sei la luce che svela il volto dell’Agnello di Dio.                 Veni, Sancte Spiritus!

Spirito Santo, tu sei forza che sostiene chi fatica a salire il monte di Dio.                 Veni, Sancte Spiritus!

Spirito Santo, tu ci insegni che il vero Povero di spirito è Gesù.                                Veni, Sancte Spiritus!

Spirito Santo, tu ci conduci a Gesù, mite ed umile nel cuore.                                    Veni, Sancte Spiritus!

Spirito Santo, tu sei la nostra fame e sete insaziabili di giustizia.                   Veni, Sancte Spiritus!

Spirito Santo, tu ci educhi alla scuola della pace dei figli di Dio.                  Veni, Sancte Spiritus!

Spirito Santo, tu ci abiliti a celebrare l’Eucaristia, nostra beatitudine.                        Veni, Sancte Spiritus!

 

Un midràsh ebraico racconta che da Àdam in poi, quando una generazione pecca, la Gloria/Kabòd di Dio si ritira verso il cielo allontanandosi dalla terra, mentre quando una generazione si converte, la Gloria/Kabòd scende e si avvicina alla terra[4]. Chiediamo a Dio di appartenere alla generazione che lo avvicina alla terra: per riconoscerlo Uomo tra gli uomini, Dimora / Shekinàh tra di noi della tenerezza della Santa Trinità che invochiamo:

 

(Ebraico)[5]

Beshèm

ha’av

vehaBèn

veRuàch haKodèsh.

’Elohìm Echàd.

Amen.

(Italiano) Nel Nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito.       Dio unico.

 

Oppure

 

(Greco)[6] Èis to ònoma toû Patròs kài Hiuiû kài toû Hagìu Pnèumatos Ho mònos theòs

Amen.

(Italiano) Nel Nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito L’unico Dio.

 

Non devastate la terra… L’Apocalisse sottolinea, con la dilazione temporale, la concessione di un tempo supplementare di salvezza. La condanna e la distruzione sono sospesi perché noi ora possiamo radunarci attorno al Dio vicino ed essere con lui in comunione di vita: ci è concesso un tempo ulteriore perché ci è data un’altra possibilità di conversione. La festa di oggi è intimamente connessa con la commemorazione dei defunti che celebreremo domani, perché i nostri morti sono parte viva della Gerusalemme celeste che sulla terra inizia il proprio cammino di pellegrinaggio. Per essere sempre pronti e liberi da ogni impedimento, esaminiamo la nostra coscienza e con l’aiuto dello Spirito Santo, invochiamo il dono della teshuvà/conversione del cuore.

 

[Breve, ma reale pausa di silenzio per l’esame di coscienza, poi le invocazioni sono in ebraico]

 

Signore, nostro re, tu sei il Santo d’Israele, abbi pietà di noi.              

Ki ladonài maghinnènu we-liqdòsh Israèl, malkènuTu, Signore, sei nostro scudo e il Santo d’Israele, nostro re. Kyrie, elèison (Sal 89/88,19).

Cristo, tu sei il Santo di Dio, abbia pietà di noi.

Qedoshìm, ki qadòsh attàh – [Saremo] santi perché santo sei tu. Christe, elèison (Lv 20,7).

Signore, Sposo della Chiesa santa, abbi pietà di noi.

Rachamèka rabìm, Adonài – Le tue tenerezze sono grandi, Signore. Pnèuma, elèison (Sal 119/118,156).

 

Dio onnipotente, per i meriti dei Santi e delle Sante del cielo e della terra, per i meriti dei Patriarchi e delle Matriarche d’Israele e degli Apostoli della Santa Chiesa, abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna. Amen.

 

GLORIA A DIO NELL’ALTO DEI CIELI e sulla terra pace agli uomini, che egli ama. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa, Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente. [Breve pausa 1-2-3]

 

Signore, Figlio Unigenito, Gesù Cristo, Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre: tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi; tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica; tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi.  [Breve pausa 1-2-3]

 

Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo: [Breve pausa 1-2-3]

 

Gesù Cristo con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Amen.

 

Preghiamo (colletta). O Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi e di tutte le Sante, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli e sorelle, l’abbondanza della tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo figlio che è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

MENSA DELLA PAROLA

Prima lettura Ap 7,2-4.9-14. Il brano di oggi è tratto dalla seconda parte del libro dell’Apocalisse: il settenario dei sigilli (cf Ap 4,1-8,1). Descrive il 6° sigillo, il più importante, perché riguarda la fine della storia. Per descrivere l’intervento di Dio l’autore si serve di tre visioni. La liturgia riporta la 2a e la 3a che descrivono i 144.000 segnati e la folla enorme che nessuno poteva contare. L’autore s’ispira ad Ezechièle (9,4-6) che segna sulla fronte quelli che non hanno ceduto all’idolatria. Dio stesso porrà il sigillo della salvezza sulla fronte di tutta l’umanità. Le 12 tribù nominate due volte [12 x 12 x 1.000=144.000] sono Israele (12 Tribù) e la Chiesa (12 Apostoli). La folla della 2a visione «che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua» (v. 9) descrive tutti i credenti di ogni tempo fino alla fine della storia.

 

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,2-4.9-14

Io, Giovanni, 2vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: 3«Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». 4E udii il numero di coloro che furono

segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. 9Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. 10E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». 11E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: 12«Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». 13Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?».14Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Parola di Dio.              Rendiamo grazie a Dio.

Salmo responsoriale 24/23,1-2; 3-4ab; 5-6. Il salmo 24/23 insieme ai salmi 15/14 e 134/133 è un salmo liturgico processionale, cantato durante la processione mentre l’arca varcava la soglia del tempio. L’arca è simbolo della Shekinàh/Dimora/Presenza di Dio. Alla domanda dei pellegrini: «Chi potrà salire il monte del Signore?» il levita rispondeva elencando le qualità morali per ascendere al tempio, alla presenza della Shekinàh \ Dimora. Il ritornello è un evidente ripresa della 6a beatitudine del vangelo odierno.

 

Rit. Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.

 

  1. 1Del Signore è la terra e quanto contiene:
    il mondo, con i suoi abitanti.
    2È lui che l’ha fondato sui mari
    e sui fiumi l’ha stabilito. Rit.
  2. 3Chi potrà salire il monte del Signore?
    Chi potrà stare nel suo luogo santo?

4Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli. Rit.

  1. 5Egli otterrà benedizione dal Signore,
    giustizia da Dio sua salvezza.

6Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. Rit.  

 

 

Seconda lettura 1Gv 3,1-3. La prima parte della 1a lettera di Gv è centrata sui termini «comunione» e «conoscenza» di Dio. Ora, nella seconda parte, l’autore sviluppa gli stessi temi dal punto di vista dell’essere «figli di Dio» non in modo simbolico, ma concreto e sperimentale. Gli eretici, coloro che mettono in dubbio l’incarnazione umana di Gesù, sono avvertiti: alla fine noi «vedremo Dio come egli è» (v. 2) e non simbolicamente. Già fin d’ora ne abbiamo l’anticipo nell’Eucaristia.

 

Dalla Prima lettera di san Giovanni apostolo 3,1-3

Carissimi e carissime, 1vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 2Carissimi e carissime, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. 3Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Parola di Dio.              Rendiamo grazie a Dio.

 

Vangelo Mt 5,1-12a. Le Beatitudini sono la solenne introduzione di stampo profetico al 1° discorso programmatico di Gesù che conosciamo come il discorso della montagna. Una Toràh rinnovata scende dal nuovo Monte della rivelazione: non più una parola scritta sulle tavole di pietra, ma la Parola incarnata, cioè il Lògos fatto Uomo. Ora è Dio stesso che insegna e chiama i popoli al Monte di Dio realizzando così la profezia di Isaìa 2,1-5: la convergenza finale e pacifica di tutti i popoli sul suo Monte per ascoltare la Parola del Signore. Ecco la Parola: sette beatitudini sono rivolte a noi perché non ascoltiamo più per mezzo dell’intermediario Mosè, ma ora anche noi possiamo sedere accanto al Signore (v. 2) che ci chiama «beati» perché vediamo e ascoltiamo il Verbo della vita «così come egli è» (1Gv 3,2).

 

Canto al Vangelo Mt 11,28

Alleluia, alleluia. Venite a me, / voi tutti che siete stanchi e oppressi, / e io vi darò ristoro. Alleluia.

 

Dal Vangelo secondo Matteo 5,1-12a.

In quel tempo, 1vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: 3«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. 5Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. 6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. 8Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Parola del Signore.                  Lode a te, o Cristo.

 

Spunti di omelia

Premessa-1. – La prima reazione che si ha nel leggere queste affermazioni secche e determinate, induce a pensare a una «contraddizione» che, di primo acchito, può sembrare anche un’assurdità. Da una parte la «felicità» (beati) è scontata per alcune categorie di persone come «gli operatori di pace e i puri di cuore» per i quali appare ovvio che siano oggetto di «felicità». Dall’altra, lascia interdetti abbinare la «beatitudine» a condizioni di vita che «oggettivamente» sono la negazione di qualsiasi «felicità/beatitudine», perché sono lo stato dell’inferno in vita. Come si può dire «beato» il povero, l’afflitto, l’affamato, senza essere accusati di stare «fuori dalla storia»? Da che mondo è mondo la felicità è sinonimo di ricchezza come infelicità lo è di povertà. È necessario prendere coscienza di questa «distanza» se vogliamo cogliere la novità del vangelo, altrimenti si scade nella posizione di chi afferma che esso sia un bell’ideale, ma irrealizzabile in terra.

 

«Fin dall’introduzione (Beatitudini) al suo primo discorso costituente, Gesù fa un appello “strettamente, rigorosamente politico”. Chi sono quelli che Gesù chiama beati? Sono coloro che sono riusciti bene, perché hanno capito, centrato, qual è il senso della vita. Infatti beati non vuol dire felici, nel senso che diamo noi normalmente al termine per indicare coloro che se la passano bene nella vita, ma vuol esprimere ciò che provano quelli che hanno colto nel segno il senso vero dell’esistenza… Questa non è un’utopia! Dobbiamo aspirare a questo, e se la religione non ci aiuta essa non serve più. La religione non deve solamente aiutarci a soddisfare il nostro bisogno di protezione e di sacralità, ma deve educarci, formarci, trasformarci. L’ideale non è di moltiplicare i culti, l’ideale vero è quello di raggiungere la somiglianza col Padre»[7].

 

Il discorso di Gesù è chiaramente un discorso «politico» perché propone un chiaro e determinato capovolgimento antropologico che cambia i rapporti di forza tra ciò che chiamiamo «potere» e ciò che intendiamo con «servizio». Le «beatitudini» sono un pugno nello stomaco al potere religioso del suo tempo, centrato sul concetto di «purità» cultuale e sociale e del potere civile dominante che usava i poveri e gli afflitti come carne da macello. O il potere si trasforma in servizio o il regno di Dio, che appartiene ai poveri, è in netto contrasto, anzi in opposizione a tutto ciò che non lo è. Servizio vuol dire che chiunque esercita una qualsiasi attività nella «città terrena» deve avere avanti a sé, come progetto, il criterio della socialità come dono, «essere per l’altro». Nessuno può realizzare se stesso, partendo da sé per finire in sé, ma ognuno può essere il massimo di sé solo partendo da sé per raggiungere l’altro e da qui ripartire per coinvolgere tutti gli altri con l’obiettivo di realizzare in terra, non in cielo, nella storia, non dopo la morte, «il germe e l’inizio» (Lumen Gentium, n. 5).

 

Premessa-2. – Il vangelo di Mt mette in bocca a Gesù cinque grandi discorsi per equipararlo agli occhi degli Ebrei divenuti cristiani come un novello Mosè, anzi superiore a lui. La tradizione giudàica attribuiva a Mosè i primi cinque libri della Bibbia, che noi conosciamo come «Pentatèuco»; ora l’evangelista presenta Gesù come autore di cinque discorsi, un vero nuovo Pentatèuco che attua quello mosaico e apre nuove prospettive più ampie. I cinque discorsi sono:

 

  1. In Mt 5-6: discorso della montagna, la costituente del nuovo Regno.
  2. In Mt 10: discorso sulla missione, cioè l’incarnazione nel mondo.
  3. In Mt 13: discorso sul regno, descritto con 7 parabole (7 = qui c’è tutto sul regno).
  4. In Mt 18: discorso sulla comunità dei nuovi credenti e le condizioni per farne parte.
  5. In Mt 24-25: discorso escatologico o della fine del mondo, conosciuto come «giudizio universale».

 

Mt mette a confronto Mosè che consegna a Israele i primi cinque rotoli della Scrittura, ovvero la Toràh/Pentatèuco e Gesù, che pronuncia cinque grandi discorsi.

 

MOSÈ – Es 19 GESÙ – Mt 5
3«Mosè salì (gr.: anèbē) verso Dio». 1«Gesù salì (gr.: anèbē) sul monte»,
«Si pose a sedere»
12«Guardatevi dal salire sul monte e dal toccarne le falde: chiunque toccherà la montagna morirà». «e si avvicinarono a lui i suoi discepoli».
Mosè ascolta Dio che pronuncia le dieci parole 2«Si mise a parlare e insegnava loro, dicendo:» (parla direttamente, insegnando).

 

CONCORDANZE E DISCORDANZE

MOSÈ GESÙ
Fondatore d’Israele dell’alleanza del Sìnai. Fondatore del regno di Dio.
Guida del popolo al monte Sìnai per ricevere la Toràh. Maestro che guida i discepoli al monte del Calvàrio da cui dona lo Spirito «ricreatore» (cf Gv 19,30).
Sale «verso/incontro a Dio», di cui è profeta. Sale «verso il monte» perché lui è Figlio di Dio.
È solo sul monte e il popolo deve stare lontano. Siede in mezzo ai discepoli e al popolo senza intermediari (sedere è posizione di autorità del maestro)[8].
Ricevette la Toràh scritta in tavole di pietra, piena di divieti e sanzioni (cf i 613 precetti)[9] Parla direttamente, insegnando (Mt 5,2) e consegnando al popolo 8 (=7+1) beatitudini, che esprimono la pienezza messianica della felicità, indirizzata ai poveri e agli infelici, a chi è escluso dalla società civile e da quella religiosa: in una parola agli schiavi resi tali dagli uomini.
Sfamò il popolo con la manna (Es 16,35; Dt 8,3.16) Sazia il suo popolo con «il pane disceso dal cielo» (Gv 6,58)
Ebbe il compito di condurre Israele al Messia (Dt 18,15.18-19; v. infra, testo). È il Messia che accoglie il popolo di Mosè per introdurlo nel regno dei cieli.

 

Nota esegetica. – Nel vangelo di Mt Mosè è citato 7 volte (cf Mt 8,4; 17.3.4; 19,7.8; 22,24; 23,2), come anche per 7 volte si dice che «si compie» (verbo greco «pleròō») la Toràh/Legge (Mt 5,17; 8,17; 12,17; 13,35; 21,4; 26,54.56): quasi a dire che il confronto tra i due è totale e che Gesù è più di Mosè perché questi «riceve» la Toràh da Dio, mentre Gesù consegna la Parola di Dio, mettendo in luce ciò che era velato nella Parola trasmessa a Mosè che nel suo 2° discorso al popolo d’Israele prima di entrare nella terra promessa, annuncia l’arrivo del Messia come qualcuno che sta al suo livello:

 

«Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto… Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto» (Dt 18,15.18-19).

 

Mt, infatti, è l’unico che riporta questo testo che sembra esprimere la consapevolezza di Gesù di essere il vero successore di Mosè, ma anche il punto di arrivo di tutta la Legge di cui fu custode e interprete:

 

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisèi, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,17-20).

 

La liturgia di oggi riporta le «8 beatitudini» di Mt (l’ultima, la 9a, è aggiunta posteriore)[10] introdotte da alcuni riferimenti geografici che hanno grande valore teologico. Senza questa ambientazione storico-geografica, le beatitudini rischiano di essere ridotte a pie esortazioni moralistiche, svuotate dalla dirompenza rivoluzionaria:

 

«Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilèa, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudèa e da oltre il Giordàno. Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: “Beati i poveri…”» (Mt 4,25-5,3) [11].

 

La geografia citata in Mt 4,25, infatti, descrive le tre direzioni cardinali abitate dentro e fuori i confini d’Israele e cioè il nord, il sud e l’est (ad ovest c’è il mare Mediterraneo). Dicendo «da oltre il Giordàno», ci fa pensare che gli uditori del discorso programmatico non siano solo Ebrei, ma vi partecipino anche uomini e donne del mondo greco e comunque pagano. Con Gesù che «sale sul monte» e parla ai popoli si compie non solo l’alleanza del Sìnai, ma anche la profezia del raduno escatologico, descritto da Isaìa:

 

«Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sìon uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli» (Is 2,2-4).

 

Davanti a questa immensa distesa di umanità, Mt intona l’ouverture musicale delle beatitudini, con cui anticipa i temi arricchiti e sviluppati in variazioni e tonalità diverse della sinfonia di tutto il vangelo nella sua completezza, distribuito nei cinque discorsi che compongono la nuova Toràh. Il 1° discorso, quello del monte, può essere considerato il discorso programmatico di Gesù, quello costituente «del monte», la chiave di volta, senza del quale gli altri sono inconsistenti. Con ogni probabilità questo testo si deve al fatto che i cristiani di Mt erano accusati e condannati come disprezzatori della Toràh, contrariamente a quanto prescrive la stessa Scrittura: «Maledetto chi non si attiene alle parole di questa Legge, per metterle in pratica» (Dt 27,26).

 

In greco l’aggettivo «beato/beati» si dice «makàrios/makàrioi»[12] ed esprime il senso della «giustizia – zedaqàh» ebraica, l’attitudine cioè del giusto che accoglie la volontà di Dio. È Gesù stesso che indica il superamento della Toràh per andare oltre l’osservanza esteriore e giungere ad un’adesione del cuore: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisèi, non entrerete nel Regno dei Cieli» (Mt 5,20) e «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).

Dal punto di vista del contenuto generale, è anche possibile che le Beatitudini siano un commento o un midràsh cristiano a Is 61,1-2, spiegando, secondo l’esegesi giudàica, la Scrittura con la stessa Scrittura. Vi troviamo, infatti, gli stessi protagonisti.

 

Personaggi e Missione in Is 61,1-2 Personaggi e Missione in Mt 5,1-12a
Annunciare il vangelo ai poveri Il Regno è annunciato ai poveri [nello spirito]
Fasciare le piaghe dei cuori spezzati La consolazione è garantita agli afflitti
Proclamare la libertà ai prigionieri La beatitudine è data agli affamati e assetati di giustizia
La scarcerazione ai prigionieri Il Regno dei cieli è promesso ai perseguitati della giustizia

 

In questo modo Gesù è presentato non solo come Mosè, «autore» della Toràh, ma anche come profeta. Qui potrebbe trovarsi un espediente per attribuire a Gesù il compito di «compiere» tutta la storia della salvezza, rappresentata da Mosè (Toràh) e dai Profeti (Isaìa), formula sintetica nel NT per comprendere tutta la Scrittura ebraica, composta appunto da Mosè (Toràh), dai Profeti (Profezie) e dagli Scritti (i Sapienziali)[13].

 

Qualche codice antico e recente[14] riporta una variante nel testo delle Beatitudini con un tentativo di armonizzazione, invertendo la 4a con la 5a allo scopo di produrre lo schema seguente: alla 1a che dichiara «beati i poveri –‘anē » (cf Mt 5,3), segue immediatamente quella che proclama «beati i miti – ‘anē (cf Mt 5,5), perché in aramaico lo stesso termine ‘anē/‘anì significa sia povero sia mite per cui la beatitudine dei miti, ricollocata dalla variante, sarebbe un prolungamento della prima in senso ancora più spirituale[15].

Riportiamo il testo, traducendo in italiano con lo stesso numero di parole greche e, possibilmente, nello stesso ordine del greco per aiutare il lettore a verificare di persona ragioni che in italiano sfuggono.

 

Ecco il testo delle prime tre beatitudini come si trova nella Bibbia ufficiale:

 

1Vedendo poi le folle salì su la montagna e mettendosi seduto gli s’accostarono i suoi discepoli;

2e aprendo la sua bocca ammaestrò loro dicendo                                                            [in greco: 24 parole].

 

  1. 3Beati i poveri in/nello spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
  2. 4Beati quelli che sono nel lutto/pianto, perché essi saranno consolati.
  3. 5Beati i miti, perché essi erediteranno la terra [in greco: 26 parole][16]

 

Ecco, ora, lo stesso testo secondo la variante testuale che troviamo in qualche codice:

 

  1. 3Beati i poveri [‘anē] in/nello spirito, perché di essi è il regno dei cieli [in greco:12 parole]
  2. 5Beati i miti [‘anē], perché essi erediteranno la terra [in greco: 08 parole]
  3. 4Beati quelli che sono nel pianto perché essi saranno consolati [in greco: 6 parole] = 12+8+6 =26

 

Se si accetta la variante, siamo di fronte a una costruzione straordinaria che esprime un messaggio teologico attraverso il fascino del significato dei numeri (ghematrìa) che noi occidentali abbiamo perso del tutto[17]. Mt 5,1-2 in greco è composto da 24 parole e trattandosi di ambientazione, quasi lo sfondo scenografico è facile pensare che quello che sta avvenendo è un evento che si rivolge sia a Israele (12 tribù) sia al nuovo Israele, la Chiesa (12 apostoli, ritenuti le colonne del nuovo messaggio: cf Gal 2,9), per un totale di 24[18]. Qui è la prima differenza con il Sìnai, dove la Toràh è riservata solo a Israele. Sul «monte», Gesù parla all’universalità dell’umanità.

Se tra i due referenti vi è un nesso, significa che le prime tre beatitudini sono un «unicum» ed esprimono la natura stessa di Dio che Gesù ha rivelato. Le prime tre beatitudini, sono formate complessivamente da 26 parole e noi sappiamo che il Nome santo di «Yhwh» ha un valore numerico di «26» (Y-10_H-5_W-6_H-5 = 26).

Potrebbe apparire strano, ma anche il testo ebraico di Is 61,1-2 che annuncia il progetto di Dio verso ogni forma di emarginazione, contiene n. 26 parole. Le prime tre beatitudini sono un «unicum» perché connesse direttamente con il «Nome» di Dio e quindi con la sua natura intima; in secondo luogo esse sono l’attualizzazione della profezia, che rivela il progetto di alleanza che s’identifica con la povertà, come stato del cuore (miti), assumendo il pianto sofferente dell’umanità nella dimensione della consolazione affettiva. In Gesù c’è lo stesso Spirito che Yhwh aveva dato al profeta della consolazione (cf Is 61 1-2), assommando in sé l’antica alleanza che si compie nella nuova (cf Ger 31,31 e 1Cor 11,25; 2Cor 3,6; Lc 22,20; Eb 8,8.13;9,15; 12,24). In altre parole Gesù non porta una novità esteriore, ma un rinnovamento interiore che realizza la parola del profeta Geremìa e che ha per oggetto privilegiato della «nuova alleanza». Chi vuole conoscere la natura intima del Dio di Gesù interroghi i poveri e la troverà.

Le restanti cinque beatitudini, come le presenta la redazione finale del testo sono:

 

  1. 6Beati gli affamati e assetati della giustizia, perché saranno saziati. [in greco: 10 parole]
  2. 7Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia. [in greco: 06 parole]
  3. 8Beati i puri di cuore perché essi il Dio vedranno. [in greco: 10 parole]
  4. 9Beati i pacificatori perché saranno chiamati figli di-Dio. [in greco: 08 parole]
  5. 10Beati i perseguitati per giustizia, perché loro è il Regno dei cieli. [in greco: 12 parole]

[Somma: 46 parole]

Il numero 46, somma delle parole del testo greco, nella scienza dei numeri (ghematrìa) sia ebraica che patristica[19] evoca il genere umano. Se in greco si fa l’acrostico del nome «Àdam» si ottiene il seguente risultato:

 

A = 01 = A-natolê – Oriente/Est
D = 04 = D-ýsis – Occidente/Ovest
A = 01 = À-rctos – Settentrione/Nord
M = 40 = M-esēmbría – Meridione/Sud
Tot. = 46

 

Le Beatitudini, dunque si dividono in due blocchi: le prime tre sono riferite direttamente al Nome di Dio (numero 26) e le altre cinque sono riferite all’umanità (numero 46): il primo, poiché esprime il Nome di Yhwh, sacro per gli Ebrei, include anche il popolo dell’alleanza, mentre il secondo, che rappresenta «Àdam», il cui nome contiene i quattro punti cardinali della terra, è simbolo di tutto il mondo non ebreo, e quindi tutta l’umanità che non professa la religione ebraica.

In altre parole nessuno è escluso dalle Beatitudini annunciate da Gesù, che non sono una pia esortazione a sopportare le ingiustizie sulla terra in vista del premio nell’altra vita. Un’interpretazione siffatta è un tradimento della prorompente forza della Parola di Dio che ha valore «ora e qui», ma anche ieri e domani. Sempre. Ebrei e non Ebrei sono i destinatari della «Beatitudine» che annuncia un modo nuovo di concepire l’umanità, fondata non più sulle relazioni governate dalla legge della forza e del sopruso, ma dal dinamismo di collocare al primo posto chi è più fragile. In questo procedimento esegetico, troviamo applicata e giustificata la lettura del midràsh (v., sopra, nota 1) dell’arcangelo Michèle, inviato da Dio a raccogliere la polvere dai quatto angoli della terra per creare «Àdam».

 

Nota esegetica. – Il midràsh ebraico, ripreso anche da un apocrifo, narra che dopo aver creato la terra, al crepuscolo del quinto giorno della creazione, Dio incaricò l’arcangelo Michèle di raggiungere i quattro angoli della terra a nord, a sud, ad est e a ovest, e di portargli un pizzico di polvere da ogni angolo, con cui avrebbe creato Àdam, simbolo di tutta l’umanità. Non esiste, dunque, angolo della terra, che non sia sotto il segno di Dio. Egli, infatti, ricevuta la polvere presa dai quattro punti cardinali, impastò la creta, le diede forma, l’animò soffiando l’alito di vita e infine «ecco l’uomo» che nell’intenzione divina non è bianco, nero, giallo, residente o migrante, cittadino o straniero, con passaporto o senza, ma è solo «Àdam», cioè il «genere umano» (v., sopra, analisi del n. 46 e nota 19). Ogni individuo per definizione, per scienza e per rivelazione, porta in sé tutta l’umanità e tutta l’umanità è contenuta in ogni persona, uomo o donna, di qualunque paese, nazione, cultura e lingua (cf Ap 7,9); ogni individuo, infatti, ha solo una caratteristica: è «immagine eterna di Dio». Nessuno la può violare senza compiere un sacrilegio. Allo stesso risultato di universalità si arriva sommando i due numeri finali dei due gruppi di beatitudini: il 26 delle prime tre beatitudini + il 46 delle restanti cinque con il risultato di 72. Secondo la Bibbia e la tradizione giudaica, diffusa anche al tempo di Gesù, il mondo antico era abitato da 70 popoli, oltre Israele (cf tavola dei popoli in Gen 10). Nel tempio di Gerusalemme, nel giorno dell’espiazione del Yom Kippùr, il sommo sacerdote, entrando nel Santo dei Santi, si vestiva in modo particolare:

 

  • Sulla fronte, legata da un nastro bianco, portava una vite d’oro, simbolo dell’unità d’Israele, vite divelta in Egitto e trapiantata nella terra della promessa (cf Sal 80/79,9-12).
  • Sul petto portava l’efod, un rettangolo di stoffa, diviso in dodici quadrati, su cui erano fissate dodici pietre preziose di diverso colore, simbolo della diversità d’Israele, costituito da dodici tribù.
  • Sulle spalle portava un mantello lungo fino ai piedi con l’orlo inferiore formato da frange cui erano cuciti settantadue campanelli, simbolo dei popoli pagani che abitavano la terra al di fuori d’Israele.

 

I popoli erano 70 e con Israele 71: se ne aggiungeva uno supplementare per un totale arrotondato di 72, perché poteva esistere un popolo «sconosciuto», e bisognava scongiurare il rischio di non annoverarlo tra i beneficiari del sacrificio offerto nel tempio di Yhwh. Straordinario senso dell’universalità: il sommo sacerdote del popolo più esclusivo della storia, nel giorno più importante della propria esistenza, prega per «tutti i popoli della terra», quelli conosciuti e anche per quelli eventualmente non conosciuti. Tutto questo alla luce di una piccola variante del testo, riportata da alcuni codici, nemmeno tra i più antichi, segno che la Parola di Dio non può essere statica e fissa, ma deve restare viva, mobile, animata. Veramente la Parola non può essere racchiusa in un solo significato, ma ogni lettera ne contiene non meno di settanta[20].

 

Nota ascetica. – I Santi e le Sante sono «felici» perché hanno condiviso e per questo esageravano in ilarità e non in tristezza o sofferenza o sacrificio. La vita, che già di suo è sufficientemente carica di dolore, sofferenza e sacrificio, è la palestra dove si esercita il potere del donarsi senza condizione, amare a perdere, perché solo nel perdersi per amore è possibile ritrovarsi e, insieme, ritrovare il senso della propria vita: «quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? (Mt 16,26).

 

Diamo di seguito poche pennellate sul significato delle singole categorie, nominate nelle beatitudini per facilitarne la comprensione nel contesto biblico. Mt 5,1-2 costituisce l’ambientazione geografica per determinare la somiglianza e la differenza con il monte Sìnai (v. sopra). Da sottolineare la posizione di Gesù che «sta seduto» perché «insegnava – edìdasken»: è un compito che Gesù riserva a sé in Mt e mai ai discepoli che invece sono mandati ad annunciare/proclamare: «kērýssete – proclamate/annunciate che è già arrivato il regno dei cieli» (Mt 10,7)[21]. Seguono le prime tre «beatitudini» del testo ufficiale (traduciamo alla lettera quasi nello stesso ordine che hanno in greco).

 

La 1a beatitudine in greco è composta da 12 parole, quasi a volere dichiarare «makàrioi[22] hòi ptōchòi – beati i poveri». Chi è il «povero»? La parola «povero» in greco è «ptōchòs»[23] (da cui l’italiano pitocco, individuo di poco conto); essa rende l’aramaico «‘anē/’anî» che ha il significato sia di «povero/acquattato/strisciante» sia di «mite/umile/mansueto/sottomesso». Ciò spiega perché la beatitudine dei «miti» (2a beatitudine della variante) sarebbe un prolungamento della prima, quasi un senso più profondo e spirituale: sono beati gli ‘anawim/poveri di Yhwh di tutti i tempi. Nell’AT il termine «ptōchòs» indica chi si trova ridotto in miseria ingiustamente e non avendo «giustizia» dagli uomini, affida se stesso e il suo futuro nelle mani di Dio (Sal 34/33,7).

«Nello spirito» (hoi ptōchòi tōi pnèumati) è un dativo strumentale che si rende con «poveri per lo spirito» o un complemento di relazione che esprime il punto di vista da cui si guarda la povertà: «poveri quanto allo spirito/dal punto di vista dello spirito». Esso dice più cose di quelle che appaiono: la povertà è una carenza spirituale, rattrappisce lo spirito, per cui prima di farne una valenza ascetica, bisogna pensare bene di cosa si stia parlando. Gesù non ha mai dichiarato che la povertà sia buona, anzi è venuto a evangelizzare i poveri, cioè a portare l’«eu-anghèlion – il gioioso annuncio» che la condizione di povertà è finita per sempre, ma non dopo la morte, bensì adesso, qui, ora e in nome di Dio. Il quale Dio non ama la sofferenza dei suoi figli, ma ne promuove la responsabilità e la dimensione comunitaria, perché nessuno è autosufficiente e si può salvare da solo.

Il povero materiale aspira a essere ricco e se diventa ricco, opprime i poveri allo stesso modo dei ricchi. Solo il povero «quanto allo spirito/per lo spirito», cioè la persona che sceglie di avere uno spirito povero e quindi di vivere la «povertà» come categoria spirituale sa aprirsi all’essenziale e all’azione di Dio in quanto persona.

 

Se mettiamo insieme i due termini «povero» e «spirito» nel loro contesto biblico, la prima conseguenza è che la povertà è frutto d’ingiustizia e si chiede a Dio l’aiuto per rimediarvi. Guai a dire che la povertà è un bene perché sarebbe una bestemmia. L’accostamento tra povertà e spirito mette in evidenza che l’economia, tutto ciò che riguarda il corpo e la dimensione sociale, è attinente allo spirito e non si può sminuire l’uno senza impoverire l’altro. Riflette la teologia biblica secondo la quale la persona non è un composto di anima «e» corpo, ma un tutt’uno, un’unità indissolubile, nel senso che il corpo è lo spirito visibile e lo spirito è il corpo invisibile, l’uno estensione dell’altro. Da questa prospettiva «beati i poveri, relativamente allo spirito» significa che Dio predilige chi nella propria vita si sente responsabile della felicità propria che contiene quella degli altri e se ne assume l’incarico per realizzarla «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutti i propri averi». Non è questo il centro della fede d’Israele che ogni Ebreo proclama ogni giorno nello Shemàh-Israel?

 

«4Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. 5Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. 6Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. 7Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. 8Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi 9e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte» (Dt 6,4-9).

 

È facile amare Dio con tutto il cuore o con tutta l’anima in un intimismo racchiuso e ripiegato, esterno a qualsiasi incidenza sugli interessi materiali. È molto difficile amare Dio «con tutti i propri averi», cioè a partire dal portafogli che diventa la misura della fede o, se si vuole, la fede messa alla prova. La beatitudine del povero relativamente alla spirito è il compimento dello «Shemàh», cioè l’incarnazione della professione di fede e per questo Gesù nello stesso discorso può dire, dopo lo sbigottimento dei presenti: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).

Non esiste una dimensione spirituale della povertà perché la tradizione cristiana ha trasformato la «povertà relativa allo spirito» in «spirito di povertà», lasciando intendere che si potrebbero mantenere ingenti ricchezze materiali, purché da esse si sia separati col cuore. Comodo, facile, blasfemo. Il povero della beatitudine è intanto il Figlio dell’Uomo che «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9) fino al punto di svuotarsi della propria identità per stare accanto all’umanità sofferente e oppressa: «6non ritenne un privilegio l’essere come Dio, 7ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,6-7).

Ciò significa che la «felicità» per Gesù sta nella consapevole coscienza di appartenere al mondo creato da Dio, dove ciascuno deve sentirsi responsabile di tutto e condividerlo con tutti per permettere un’esistenza dignitosa a tutti, senza escludere alcuno dalla prospettiva del «regno dei cieli», che è il nuovo orizzonte del «bene comune» e si può realizzare solo in una dimensione di condivisione comunitaria, non in una prospettiva egoistica di solitudine esistenziale.

Solo così può esistere anche la dimensione della povertà come metodo, perché la beatitudine del vangelo spiega: non è nel possesso che si realizza la vita, come pensa il ricco che sogna granai più grandi (cf Lc 12,16-21), ma attraverso il criterio di servizio distaccato. La povertà è un atteggiamento interiore e fa vedere le cose nella loro verità, impedendo di trasformarle in assoluti, che alla fine strozzano ogni respiro. Non è rassegnazione all’ingiustizia, ma consapevolezza di valutazione tra ciò che è importante e ciò che non lo è.

 

«Di essi è il regno dei cieli». Questa espressione è un «semitismo» cioè un modo originale di dire semitico/ebraico per non nominare il Nome di Dio: invece di dire «regno di Yhwh» si dice «regno dei cieli»[24]. L’espressione, divenuta abituale nella letteratura rabbinica, richiama una persona che pensa in aramaico/ebraico e scrive in greco[25]. Mt usa la formula «regno dei cieli» 35 volte circa e solo 5 quella di «regno di Dio», ma con ragione: la prima formula ha valore universale ed esprime l’intenzione di Dio, mentre la seconda indica quasi sempre il «regno d’Israele» o l’atteggiamento di Dio nei confronti del suo popolo[26].

L’espressione non ha nulla a che vedere con l’aldilà, perché la beatitudine è al tempo presente indicativo e descrive un’azione continua e duratura nel presente. Il testo, purtroppo, è stato usato in modo improprio creando una frattura in nome di una maldestra ascetica: soffrire in questa vita col pensiero alla beatitudine che si avrà nell’altra. La manipolazione del vangelo è sempre un delitto che uccide sia in questa vita sia nell’altra. La prova si ha in Lc che per evitare ogni equivoco aggiunge senza esitazione la specifica del tempo con l’avverbio «ora»:

 

«20Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. 21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. 25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete» (Lc 6,20-21.25).

 

Nel nuovo regno si entra solo da poveri e il nuovo popolo sarà formato solo da poveri, da uomini e donne abbandonati alla volontà di Dio. Il termine «regno», infatti, non indica l’estensione di un dominio come avviene per un principe di questo mondo, ma descrive l’ambito di nuove relazioni. Gesù non è un musicante che viene a cambiare la musica per lasciare tutto com’è, ma porta la prospettiva di «un mondo nuovo», basato non più sulla vendetta o sul sopruso, bensì sul criterio di relazioni fraterne, in cui ognuno potrà essere se stesso, senza doversi difendere da pericoli esterni ed interni perché «uno solo è il Padre», Dio (cf Mt 23,9; Gal 3,20; 1Cor 12,5-6) e «uno solo» è il Cristo Maestro (cf Mt 23,8-10). Il cuore della rivelazione di Gesù è Yhwh, il Padre di cui egli è l’esegeta ufficiale. L’autore del IV vangelo, infatti, ne è così consapevole da affermarlo esplicitamente nel prologo: «Nessuno ha mai visto Dio, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui ne ha dato la spiegazione (lett. ne ha fatto l’esegesi)» (Gv 1,18).

 

Secondo la variante, segue 2a beatitudine, quella dei «miti [che] erediteranno la terra» (Mt 5,5). Alla lettera in greco si ha «Beati i miti perché questi erediteranno la terra» e, di primo acchito non si capisce il rapporto tra «mitezza» e «terra» ereditata; il testo non è di immediata comprensione, perché a noi mancano le condizioni sia letterarie sia sociologiche per leggerlo nel suo contesto originario.

Per questo chi si accoglie «povero» diventa anche il «mite» della 2a beatitudine (della variante), perché si affida alla volontà di Dio, manifestata nella Scrittura che gli Ebrei chiamavano «giogo», sull’esempio di Gesù, il povero e il mite per vocazione e scelta: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Usando la stessa parola aramaica per esprimere due concetti, Mt esprime le due dimensioni: la povertà sociologica e la mitezza interiore, cioè la povertà del cuore come sorgente attitudinale del Regno annunciato da Gesù.

Bisogna però essere molto chiari riguardo al termine «mite» che ha assunto una connotazione talmente moralistica da vanificarla nel suo senso primario[27]. Alla lettera in greco si ha «Beati i miti perché questi erediteranno la terra» e, di primo acchito, non si capisce il rapporto tra «mitezza» e «terra» ereditata; il testo non è di immediata comprensione, perché a noi mancano le condizioni sia letterarie sia sociologiche per leggerlo nel suo contesto originario.

Il termine greco «praêis [da praǘs]», infatti, non esprime l’idea di mitezza come stato interiore o condizione temperamentale, come vuole la traduzione latina, ma quella del «mite/mansueto/tranquillo» come conseguenza di una sottomissione forzata; il termine, p. es., riferito al toro, ha il senso di «domato»[28]. Il «mite» non è il remissivo, colui che subisce passivamente, al contrario è l’uomo che è stato privato dell’eredità e per questo «erediterà» nuovamente l’intera terra. Mt 5,5 sta citando il Sal 37/36,11 che afferma: «I poveri (‘anawìm) invece avranno in eredità la terra e godranno di una grande pace».

 

Nota storica. Quando il popolo d’Israele prese possesso della terra di Cànaan, terra promessa, questa fu divisa fra le tribù, come descrive il libro di Giosuè; ogni tribù divise la propria quota tra le proprie famiglie in modo che ognuno avesse una porzione di terra. Essere, infatti, senza terra è una maledizione, perché non si ha garanzia di vita e di sussistenza. Solo la tribù di Levi, nella distribuzione, non eredita terra, perché la sua eredità è il Signore e il servizio liturgico al tempio. Noi sappiamo che gli ideali non sempre coincidono con gli avvenimenti; infatti, dopo alcune generazioni, si cominciò a formare in Israele il latifondo che al tempo di Gesù aveva una dimensione scandalosa: poche famiglie possedevano la maggior quantità di terra, sottratta a chi non è stato capace di gestire la propria terra, o ha fatto debiti. In altre parole i prepotenti e i furbi sottomisero i deboli, impossessandosi della loro terra.

 

La Bibbia greca della LXX, usata dai primi cristiani, traduce il termine «poveri-‘anawìm» con «praêis – afflitto/domato/schiacciato/docile/mite» – che viene preso pari pari da Mt, ma nel senso proprio della storia dell’AT e dell’esperienza d’Israele. Nella logica di Mt questa parola mette ancora una volta a confronto Mosè «il più mite di ogni uomo che è sulla terra» (Nm 12,3) e Gesù che si autoproclama «mite ed umile di cuore» (Mt 11,29; cf 21,5; Zc 9,9). Gesù è «mite» perché è povero ed è povero perché ha scelto di essere servo (cf Mt 20,28; Fil 2,7). Non si tratta di una qualità del temperamento da acquisire con pratiche ascetiche, ma della coscienza di scegliere la volontà del Padre per diventare erede della promessa fatta ad Abràmo (cf Gal 3,16).

Gesù il «mite» viene a radunare tutti i diseredati in nome della Legge, in nome di Dio, in nome della religione, in nome della società e li riporta alla condizione di figli, che riacquistano di nuovo la capacità di ereditare la terra. Il «povero» ha il «Regno dei cieli» cioè Dio, il «mite» eredita nuovamente non più un patrimonio qualsiasi, ma addirittura la terra, cioè la nuova terra promessa del regno.

Questo è il contesto storico, in cui bisogna inserire la beatitudine «dei miti» la quale è un grido contro la violenza dei forti a favore dei deboli, che con la terra hanno perso la loro dignità e anche la loro condizione sociale, diventando poveri e mendicanti. Gesù quindi si rivolge agli espropriati, schierandosi dalla loro parte, rivendicando un diritto conculcato ed esigendo che venga restaurato. Forse vi è qui un richiamo al «Giubileo», in base al quale la terra dopo 50 anni doveva ritornare al proprietario antecedente, sistema che è rimasto solo un enunciato mai eseguito in tutta la storia d’Israele.

Questa beatitudine è un prolungamento della prima, tutte e due, infatti, ruotano attorno alla parola «poveri –‘anawìm», che accedono al regno di Dio, cioè sono abilitati ad entrare nel nuovo mondo e hanno diritto a vedere reintegrata la «giustizia» sulla terra perché nessuno può privarli della loro dignità di figli di Dio. Non c’è nulla di alienante, anzi le beatitudini sono un metodo «politico» per rinnovare le relazioni e il rapporto con la terra che è «solo» di Dio e di cui nessuno può vantare la proprietà.

 

La 3a beatitudine (nell’ordine della variante) riguarda «gli afflitti»; in greco si usa il participio presente indicativo «penthoûntes» (dal verbo «penthèō») e letteralmente significa «coloro che sono nell’afflizione/ affanno/lutto/cordoglio» e pertanto sono «oppressi» perché sono sottoposti a un dolore così grande da esserne schiacciati senza speranza. L’afflizione di cui parla Mt è uno stato permanente e duraturo, perché senza soluzione, e genera la rassegnazione fino alla disperazione. Gli afflitti «saranno consolati».

Il verbo usato è ricco di sfumature: «parakalèō», il verbo proprio della consolazione perché è lo stesso con cui si indica il «consolatore», cioè l’avvocato che prende le difese del suo assistito mettendosi al suo fianco lungo il cammino della prova e dell’accusa[29]. Come abbiamo, infatti, sottolineato sopra, Mt cita appositamente Isaìa, identificando, in questo modo, l’attività di Gesù con la missione che il profeta descrive come propria del «Messia», inviato da Yhwh a «portare il vangelo agli ‘anawìm (ebr.) – ptōchôi (gr.)» (cf Is 61,1). L’uso di questo vocabolario specifico e diretto contiene diversi indirizzi:

 

  • Is 61,2-3: «lo Spirito del Signore è sopra di me… per consolare tutti gli afflitti» è il programma da Dio affidato al Messia.
  • Lc 4,18-20 riporta il programma messianico dello stesso Isaia 61 che Gesù nella sinagoga di Cafàrnào annuncia come proprio.
  • Mt 5, 4, come in un crescendo dichiara che la consolazione di Dio, portata da Gesù è una «beatitudine».

 

Nel 2° Isaia la «consolazione» è legata alla liberazione dalla schiavitù: «1Consolate, consolate il mio popolo… è finita la vostra schiavitù… 9ecco il vostro Dio» (Is 40,1-2.9); per il Sapiente «il pianto degli oppressi» dilaga ed è senza risposta perché «non hanno chi li consoli» (Qo 4,1); in Gesù, che li dichiara «beati», si rende visibile il Dio di Israele, colui che si presenta come «Io-Sono il tuo consolatore» (Is 51,12). Sulla soglia del NT troviamo Simeone che riconosce in Gesù la «consolazione di Dio» perché egli aveva vissuto tutta la vita aspettandola da «uomo giusto e timorato di Dio» (Lc 2,25).

Se Mt usa lo stesso vocabolario del profeta Is, nella versione greca della Bibbia della LXX sia per indicare lo «‘anaw/’anî – pitocco/povero/oppresso» e «parakalèō-io consolo», sia per esprimere l’atteggiamento di «consolazione», per uniformità concettuale occorre leggerlo nello stesso senso usato dal profeta. Qui non si tratta di un’esortazione a resistere per aspettare un futuro migliore, o peggio di una realtà oltre la morte, totalmente estranea sia al profeta Isaia sia a Mt, ma si tratta di sostenere un impegno per eliminare la causa del male e dell’oppressione. La funzione di un avvocato (parakletòs) è proprio questa: rimuovere le ragioni dell’accusa per far emergere quelle dell’innocenza e restituire onore, dignità e consistenza civile. In conclusione, i tre termini delle prime tre beatitudini: poveri, miti e afflitti sono sinonimi perché in ebraico si usa la stessa parola «‘anaw/’anî – povero/oppresso» che la Bibbia greca della LXX traduce con «ptōchòs – pitocco/povero/op-presso/mite».

Di conseguenza le prime tre beatitudini, come abbiamo già detto, devono essere lette in modo uniforme perché descrivono situazioni diversificate davanti alle quali Gesù non rimanda al futuro, ma prende posizione netta e aperta dal punto di vista politico (oppressione e dominazione romana con relativo peso fiscale insostenibile, data la condizione di latifondo) e da quello religioso. All’interno di quest’ultimo, contesto religioso, Gesù combatte anche le leggi di purità esteriori e di fedeltà «materiale» alle norme, che avevano finito per opprimere e sacrificare le persone, invece di liberarle. L’appartenenza al popolo di Dio, secondo Gesù, non è più una liberazione dalla schiavitù, come fu l’esodo, ma è schiavitù essa stessa perché ha trasformato la presenza di Dio in un peso così forte che schiaccia chiunque:

 

«Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito (Lc 11,46)! 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito (Mt 23,4) 40Divorano le case delle vedove (Mc 12,40).

 

Oggi nel mondo aumentano in modo esponenziale i poveri, che sono schiacciati dai più forti, dai più furbi e dagli immorali senza scrupoli. I meccanismi politici, economici e del lavoro sono strutturati in modo da creare poveri sempre più sottomessi per la loro sopravvivenza al fine di produrre ricchezza nelle mani di pochi, arrivando fino all’assurdo che sono proprio i poveri che mantengono i ricchi. Lungo il corso della storia, la chiesa gerarchica si è sempre schierata dalla parte dei ricchi con i quali ha condiviso il progetto di schiavizzazione per avere tornaconti immediati sotto ogni profilo.

Le beatitudini sono sempre state un ostacolo all’incesto tra trono e altare e, proprio per questo, occorreva «spiritualizzare» al massimo la Parola liberatrice di Gesù, svuotandola così di ogni portata storica e impellente: se tutto è rimandato a dopo la morte, se il «regno dei cieli» diventa sinonimo di «paradiso», è logico che qui sulla terra vale la pena di soffrire poco o tanto, perché in fondo è sempre bene abbandonarsi alla volontà di Dio e siccome Dio sa quello che fa, a noi basta rassegnarci in questa vita con la promessa che nell’altra vedremo le cose ribaltarsi. Mai mistificazione maggiore ha raggiunto il suo vertice come nelle beatitudini, lette e insegnate come separazione tra la vita di qua e la vita oltre la morte; tanto, chi potrà mai verificare? Se le cose poi, non dovessero andare com’è stato insegnato, venga avanti il primo e protesti pure.

Povero, mite, afflitto nella loro sinonimìa formano la foto personale di Gesù che l’evangelista nelle beatitudini propone come modello e come prospettiva. Il nuovo Mosè proclama otto parole di «beatitudine» che sono la traduzione letterale del contenuto del «vangelo», cioè della «notizia gioiosa/piena di gioia/beatitudine» a differenza di Mosè che ha proclamato «dieci parole» di cui otto negative: «Non farai… non pronuncerai… non uccidere…», ecc. (cf Es 20,4.7.13.14.15.16.17 [2x]).

 

Il 2° blocco delle beatitudini comprende le ultime cinque; queste si snodano nell’ambito delle relazioni tra gli uomini, allo stesso modo in cui le prime tre si sviluppano nella prospettiva della relazione con Dio. Esattamente come i comandamenti, che si snodano allo stesso modo: tre affondano in Dio e sette riguardano la vita di relazione nel genere umano. Sul Sìnai Mosè con la Toràh dona a Israele la coscienza di popolo in vista della storia; sul monte delle Beatitudini, Gesù spalanca la coscienza di appartenenza al popolo di Dio, travalicando ogni confine di popoli e la stessa storia per orientarsi nella dimensione del «regno dei cieli», che non è un rimando a dopo morte, ma un compito: indirizzare il senso della storia e il suo compimento attraverso un nuovo modo di relazionarsi tra gli individui e i popoli.

 

La 4a beatitudine fa riferimento a quanti «hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati», sintetizzando così le prime tre in cui «poveri, miti e afflitti» ricevono da Gesù l’avviso che non sono più abbandonati. Con questa beatitudine, Gesù si presenta come il nuovo Dàvide, il pastore d’Israele che non fa mancare nulla e conduce le pecore ai pascoli erbosi e alle sorgenti di acqua pura e fresca per farli saziare senza limiti (cf Sal 23,1-2). Il termine «giustizia – dikaiosýnē» non ha il valore di equità, nel senso di tanto per uno, ma ha un significato più profondo: restituire il giusto a se stesso perché lo si era privato della sua identità. Come si vede, il termine, equivoco nella lingua italiana, è carico di senso nella Scrittura, ci apre a un orizzonte fondamentale per Matteo: la «giustizia – dikaiosýnē» di Dio giustifica perché restituisce l’integrità dell’immagine e della somiglianza (cf Gen 1,27; 1Cor 6,11).

Nel discorso della montagna ricorre cinque volte (cf Mt 5,6.10.20; 6,1.33). Il Salmista si rivolge a Dio che «rende giustizia agli oppressi e dà il pane agli affamati; il Signore libera i prigionieri» (Sal 146/145,7). La giustizia di cui si parla è nell’ordine delle prime tre beatitudini perché riguarda l’intervento di Dio a favore di coloro che sono deboli e quindi in balìa degli uomini e degli eventi. Dio è giusto perché salva chi è perduto (cf Lc 15). Gli affamati e assetati sono coloro che assumono nella loro vita le ragioni della giustizia di Dio e lo imitano nel loro comportamento. Il richiamo alla Sapienza è diretto perché anch’essa «ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola…Venite, mangiate il mio pane,bevete il vino che io ho preparato» (Pr 9,2.5).

Se Dio dà il pane agli affamati in nome della sua giustizia, è naturale che coloro che Dio chiama saranno saziati e dissetati solo dal pane e dall’acqua della giustizia che sgorga dal cuore di Dio. Il rapporto tra fame, sete e giustizia apre una nuova prospettiva nel contesto della responsabilità sociale ed etica perché riguarda la destina-zione del pane e dell’acqua, cioè delle condizioni essenziali della vita. È giusto e quindi beato chi, a imitazione di Dio, «dà il pane all’affamato», cioè condivide l’anelito di un mondo dove la «giustizia» abbonda come le onde del mare (cf Is 48,18). Gesù porta «questa» giustizia che esprime il diritto di ciascuno a essere immagine di Dio.

 

Il gruppo della 5a (beati i misericordiosi), 6a (beati i puri) e 7a (beati i pacificatori) beatitudine descrivono non altrettante categorie, ma il comportamento coerente di chi ha accolto la beatitudine della povertà. Si potrebbe dire allora che mentre le prime tre beatitudini (poveri, miti e afflitti), sintetizzate nella parola «poveri», si riferivano a tutti gli uomini in stato di oppressione e negazione della propria dignità, le ultime tre (esclusa l’8a) si rivolgono solo a chi ha scelto di accogliere il programma di Gesù per il nuovo regno: Mt, infatti, descrive le conseguenze operative di chi, scegliendo la «povertà» come metodo di responsabilità, opera all’interno della comunità, ovunque si trovi a vivere.

 

La 5a beatitudine dichiara beati i «misericordiosi – eleêmones». L’aggettivo sostantivato greco deriva dal verbo «eleèō» da cui la parola italiana «elemosina» e l’invocazione «Kyrie, elèison» dell’Eucaristia. I «misericordiosi – eleêmones» non sono coloro che provano pietà per qualcuno, ma coloro che assumendo gli altri in se stessi, li rigenerano a nuova vita perché il verbo «eleéō» è lo stesso usato dalla LXX per tradurre l’ebraico «rahàm – rahamìm» che significa «utero/grembo» e anche «chèsed – tenerezza» ed è per questo che deve essere strettamente connesso con la generatività di uno da parte di qualcuno[30]. Recuperare il senso delle parole è uno dei compiti più urgenti per la riforma della Chiesa e dell’umanità. Per esprimere il sentimento «viscerale» del padre verso il figlio che torna a casa dopo la fuga, anche Lc utilizza questo verbo (Lc 15,20) che la traduzione italiana traduce riduttivamente con «ebbe compassione»[31].

La misericordia è il perdono dato gratuitamente senza ricevere alcuna contropartita: è equivalente di «agàpē». Essa esplicita il senso di «giustizia» della beatitudine precedente perché «le prescrizioni più gravi della Legge sono: la giustizia, la misericordia e la fedeltà» (Mt 23,23). In questo contesto, il misericordioso non è soltanto colui che esercita il perdono in sommo grado (aspetto etico), ma anche e colui che esercitando il perdono si fa carico del peso altrui e delle conseguenze che appesantiscono l’altro, come la sua fame, la sua sete, i suoi bisogni. San Paolo dirà: «Portate i pesi gli uni degli altri; così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2).

 

La 6a beatitudine riguarda «i puri di cuore» e richiama la stessa costruzione della 1a beatitudine e deve essere tradotta allo stesso modo: «beati i puri quanto/relativamente al cuore perché saranno chiamati figli di Dio». Non si tratta della castità ascetica, riferita al sesso[32], ma qui il riferimento è esclusivo alla purità cultuale che i farisei avevano relegato alla sfera esteriore, mentre ora Gesù la trasferisce a quella del cuore, cioè alla coscienza (Mt 15,1-20) per rendere possibile un culto spirituale in un tempio spirituale (cf Rm 12,1): il rapporto con Dio tre volte Santo cf Is. 6, 3; Ap 4, 8) non è più esteriore, in un luogo, ma in una comunione di cuori (cf Mt 15,1-20).

In ebraico la parola «cuore» si dice in due modi: «leb» (pronuncia lev) che ha una sola lettera «b» e anche «lebab» (pronuncia: levav) che ha due lettere «b». Insegnano i rabbini che le due «b» indicano le due tendenze dell’animo umano: quella verso il bene e quella verso il male; non possono essere estirpate, per cui bisogna amare Dio con tutt’e due le tendenze, anche con quella verso il male.

Per questo nello Shemà Israel si dice «amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze (= tutti i tuoi averi)» (Dt 4,5). La Mishnàh, BerakòtBenedizioni 9,5, infatti così spiega: «Bisogna benedire Dio per il male e per il bene, perché egli ha detto: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutti i tuoi mezzi. Con tutto il cuore: con le due tendenze: il bene e il male». Coloro che separano lo spirito dalla carne, l’anima dal corpo fanno un’operazione antistorica e contraria alla fede.

Tutto ciò sta a significare che il «cuore» è sede del pensiero, l’intimo del più profondo di sé, là dove soltanto si può incontrare Dio; esso è sinonimo di coscienza, il luogo profondo della decisione, del discernimento, delle scelte, per cui essere «puri» nel «cuore» significa agire con coscienza retta e mai con doppiezza di senso; i puri sono trasparenti e non agiscono con trame, raggiri o manovre, ma sono sempre lineari e diritti. Costoro non si approfittano degli altri, ma si aprono alle loro necessità, sulla linea della teologia del salmista il quale canta che solo «i puri di cuore» potranno accedere al cospetto di Dio: «3Chi potrà salire il monte del Signore? / Chi potrà stare nel suo luogo santo? / 4Chi ha mani innocenti e cuore puro, / chi non si rivolge agli idoli, / chi non giura con inganno».

L’evangelista usa la stessa espressione che mutua dal salmo, nella versione della LXX: «katharòi têi kardìai – puri relativamente/nel cuore» perché i puri sono gli ‘anawìm che prendono sul serio la Parola di Dio e non si piegano davanti agli idoli, non manomettono le parole per ingannare ed entrare al cospetto di Dio con gli atteggiamenti richiesti dai profeti (cf Is 1,1-10). In altre parole, il «puro» della beatitudine è la persona vera e autentica che cerca Dio negli avvenimenti e nelle persone che non usa mai per sé, ma serve sempre con lo stesso amore di Dio.

Nel riferimento alla «visione di Dio», non vi è nulla di strano perché non si tratta di «visioni», per lo più isteriche, ma di relazione, di rapporto, di consuetudine di amicizia. Il verbo «oràō – scruto con attenzione, profondità e intimità», cioè osservo con il cuore, usato da Mt è diverso dal verbo ordinario «blèpō» che significa guardare con gli occhi. Vedere Dio fu l’anelito di Mosè che non poté realizzare, pena la morte (cf Es 33,18.20), e anche dei Greci che «vogliono vedere Gesù» (Gv 21,20) che quindi è posto sullo stesso piano di Dio.

Non si tratta di un desiderio da realizzare dopo la morte, ma è una realtà qui e ora: quando, nella verità del nostro essere, viviamo la storia come «luogo» della manifestazione di Dio che parla e si svela. Se poi si fa fatica a vedere Dio nella storia, è sufficiente contemplare il Crocifisso per vedere la sua «Gloria» e la sua potenza nella pienezza della sua impotenza (cf Mt 27,40)[33]. È l’appello alla trasparenza e quindi alla visione del volto di Dio che è un anelito di tutte le religioni, le quali per realizzarlo organizzano e recintano «spazi e tempi » di mediazione, dichiarandoli «sacri», cioè riservati, finendo spesso per illudere più che compiere.

«Dio nessuno lo ha mai visto», ma ora in Gesù tutti possono accedere direttamente a Dio e contemplarne il volto perché egli è venuto a farne «l’esegesi» (Gv 1,18). La beatitudine non ha nulla di spiritualistico e di misticheggiante, ma espone la concretezza del povero, del mite, dell’afflitto affamato e assetato di giustizia che va alla sorgente della beatitudine, salendo il monte dove Gesù «sta seduto» perché «chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9).

 

Le restanti cinque beatitudini, come le presenta la redazione finale del testo sono:

 

  1. 6Beati gli affamati e assetati della giustizia, perché saranno saziati. [in greco: 10 parole]
  2. 7Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia.                          [in greco: 06 parole]
  3. 8Beati i puri di cuore perché essi il Dio vedranno. [in greco: 10 parole]
  4. 9Beati i pacificatori perché saranno chiamati figli di-Dio. [in greco: 08 parole]
  5. 10Beati i perseguitati per giustizia, perché loro è il Regno dei cieli. [in greco: 12 parole]

[Somma: 46 parole]

 

Le ultime due beatitudini, la 7a e l’8a esprimono le conseguenze delle precedenti: chi è povero, mite, afflitto, affamato di giustizia, misericordioso e puro vive il ministero della «pace» non come ideale, ma come creazione di un mondo nuovo. Per questa strada non si va molto lontano perché si va incontro non solo a ostacoli, ma a vere persecuzioni: la «pace – shalòm», infatti non è un bene acquisito, ma una mèta da conquistare, attraverso la non violenza che subisce la persecuzione, perché l’uomo e la donna del regno sono amanti della «giustizia».

 

La 7a beatitudine dichiara beati gli «eirēnepoiòi»[34], termine composto dal sostantivo «eirênē – pace» e dal verbo «poièō – creo/invento/faccio/progetto». Letteralmente, «eirēnepoiòi – pacificatori» potrebbe essere tradotto con «poeti di pace», cioè coloro che «fanno/creano la pace» o meglio la inventano perché non si rassegnano mai. Sono i «facitori la pace». La LXX traduce con il verbo «poièō – io faccio/creo» l’ebraico «baràh – creare», che è sempre riferito a Dio, per cui ci troviamo immersi in un’attività prevalentemente divina: la pace, infatti, non è un’attitudine umana evidente, come lo è il «pòlemos – la guerra». La pace è sinonimo di «salvezza» nel senso ebraico di «Shalòm» che indica la somma suprema di tutti i doni messianici, anzi la sintesi della novità del Messia/Cristo; non si tratta quindi di mera assenza di guerra, ma di un nuovo ordine di giustizia dove la povertà diventa criterio per vivere i rapporti tra le persone e gli avvenimenti.

La beatitudine della pace si compone di otto parole e l’8 è il numero messianico per eccellenza; per questo la pace è il dono messianico che riassume tutti gli altri; chi la costruisce alimenta e aumenta il regno messianico perché c’è identità tra «poeta di pace» e «figlio di Dio». La pace prima di essere un compito è una vocazione: «saranno chiamati figli di Dio» che stabilisce il rapporto di vita ed affettivo più radicale che c’è in natura: quello tra padre/madre e figlio. «Fare la pace» è parte integrante del regno dei cieli.

In questo senso possiamo dire che Gesù dichiara la beatitudine dei «poeti/inventori della pace» (traduzione letterale possibile). Costoro, ogni giorno, inventano, esplorano, contemplano, creano direzioni, danno indicazioni e soluzioni possibili che vanno verso vie nuove di pace, che, in questo contesto, è intesa come il «luogo» più profondo e più alto (fons et culmen) verso cui ogni dono ricevuto converge. La pace dona una dimensione e un senso alla vita di relazione di ciascun individuo e delle persone tra loro.

Non si tratta quindi, come spesso si sente dire, della beatitudine dei «pacifici», cioè dei paciocconi, quelli che si fanno gli affari propri e se casca il mondo si spostano un po’ più in là, per non essere nemmeno sfiorati, perché la loro natura è di non coinvolgersi mai. Qui si tratta di persone attive che si compromettono, si sporcano le mani, s’immergono in un cantiere che costruisce la pace, giorno dopo giorno, perché essa è la condizione necessaria per realizzare la felicità di ciascuno nella comunità. La pace di chi la inventa è un progetto tutto da costruire e non si realizza dentro una religione, ma nella prospettiva del regno che è una proposta fatta a tutta l’umanità senza distinzione.

Costoro saranno chiamati «figli di Dio», cioè prediletti, amati da Dio, ma anche simili a Dio perché gli si è somiglianti. Ecco il vertice delle beatitudini: essere simili/somiglianti/immagine di Dio. I poeti della pace rendono visibile Dio perché permettono di poterlo toccare con mano (cf 1Gv 1,1-4).

 

L’ultima beatitudine, l’8a, riprende la 1a e forma così una «inclusione», chiudendo il cerchio e definendo la portata dell’insegnamento di Gesù, sia perché riprede del tema del «regno dei cieli» della 1a beatitudine sia i due soggetti sono accompagnati da un complemento al dativo strumentale o di relazione (poveri relativamente allo spirito e perseguitati relativamente alla giustizia, sia, infine perché tutte e due le beatitudini, la prima  e l’ultima, si compongono in greco di 12 parole ciascuna. Questi elementi obbligano a mettere in relazione i poveri e i perseguitati:

 

10 Beati i perseguitati         per giustizia,         perché loro è il regno dei cieli         [in greco: 12 parole]

3   Beati i poveri                   in spirito,               perché loro è il regno dei cieli         [in greco: 12 parole]

 

La beatitudine mette in guardia da qualsiasi «irenismo» di maniera, perché se la pace è opera di poeti/inventori, non è mai poesia a buon mercato o estemporanea. Essa è lotta dinamica perché deve contrastare la violenza che cerca il sopravvento e può farlo solo in un modo: prendendo su di sé le conseguenze del male, svuotandolo di ogni significato. La persecuzione non è un incidente del mestiere di discepolo di Gesù e nemmeno frutto di calcoli malfatti o conseguenza di un’imprudenza; al contrario la persecuzione è strutturale al vangelo, una condizione essenziale per la verifica della sua autenticità.

Il credente povero, mite, giusto, puro, pacificatore scatena l’ira del mondo che vive di menzogna, di idoli, di sfruttamento, di manipolazioni e per questo cerca alleati da consolare con gratifiche e lusinghe. Il povero che sceglie di vivere secondo il vangelo porta con sé il fuoco che snida l’oro mescolato alla paglia: l’annuncio stesso del «regno dei cieli», cioè del «Signore», comporta scelte, prese di posizione, schieramenti, perché chi sceglie Gesù e il suo regno: non sarà mai un uomo per tutte le stagioni.

«Il perseguitato» non è il passivo che subisce o tollera, ma la persona che vede più lontano degli altri e accetta di essere teatro di lotta nel proprio cuore e nel proprio corpo per non permettere che la violenza del male possa straripare dai confini di sé: assumendola su di sé, ne impedisce la propagazione e la svuota vanificandola.

Come nella 1a anche nell’ultima beatitudine ritorna il numero 12, il numero della molteplicità d’Israele (12 tribù) e dell’unità della Chiesa (12 apostoli-colonne: cf Gal 2,9) per indicare che il povero che sceglie di essere poeta di pace porta in sé il germe di tutta l’umanità, quella passata e quella che ancora deve venire. Tutto ciò non si compie con una passeggiata amena, ma significa vivere in mezzo ai contrasti e alle persecuzioni da parte di chi vede nella pace, cioè nel nuovo modo di relazionarsi dell’umanità, un pericolo per il proprio tornaconto; la pace limiterebbe la diffusione del male, di cui si nutre chiunque non sia puro di cuore e povero nello spirito.

Ora sappiamo quello che intende Gesù, quando ci ammonisce: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Mt 10,34). Se la povertà è una scelta che appartiene alla dimensione profonda dello Spirito, la persecuzione è il banco di prova della fedeltà alla propria scelta perché sia l’una che l’altra hanno come prospettiva la persona stessa di Dio (= regno dei cieli).

La persecuzione di cui si parla non è solo quella esterna, cioè del mondo che non crede, ma essa si annida all’interno della stessa Chiesa, da parte di chi ha perso il sentimento della profezia e si è seduto sulla tranquillità, anzi sul «pacifismo» delle regole e delle consuetudini, opponendosi con ogni mezzo all’incarnazione del Lògos in ogni tempo e in ogni cultura. I persecutori sono coloro che identificano Dio con il loro modo di vedere e per difendere se stessi non esitano a combattere chi intende essere fedele al vangelo, alle sue esigenze e alla dinamica della «conversione – metànoia» (cf Mc 1,15), che esige un cambiamento costante e perenne per adeguarsi sempre al sentire di Dio scoperto ogni giorno nella fatica della vita, della libertà e della ricerca[35].

Torna ancora il termine «giustizia» che abbiamo incontrato nella 4a beatitudine per cui l’ultima riprende non solo la 1a, ma anche il centro, creando così una progressione tematica che ora in conclusione si acquieta. Gesù il giusto (cf 1Pt 3,18; 1 Gv 2,1) fu perseguitato perché giusto e noi non possiamo attenderci una sorte migliore: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20).

Quando la Chiesa non è perseguitata, ma è circuita dal potere di turno e cede alle lusinghe del mondo e dello spirito del mondo, scendendo a compromessi o immischiandosi in ruoli che non le competono, si allontana dallo spirito e dalla lettera delle beatitudini per diventare solo uno «strumento del regno mondano», in balìa dei potenti, atea di fatto perché si esclude dal «Regno dei cieli»[36].

Ora sappiamo che i poveri non sono inermi, ma sono così attivi e incisivi da provocare la reazione dello spirito del mondo», diventando perseguitati. Seguire Gesù non è affatto indolore. Da queste indicazioni secondo il metodo esegetico antico ricaviamo che la santità di Dio è il suo Nome partecipato a tutti i popoli in Gesù venuto a radunarli sul monte delle beatitudini per formare un solo ed unico popolo: «Non c’è più Giudèo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Le beatitudini pertanto sono il metodo che Gesù ci consegna per essere santi come Dio è santo (cf Lv 19,2 e 1Pt 1,16): otto beatitudini, cioè otto atteggiamenti interiori: poveri/miti, afflitti, misericordiosi costruttori di pace, liberi di cuore, perseguitati. Non è la logica del mondo, ma la logica della verità nella coerenza.

L’aggiunta posteriore della 9a beatitudine, che non fa parte del testo originario, infatti, non è altro che la prosecuzione dell’8a, il suo prolungamento: «Beati voi quando vi perseguiteranno…per causa mia… perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,11). Qui troviamo il parallelismo tra «per la giustizia» e «per causa mia» perché tutte e due generano la persecuzione: la giustizia non è un atteggiamento, ma la persona stessa del Signore Gesù che vive nella carne di ciascuno di noi, attraverso la testimonianza e la fedeltà. Qui troviamo il compimento pieno del discorso del monte che è un capovolgimento del modo di pensare mondano: è la premessa e il contenuto della conversione/metànoia che ci guida al regno passando per la via della Croce.

C’è ancora un aspetto che bisogna almeno accennare perché è la chiave di volta di tutto il vangelo, ma anche il contenuto delle beatitudini, senza del quale nulla ha senso né la povertà né la pace né la giustizia, né la persecuzione. A nostro avviso, Mt pone le Beatitudini come premessa al discorso del monte e degli altri quattro discorsi del nuovo Mosè, perché in esse descrive la personalità di Gesù, il vero soggetto delle beatitudini perché solo lui ha potuto dire: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (Mt 11,29; Sir 51,27; Ger 6,7). Basta rileggerle con un piccolo accorgimento (Mt 5):

 

3«Beato è Gesù, il Povero in spirito, perché suo è il regno dei cieli.

4Beato è Gesù che è nel pianto, perché egli è la consolazione.

5Beato è Gesù, il mite di cuore, perché innalzato sulla croce ha ereditato la terra.

6Beato è Gesù, che ha fame e sete di giustizia, perché egli è il Giusto che sazia.

7Beato è Gesù, il misericordioso, perché è la Misericordia del Padre.

8Beato è Gesù, il puro di cuore, perché è Dio.

9Beato è Gesù, poeta/costruttore e Pace, perché è il Figlio di Dio.

10Beato è Gesù, il perseguitato per la giustizia, perché è lui il regno dei cieli.

11Beati sarete voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,

diranno ogni sorta di male contro di voi per causa sua.

12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 

Non ci resta che salire il monte di Matteo accostandoci a Gesù per apprendere le beatitudini del cuore e ridiscendere nella storia per realizzarle con tutti gli uomini e le donne che egli ama.

«Essere santi!» è l’invito costante di Yhwh nell’AT e di Gesù nel vangelo: «Siate santi perché Santo sono Io, il Signore Dio vostro – qedoshìm tihyù ki qadòsh anì Yhwh elohekèm» (Lv 19,2; 1Pt 1,16); «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli – èsesthe hymeî tèleioi hôs ho patêr hymôn ho ourànios tèleiós estin» (Mt 5,48). Per secoli i preti hanno riservato la santità ad alcune categorie di persone, considerando gli altri come intrinsecamente impossibilitati ad esserlo. Da una parte il clero, i monaci e le persone che avevano abbandonato il mondo, considerando ciò come una precondizione di santità che poi s’identificava con un cliché stereotipo: senza personalità, occhi bassi, estranei ad ogni afflato di vita, dediti alla sofferenza e alla mortificazione come condizione essenziale della vita, sottomissione a chiunque esercitasse un potere, e tristezza assicurata[37].

Oggi vogliamo prendere consapevolezza che la santità è accessibile a chiunque, tramite un cammino semplice e lineare, impossibile solo a chi non la vuole. Essere santi significa in primo luogo essere sé stessi, esserlo sempre, esserlo senza paura. Essere sé stessi significa prendere coscienza che ciascuno di noi è un valore immenso, eterno e senza prezzo, perché ogni uomo e ogni donna è «immagine di Dio». Ognuno di noi lo è per sempre. Essere santi vuol dire incontrare Gesù Cristo e riconoscerlo come Figlio e in lui riconoscersi figli.

Questo significa che qualunque sia lo stato della nostra vita, anche quando sbagliamo, noi siamo sempre figli di Dio, perché come la paternità umana non può essere disconosciuta nei confronti di un figlio degenere, così la paternità/maternità di Dio non può, per rivelazione, venire mai meno. Anche se noi cessassimo, per assurdo, di essere figli di Dio, Dio non può cessare di essere «Padre», perché rinnegherebbe se stesso e Dio non può ingannarsi né ingannarci.

Siamo Santi e Sante, ogni volta che in tutto ciò che siamo, viviamo, speriamo, disperiamo, amiamo e temiamo, sappiamo riconoscere il segno di Dio, che è lo Spirito Santo. Ogni volta che ne rileviamo la presenza, noi compiamo un atto di santità che di per sé è contagioso. Ogni volta che amiamo noi diamo volto e nome all’amore di Dio che viene a sedersi a mensa con noi per condividere la sua eternità d’amore. Ogni volta che sappiamo riconoscere negli altri il sigillo di Dio e sappiamo accoglierli come parte integrante di noi stessi, noi siamo santi. Nel lavoro, nelle scelte della vita, nella vita in famiglia, con gli amici, in viaggio, ovunque diamo un senso a tutto ciò che operiamo e facciamo, noi estendiamo la santità di Dio attraverso la normalità e l’ordinarietà della vita vissuta come pellegrinaggio verso la tappa conclusiva che è l’inizio di un èra nuova: il Regno escatologico di Dio.

I testi della liturgia odierna, nel loro complesso, pongono una discriminante: non può essere santo, cioè si esclude dal banchetto del Regno, chi non accetta la dimensione universale della fede che è l’espressione dell’universalità della paternità/maternità di Dio. Il tema è molto attuale e per dirlo in altri termini possiamo formularlo così: chiunque fa differenza di persone o si rifiuta di accogliere anche una sola persona o nutre sentimenti di razzismo o considera anche una sola persona inferiore e non degna degli stessi diritti e doveri, si autoesclude dalla santità di Dio. Oggi la liturgia ci fa ballare la danza dell’universalità e dell’inclusione di tutti e di ciascuno, siano essi singoli o popoli, nell’unica dimensione di santità che è il cuore di Dio.

A questo riguardo occorre essere chiari: chiunque è razzista, xenofobo, chiunque considera gli immigrati come la somma di tutti i mali, chiunque non riconosce il diritto alla mobilità di tutte le persone in tutto il mondo, chiunque non riconosce il diritto dei poveri ad accedere alla mensa del benessere, chiunque sfrutta un immigrato e lo costringe ad una vita da schiavo, chiunque sfrutta una prostituta o un prostituto, alimentando così la schiavitù delle persone e il mercato delle mafie, è responsabile del degrado del mondo, complice dell’ingiustizia, còrreo del delitto di lesa umanità e nega l’esistenza di Dio. Può dire formule di preghiera dal mattino alla sera, può andare in chiesa mille volte al giorno, io vi dico che costui se ne torna a casa con un peccato ancora maggiore come il farisèo del tempio (cf Lc 18,14).

L’Apocalisse ci offre la prospettiva e l’orizzonte in maniera simbolica, ancora una volta attraverso i numeri e il loro significato allegorico. Il numero dominate è il n. 144.000 che è il risultato di 12x12x1000 e cioè le 12 tribù d’Israele moltiplicate per i 12 apostoli, basamenti della Chiesa, che simboleggiano il mondo non giudaico, moltiplicati ancora per 1000: così si ottiene un numero senza confine. Se si fa la somma di 144 (1+4+4) si ottiene il n. 9, che in ebraico corrisponde ad «’Àdam» (‘_D_M = 1+4+40 = 1+4+4 = 9), che significa «genere umano». Questi numeri non sono casuali, ma esprimono una grande teologia perché poco dopo lo stesso autore dice: «Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello» (Ap, 7,9).

È il progetto d’integrazione che dovrebbe interessare ogni uomo e ogni credente, in Italia, in Europa e nel mondo: una moltitudine che nessuno poteva contare… di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Un solo popolo senza confini, territori, cultura e religione che si apre a una prospettiva più grande: la Gerusalemme celeste, quella che comprende e abbraccia anche coloro che sono morti. I quali morti sono parte integrante della vita perché contemplano la vita, mentre noi, pellegrini in cammino verso l’unità, ne anticipiamo alcune forme e assaporiamo la premessa. Come siamo piccini, quando vogliamo mettere i paletti ai confini di una nazione!

La santità è incontrare Dio che è presente in tutte le persone che incontriamo sul nostro cammino, chiamarlo per nome e farlo entrare nel nostro cuore e nel nostro affetto, perché Dio è uno solo, ma presente in tutti. È questo il segno della santità cristiana che diventa fede in Dio e accoglienza di uomini e donne in un cammino di speranza per costruire un presente e un futuro di amore.

La santità è imitare Dio che si fa prossimo degli ultimi e tra gli ultimi dei più ultimi. Le beatitudini che abbiamo proclamato non sono altro che l’attuazione del progetto di Dio: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi… Signore quando…? In verità vi dico: ogni volta che lo avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me» (Mt 25,35-36.37.40.42-43.44.45). Se siamo credenti, andiamo nel mondo e imitiamo il Signore, se non siamo credenti, facciamo lo stesso perché questa è la misura della civiltà, senza aggettivi e sconti.

 

Credo o Simbolo degli Apostoli[38]

Io credo in Dio Padre, onnipotente creatore del cielo e della terra; [Pausa: 1 – 2 – 3]

e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, [Pausa: 1 – 2 – 3]

il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, [Pausa: 1 – 2 – 3]

patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; [Pausa: 1 – 2 – 3]

discese agli inferi; il terzo giorno è risuscitato da morte; [Pausa: 1 – 2 – 3]

salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti. [Pausa: 1 – 2 – 3]

Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

 

Preghiera universale [Intenzioni libere] [Spiegare il senso della raccolta]

 

MENSA DELLA PAROLA FATTA PANE E VINO

Segno della pace e presentazione delle offerte.

[Di solito questo momento della celebrazione eucaristica è chiamato col termine «OFFERTORIO». Non è esatto, anzi è molto equivoco. Questa parte si chiama correttamente «PREPARAZIONE DELLE OFFERTE», in quanto si predispone l’Altare, il Pane e il Vino insieme alla partecipazione di ciascuno per immergerci come Assemblea nel mistero dell’Incarnazione: il Lògos/Parola che abbiamo proclamato e ascoltato diventa «Carne» (cf Gv 1,14), fragilità di Dio che si lascia «spezzare» e nutrimento dei credenti che l’assumono come «Viatico» di vita. Il vero «OFFERTORIO» avverrà alla fine della preghiera Eucaristica, al momento della «DOSSOLOGÌA», quando offriremo il Figlio al Padre con la forza dello Spirito e saremo certi, solo allora, che «l’offerta» sarà compiuta e finita.]

 

Entriamo nel Santo dei Santi presentando i doni, ma prima, lasciamo la nostra offerta e offriamo la nostra riconciliazione e concediamo il nostro perdono, senza condizioni, senza ragionamenti, senza nulla in cambio. Seguendo la tradizione ambrosiana, ci scambiamo adesso il segno di Pace, prima di presentare le offerte all’altare. Non è un gesto «stilizzato» e nemmeno un saluto di cortesia con i vicini. Esso è un «gesto profetico» e un impegno missionario perché esprime la tensione di uscire dall’isolamento di se stessi per aprirsi agli altri che riconosciamo come «presenza di Dio». Non è solo augurio, ma impegno di portare nel mondo e ovunque vivremo, durante la prossima settimana, parole e gesti, pensieri e scelte di Pace, come frutto maturo di questa santa Eucaristia. Fidiamoci e affidiamoci reciprocamente come insegna il vangelo:

 

«Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).

 

Solo così possiamo essere degni di presentare le offerte e fare un’offerta di condivisione. Riconciliamoci tra di noi con un gesto o un bacio di Pace perché l’annuncio degli angeli non sia vano.

 

 

La Pace del Signore sia con Voi                    E con il tuo Spirito.

Invochiamo il dono della pace che ci siamo scambiati su di noi, sulle persone che amiamo, che ci fanno soffrire, sulle nostre famiglie, sulla Chiesa e sul mondo, dicendo tutti insieme:

Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa e donale unità e pace secondo la tua volontà. Tu che vivi e regni per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

Come segno profetico, scambiamoci un vero e autentico gesto di pace nel Nome del Dio della Pace.

 

[La raccolta ha un senso sacramentale di condivisione con la parrocchia che senza rumore ascolta e aiuta chi ha bisogno]

 

Presentazione delle offerte [la benedizione sul pane e sul vino è tratta dal rituale ebraico]

 

Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo; dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane e questo vino, frutti della terra, della vite e del lavoro dell’uomo e della donna; li presentiamo a te, perché diventino per noi cibo e bevanda di vita eterna.                  Benedetto nei secoli il Signore.

 

Preghiamo perché il nostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente.

Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa.

 

Preghiamo (sulle offerte). Ti siano graditi, Signore, i doni che ti offriamo in onore di tutti i Santi e delle Sante: essi, che già godono della tua vita immortale, ci proteggano nel cammino verso di te. Per Cristo nostro Signore. Amen.

PREGHIERA EUCARISTICA II (detta di Ippolito, prete romano del sec. II)

Prefazio proprio di Tutti i santi

Il Signore sia con voi.             E con il tuo spirito.                In alto i nostri cuori.               Sono rivolti al Signore.

Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio.                    È cosa buona e giusta.

 

È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.

Stiamo in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, lodando a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello (cf Ap 7,9-10).

 

Oggi ci dài la gioia di contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme, che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli e sorelle glorifica in eterno il tuo nome.

«Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 7,12).

 

Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita.

Chi potrà salire il monte del Signore? Chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. (Sal 24/23,3-4).

 

Per questo dono del tuo amore, uniti all’immensa schiera degli angeli, dei santi e delle Sante, proclamiamo con gioiosa esultanza la tua lode:

Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto, nel nome del Signore, Colui che viene. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria perché tu sei Santo, Santo, Santo, Signore Dio d’Israele e della Chiesa.

 

Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito perché diventino per noi il corpo e il sangue di Gesù Cristo nostro Signore.

Signore, tu hai detto: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt5,3).

 

Egli, offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: «PRENDETE, E MANGIATENE TUTTI: QUESTO È IL MIO CORPO DATO PER VOI».

«Tu, o Signore, sei il pane vivo disceso dal cielo: chi mangia di questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,51).

 

Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice del vino e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, e disse:

«PRENDETE, E BEVETENE TUTTI: QUESTO È IL CALICE DEL MIO SANGUE PER LA NUOVA ED ETERNA ALLEANZA, VERSATO PER VOI E PER TUTTI IN REMISSIONE DEI PECCATI».

«Il calice della benedizione che noi benediciamo, è comunione con il sangue di Cristo» (1 Cor 10,16).

 

«FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME».

Ti rendiamo grazie sull’arpa, per la tua fedeltà, o Signore nostro Dio! Canteremo sulla cetra, o Santo d’Israele (cf Sal 71/70,22).

 

Mistero della Fede.

Per il mistero della tua santa croce, salvaci o Cristo Risorto, Santo di Dio! Maranà thà! Vieni, Signore!

 

Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale.

«Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra» (Mt 53,4-5).

 

Ti preghiamo umilmente per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo.

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6).

 

Ricòrdati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra: rendila perfetta nell’amore in unione con il Papa…, il Vescovo…, le persone che amiamo e che vogliamo ricordare… e tutto l’ordine sacerdotale che è il popolo dei battezzati.

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,7-8).

 

Ricòrdati dei nostri fratelli e sorelle, che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e di tutti i defunti che noi affidiamo alla tua clemenza… ammettili a godere la luce del tuo volto.

«Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,10).

 

Di noi tutti abbi misericordia: donaci di avere parte alla vita eterna, con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, gli apostoli e tutti i santi e le sante, che in ogni tempo ti furono graditi; e in Gesù Cristo tuo Figlio canteremo la tua gloria.

«Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,12).

 

DOSSOLOGIA

 

[È il momento culminante dell’Eucaristia: è questo il vero «OFFERTORIO» perché ora sappiamo che il Padre non può rifiutare l’offerta del Figlio che l’Assemblea orante presenta perché sia effusa in BENEDIZIONE sull’universo intero. L’Amen che conclude la dossologia è conclusivo di tutta la Preghiera Eucaristica e dovrebbe essere proclamato con solennità e non biascicato come un sospiro di sollievo. Dicono le cronache liturgiche che nei primi secoli, quando l’Assemblea conclude il «Per Cristo…» con l’Amen, tremavano le colonne delle chiese. Il valore dell’Amen è la solenne professione di fede nella Santa Trinità che si è rivelata nella Parola, che è divenuta Carne, che si è data nutrimento e che ora si appresta a divenire testimonianza.[39]]

 

Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. O santa Trinità, non ti offriamo oro, incenso e mirra, ma colui che in questi santi doni è significato, immolato e ricevuto: Gesù Cristo nostro Signore e Redentore. Per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

LITURGIA DI COMUNIONE

Padre nostro in aramaico o in greco (Mt 6,9-13)

[Gesù ha insegnato il «Padre nostro» nella sua lingua materna, parlata da Maria e Giuseppe, la lingua aramaica. La Chiesa primitiva di Paolo, e subito dopo la Chiesa missionaria, l’ha tradotto in greco, e in questa lingua si pregava anche a Roma. È buona cosa per noi pronunciarlo nelle stesse lingue per non dimenticare mai che Gesù è Ebreo per sempre e noi siamo spiritualmente semiti, così come la Chiesa apostolica è nata in oriente e si è immediatamente aperta alla lingua e alle culture diverse dal giudaismo[40].]

 

Ci facciamo voce di tutta l’umanità, consapevoli che ogni volta che preghiamo il Padre qualificandolo come «nostro», noi impegniamo la nostra fraternità all’accoglienza cosciente e attiva di tutti, senza escludere alcuno in ragione della lingua, razza, religione, cultura e provenienza. Nessuno può invocare Dio come «Padre nostro» se nutre sentimenti razzisti o se definisce qualcuno con l’insulto di «extracomunitario» perché nella Casa del Padre tutti sono «comunitari», cioè figli allo stesso modo, con gli stessi doveri e gli stessi diritti. La preghiera del «Padre nostro» è l’antidoto contro ogni forma di razzismo, di pregiudizio e di paura, diversamente ci escludiamo da soli dalla universale paternità di Dio. Questo è il grande impegno di civiltà: Dio è Padre di tutti e tutti sono tra loro fratelli e sorelle, senza distinzione di razza, sesso, religione e cultura.

 

Padre nostro in aramaico o in greco. Idealmente riuniti con gli Apostoli sul Monte degli Ulivi, preghiamo:

Padre nostro che sei nei cieli,
Avunà di bishmaià,
sia santificato il tuo nome, itkaddàsh shemàch,
venga il tuo regno, tettè malkuttàch,
sia fatta la tua volontà, tit‛abed re‛utach,
come in cielo così in terra. kedì bishmaià ken bear‛a.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano Lachmàna av làna sekùm iom beiomàh
e rimetti a noi i nostri debiti, ushevùk làna chobaienà,
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, kedì af anachnà shevaknà lechayabaienà,
e non abbandonarci alla tentazione, veal ta‛alìna lenisiòn,
ma liberaci dal male. ellà pezèna min beishià.  Amen!

Oppure in greco

 

Padre nostro, che sei nei cieli, Pàter hēmôn, ho en tôis uranôis,
sia santificato il tuo nome, haghiasthêto to onomàsu,
venga il tuo regno, elthètō hē basilèiasu,
sia fatta la tua volontà, ghenēthêtō to thelēmàsu,
come in cielo così in terra. hōs en uranô kài epì ghês.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano Ton àrton hēmôn tòn epiùsion dòs hēmîn sêmeron,
e rimetti a noi i nostri debiti, kài àfes hēmîn tà ofeilêmata hēmôn,
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, hōs kài hēmêis afêkamen tôis ofeilètais hēmôn
e non abbandonarci alla tentazione, kài mê eisenènkēis hēmâs eis peirasmòn,
ma liberaci dal male. allà hriûsai hēmâs apò tû ponērû. Amen.

 

Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni; e con l’aiuto della tua misericordia, vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza, e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo.

Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli.

 

[Il presidente dell’Assemblea lascia cadere un pezzetto di pane nel vino come segno duplice segno dell’umanità e della divinità uniti nella persona del Signore Gesù e come simbolo dell’unione di Cristo con la sua Sposa, la Chiesa:]

 

Il Corpo e il Sangue di Cristo, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna.

 

[Intanto l’Assemblea proclama:]

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace. 

 

Beati gli invitati alla cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo.

 

Antifona di comunione (Mt 5,8-10) Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

 

Dopo la Comunione. Dal Vangelo apocrifo di Tommaso (sec. I d.C.)

  1. Gesù disse: «Beato colui che si situa al principio: perché conoscerà la fine e non sperimenterà la morte».
  2. Gesù disse: «Beato colui che nacque prima di nascere».
  3. Gesù disse: «Beati coloro che sono soli e scelti, perché troveranno il regno. Poiché da lì venite, e lì ritornerete».
  4. Gesù disse: «Beato l’uomo che si è impegnato e ha trovato la vita»
  5. Gesù disse: «Beati quelli che sono stati perseguitati nei cuori: sono loro quelli che sono arrivati a conoscere veramente il Padre. Beati coloro che sopportano la fame, così che lo stomaco del bisognoso possa essere riempito».

 

Preghiamo. O Padre e Madre, unica fonte di ogni santità mirabile in tutti i tuoi santi, fa’ che raggiungiamo anche noi la pienezza del tuo amore, per passare da questa mensa eucaristica, che ci sostiene nel pellegrinaggio terreno, al festoso banchetto del cielo. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

Benedizione e saluto finale

Il Signore sia con voi.                        E con il tuo spirito.

Il Signore, il Santo in mezzo a Israele, suo popolo dal cuore duro, ci doni la sua benedizione.        Amen.

Il Signore tre volte Santo che i cieli non possono contenere, ci dia la sua consolazione.

Il Signore, il Santo dei santi nella sua fragile umanità, ci colmi della sua tenerezza.

Il Signore che chiama ciascuno di noi alla santità di Dio, ci converta e ci sorregga.

Il Signore sia sempre davanti a noi per guidarci.

Il Signore sia sempre dietro di voi per difendervi dal male.

Il Signore sia sempre accanto a noi per confortarci e consolarci.

 

E la benedizione dell’onnipotente tenerezza del Padre e del Figlio

e dello Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre.                                                Amen.

 

Termina la liturgia come rito, inizia adesso la liturgia della testimonianza con la vita. Andiamo in pace.

Andiamo incontro al Signore della Storia, nel Nome di Cristo. Amen.

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Solennità di Tutti i Santi A-B-C – Parrocchia di S. M. Immacolata e S. Torpete

© Nota: L’uso di questi commenti è consentito citandone la fonte bibliografica

Paolo Farinella, prete – 1-11-2018 – San Torpete – Genova

 

AVVISI LITURGICI E APPUNTAMENTI VARI

Da Ottobre 2018 a Gennaio 2019

 

  1. SABATO 27 OTTOBRE 2018, DALLE ORE 17,45, San Cipriano di Serra Riccò (Ge), Parrocchia Ss. Cornelio e Cipriano – Davide Merello, Organo, Banda Musicale S.O.C. N.S. della Guardia Genova Pontedecimo, Davide Calcagno, Direttore. Percorsi musicali per organo e banda. Musiche di James Barnes, Eric Whitacre, Frank William Erickson, Frank Ticheli, César Frank, Antonin Dvorak, Jacques-Nicolas Lemmens, Marcel Dupré, Kenneth Leighton, Edward C. Bairstow, Percy Whitlock.

 

  1. GIOVEDI 1 NOVEMBRE 2018, SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI – ORE 10,00 MESSA IN SAN TORPETE, Piazza San Giorgio, Genova. Ricorre anche il 46° anniversario di Paolo Farinella, prete, ordinato il 1 Novembre 1972 nella cattedrale di San Lorenzo in Genova.

 

  1. VENERDI 2 NOVEMBRE 2018, COMMERAZIONE DI TUTTI ID EFUNTI E DEFUNTE, ORE 17,30 MESSA IN SAN TORPETE, Piazza San Giorgio, Genova.

 

  1. GIOVEDI 8 NOVEMBRE 2018 – ORE 17,30 SAN TORPETE, Piazza San Giorgio, Genova «perché fossero mie tutte le tue poesie»: GIOVANNI GIUDICI (1924-2011), e la poesia degli affetti (estremi), con Antonio Guerci, antropologo per il punto di vista antropologico e Silvia Fantini, italianista, Università di Genova per quello poetico.

 

  1. SABATO 10 NOVEMBRE 2018, ORE 17,00, Chiesa di San Torpete Genova, Piazza San Giorgio **Conversazione di Valentina Fiore, La grande pittura del Seicento a San Torpete: Orazio de Ferrari e lo Sposalizio della Vergine. Marco Beasley, VoceStefano Rocco, Arciliuto & Chitarra barocca. Le due radici. Dall’Italia all’Inghilterra e ritorno, viaggiando attraverso le musiche di una vita. Un viaggio nel sentimento, nel tempo e nello spazio. Musiche di Pierre Guédron, Tarquinio Merula, Turlough O’Carolan, Steve Winwood, Nick Drake, Henry Purcell, Bartolomeo Tromboncino, Ivano Fossati, Francesco Corbetta, Pino Daniele, Ludovico Fogliano, Claudio Monteverdi.

 

  1. SABATO 17 NOVEMBRE 2018, ORE 17,00, Chiesa di San Torpete Genova, Piazza San Giorgio **Conver-sazione di Valentina Fiore, Statue vestite: la Madonna della Provvidenza di Giovanni Battista Drago. Anna Delfino, SopranoEnsemble Barocco “Rapallo Musica”: Alessandro Alexovits, ViolinoRodolfo Bellatti, Organo. Musi-che di Antonio Vivaldi, Domenico Sarro, Georg Friederich Händel.

 

  1. GIOVEDI 22 NOVEMBRE 2018 – ORE 17,30 SAN TORPETE, Piazza San Giorgio, Genova, «prima che sia troppo tardi»:GÜNTHER WILHELM GRASS (1927-2015 – premio Nobel letteratura 1999), e la poesia del desiderio (confinato), con Luigi Ferrannini, psichiatra per punto di vista psichiatrico e  Serena Spazzarini, germani-sta, UniGenova per quello poetico.

 

  1. SABATO 24 NOVEMBRE 2018, ORE 17,00, Chiesa di San Torpete Genova, Piazza San Giorgio **Conversa-zione di Valentina Fiore, San Torpete: l’iconografia e il culto. Genova Vocal Ensemble: Roberta Paraninfo, Direttore. Musiche di Lorenzo Donati, Ko Matsushita, Tomás Luis de Victoria, Pietro Ferrario, Giovanni Pierluigi da Palestrina, Knut Nystedt, Johann Sebastian Bach, Benjamin Britten, Federico Ermirio, Andrea Basevi.

 

  1. SABATO 1 DICEMBRE 2018, ORE 21,00, Genova, Basilica dell’Immacolata **Conversazione di Valentina Fiore, Niccolò Barabino e la grande ancona della Madonna del Rosario. Beatrice-Maria & Gerhard Weinberger, Organo: Musica d’organo a due interpreti (quattro mani e quattro piedi). Musiche di Georg Friedrich Händel, Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwig van Beethoven, Giovanni Morandi, Ramón Ferreñac, Robert Cundick, Gustav Merkel.

 

  1. GIOVEDI 6 DICEMBRE 2018 – ORE 17,30 SAN TORPETE, Piazza San Giorgio, Genova «una testa spenta tra spazi ventosi»: TOMAS STEARNS ELIOT (1888 – 1965) e la poesia della memoria (perduta) con Ernesto Palummeri, geriatra per ilpunto di vista geriatrico e Massimo Bacigalupo, angloamericanista, UniGenova per quello poetico.

 

  1. SABATO 8 DICEMBRE 2018 – Solennità dell’Immacolata. IN SAN TORPETE, Piazza San Giorgio, Genova NON C’È MESSA. Tenuto conto che chi frequenta la parrocchia di san Torpete, non è residente nel contesto della parrocchia, ma proviene da fuori, impiegando molto tempo, abbiamo deciso di privilegiare la Domenica e di tralasciare tutte le feste, adiacenti la domenica. PERTANTO L’8 DICEMBRE, PER L’IMMACOLATA NON C’È MESSA.

 

  1. SABATO 15 DICEMBRE 2018, ORE 17,00, Chiesa di San Torpete Genova, Piazza San Giorgio. Conversazione di Antonio Frigé, Alla scoperta delle musiche di Thomas Eisenhuet. Ensemble Pian & ForteFrancesca Cassinari, Soprano – Gabriele Cassone & Matteo Frigé, Tromba naturale.

 

  1. DOMENICA 23 DICEMBRE 2018, IV DOMENICA DI AVVENTO, nella Messa delle Ore 10,00 nella Chiesa di San Torpete Genova, Piazza San Giorgio verrà conferita l’assoluzione generale comunitaria, come di consueto.

 

  1. LUNEDI 24 DICEMBRE 2018: VEGLIA DI NATALE – MARTEDI 25 DICEMBRE 2018: GIORNO DI NATALE E MERCOLEDI 26 DICEMBRE 2018: SANTO STEFANO, nella chiesa di San Torpete in Piazza San Giorgio Genova NON VI SARANNO CELEBRAZIONI.

 

Per le feste di Natale, oltre alle ragioni addotte per l’8 Dicembre (v, sopra), valgono altre considerazioni. Il Natale, ormai anche i praticanti cristiani è diventato una favoletta da ninna-nanna da presepio. D’altronde il 25 dicembre è una data fasulla e molto tardiva. Ci rifiutiamo di essere complici di uno sempre smaccato scempio del mistero centrale della fede cristiana: l’incarnazione. PERTANTO, DECIDIAMO DI NON CELEBRARE IL NATALE.

 

LA CHIESA DI SAN TORPETE RESTERÀ CHIUSA FINO A SABATO 5 GENNAIO 2019. RIAPRE DOMENICA 6 GENNAIO 2019 CON LA CELEBRAZIONE DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE ALLE ORE 10,00.

 

  1. DOMENICA 6 GENNAIO 2018 ORE 10,00 nella Chiesa di San Torpete Genova, Piazza San Giorgio, CELE-BRAZIONE DELLA MESSA DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE.

 

  1. GIOVEDI 10 GENNAIO 2019, UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI GENOVA:SEMINARIO: Mattina 9-12 e pomeriggio 15-17. MODERATORI: CARLA COSTANZA, SOCIOLOGA, già docente Facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano. NICOLA FERRARI, comparatista Uni-GE e GIORGIO DEVOTO, Editore.

 

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SI INVITANO I SOCI DELL’ASSOCIAZIONE «LUDOVICA ROBOTTI – SAN TORPETE»

A RINNOVARE LA QUOTA PER L’ANNO 2019 CHE RESTA ANCORA € 20,00.

 

Vico San Giorgio 3R presso Chiesa San Torpete, via delle Grazie 27/3 16128 Genova:

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[1] Midràsh viene del verbo ebraico «daràsh – cercare/interrogare» (cf Is 55,6; Sal 34,5; Gen 25,22; Dt 19,18; 23,22). Il verbo esprime una ricerca intensa perché ha in sé l’idea di uno sforzo implicito nella volontà di incontrare qualcuno o qualcosa. Applicato alla Scrittura diventa un metodo esegetico per cercare il senso profondo della Parola di Dio, cioè il cuore di Dio stesso. Ciò comporta la consapevolezza che il testo esaminato non esprime immediatamente il suo significato profondo, per cui occorre scavare, scrutare con attenzione per mettersi in sintonia con il significato intimo del messaggio che mai è quello ovvio, che appare a prima vista. In Lv 10,16 si legge che «Mosè si informò accuratamente circa il capro del sacrificio». L’espressione in italiano è tradotta con «s’informò accuratamente, in ebraico suona «daròsh daràsh», struttura tipica ebraica con il verbo all’infinito e al perfetto finito per sottolineare la forza del cercare. Alla lettera sarebbe «cercare / cercò» che il greco della LXX rende allo stesso modo con «zētôn exezêtēsen», un participio attivo e un aoristo indicativo attivo, alla lettera: «cercando scrutò». Con la separazione definitiva, alla fine del sec. I d.C., del Cristianesimo dal Giudaìsmo, noi abbiamo perso questo metodo di leggere e commentare la Scrittura, usuale al tempo di Gesù e della primitiva comunità cristiana, smarrendo una dimensione essenziale per capire il NT in tutta la sua portata e bellezza.

[2] Luigi Ginzberg, Le leggende degli ebrei, voll. I-III, Milano 1995-1999, qui I, 65. Altre tradizioni fanno provenire la polvere dalla zona dove in futuro sarebbe sorto il tempio di Gerusalemme (Targùm Giònata a Gen 2,7; 3, 23; Pirkè di R. Elièzer 11,2 e 12,1; Talmùd Jerushalmì Nazir 7,56b; cf anche Berlarmino Bagatti – Emanuele Testa, Il Gòlgota e la Croce, Ricerche storico-archeologiche, Jerusalem 1978 [rist. 1984], 17 e 109).

[3] La celebrazione riguarda «omnes simul electos, qui visione beatifica fruuntur, etiam non canonizatos – tutti insieme gli eletti, che godono della visione beatifica, anche non canonizzati» (Pietro Piacenza, «De festo omnium Sanctorum», in Ephm. Liturg., XXIII (1909), 526-543 e 695-711; per una panoramica storica completa cf Mario Righetti, Storia Liturgica, vol. II (L’anno liturgico – Il Breviario), Àncora, Milano 32014, 466-470. La solennità di oggi proviene dalla Chiesa Orientale, e fu accolta a Roma quando il Papa Bonifacio IV (? – 615) trasformò il Pàntheon, dedicato a tutti gli dei dell’antico Olimpo, in una Chiesa in onore della Vergine e di tutti i Santi. Era il 13 maggio del 609 e a questo giorno fu assegnata in un primo momento la celebrazione liturgica. Alcuìno di York (735-804), il maestro di Carlo Magno, fu uno dei propagatori della festa, e siccome nel suo paese i Celti consideravano il 1° novembre inizio della stagione invernale e lo celebravano con solennità, anche la festa cristiana fu trasferita a questa data che restò definitiva. Nel sec. IX la festa era già estesa a tutta la Chiesa e nel 1475 il papa Sisto IV fissò definitivamente la solennità al 1° novembre con la liturgia che ancora oggi celebriamo.

[4] «Quando peccò il primo uomo, la Dimora salì al primo cielo; peccò Caìno e salì al secondo cielo; con la generazione di Ènoch al terzo; con la generazione del Diluvio al quarto; con la generazione della torre di Babèle al quinto; con i sodomiti al sesto e con gli egiziani ai giorni di Abràmo al settimo. Al contrario, vi furono sette giusti: Abràmo, Isacco, Giacobbe, Levi, Keat, Àmram, Mosè con il quale la Dimora discese di nuovo sulla terra, al Sìnai, come era sulla terra, all’Èden, prima del peccato (di Àdam)» (cf Midràsh Numeri Rabbà XIII,4; Gènesi Rabbà XIX, 13 =Cantico Rabbà, V,1).

[5] La traslitterazione in italiano non è scientifica, ma pratica: come si pronuncia.

[6] Vedi sopra la nota 5.

[7] Arturo Paoli, Gridare il Vangelo con la vita, omelie domenicali e festive, Anno liturgico A, a cura di Dino Biggio, La Collina edizioni, Serdiana (CA) 2015, 241 e 234; per un commento esegetico più aderente, cf Alberto Maggi, Padre dei poveri, 1 Le Beatitudini, Cittadella editrice, Assisi 20043; Id., Gesù ebreo per parte di madre. Il Cristo di Matteo, Cittadella editrice, Assisi 2006, 47-52.

[8] Per Mt Gesù è un autentico rabbì che raccoglie i discepoli e insegna loro la Parola di Dio. In tutto il vangelo di Mt, infatti, troveremo Gesù sempre in posizione ieratica, solenne, sacerdotale: è il Maestro che forma con il suo insegnamento, a differenza di Lc che pone Gesù in viaggio che è un esodo (cf Lc 9,31) e a differenza di Mc dove troviamo Gesù sempre in movimento e mai fermo. Il vangelo di Mt si presenta come il «vangelo dei catechisti» cioè il libro dei formatori, di coloro che guidano i catecumeni a diventare discepoli al suo seguito.

[9] Osservare la Toràh è l’obiettivo di ogni israelita. Osservare ha qui il senso tecnico di custodire con scrupolo e timore (cf Sir 21,11). Gli Ebrei per essere fedeli alla Toràh devono osservare 613 precetti. Questo numero non è casuale, ma indica che ogni Israelita è circondato, custodito, protetto e avvolto in ogni istante della sua vita dai comandamenti di Dio. Il termine «Toràh», infatti, in ebraico (T_W_R_H = 400-6-200-5 = 611) ha un valore numerico di 611 cui si aggiungono i due primi comandamenti, dati direttamente a Israele perché riguardano la persona di Dio: 611+2= 613, numero finale che indica quindi la totalità della «Toràh» e, di conseguenza, della volontà di Dio che essa contiene. Se è vero che il pio Israelita deve «osservare/custodire» i comandamenti è anche vero il contrario: sono i comandamenti che custodiscono e proteggono il pio Israelita. Infatti «613 comandamenti furono dati a Mosè: 365 comandamenti negativi, come il numero dei giorni dell’anno solare, e 248 comandamenti positivi, corrispondenti alle parti del corpo umano». Sia il tempo (365 giorni, cioè un anno), sia la persona (le 248 parti che compongono il corpo) sono soggetti alla Toràh, cioè alla supremazia di Dio Per questo gli Ebrei, quando pregano, muovono tutto il corpo in un dondolìo costante: tutte le parti del corpo (cioè tutta la persona) devono partecipare alla preghiera (Cf Rav. Simlai, amoraita del III sec. d.C. in Talmùd, Makkot 23b).

 

[10] Le beatitudini devono essere contate alla maniera ebraica, cioè «7 + 1», perché il numero 7 indica totalità, la pienezza, per cui con «7 + 1» si intende una totalità traboccante cui si aggiunge una unità che dà come risultato il numero «otto» dalla tradizione giudaica e cristiana attribuito al Messia: già l’introduzione (le 7+1 beatitudini) del 1° discorso, quello programmatico, detto «del monte», quasi l’atto costituente di Gesù, racchiude in sé una prospettiva completa e definitiva perché si proietta nel «compimento messianico».

[11] Galilèa, considerata terra pagana («Galilèa delle genti» di Mt 4,15), Decàpoli, che comprende parte della Samarìa, estendendosi a oriente per gran parte del territorio della Giordània, Gerusalemme e Giudèa, che richiamano il tempio e il casato di Dàvide, da oltre il Giordàno per dire che l’ambito di azione di Gesù non limitato ai confini d’Israele, ma si estende a tutta la terra, compresa quella dei pagani perché con lui inizia il raduno universale interrotto da Àdam ed Eva e sognato dai profeti. Nella pienezza del tempo» (Gal 4,4), in Gesù, Dio convoca tutto il popolo d’Israele e le nazioni e annuncia in maniera definitiva la volontà di Dio che è la felicità-beatitudine di ciascuno e dell’intero genere umano.

[12] Da qui l’uso di chiamarli «macarìsmi», genere letterario biblico che descrive una benedizione da parte di Dio o un riconoscimento da parte dell’uomo.

[13] Sulla formula sintetica (Mosè e i Profeti), Lc 16,29.31; Lc 24,27; Gv 1,45; At 26,22; 28,23; per la formula estesa (Mosè, i Profeti e gli Scritti [qui citati come Salmi]) cf Lc 24,44.

[14] Cod. W del sec. V; cod. V del sec. IX e cod. S del sec. X e le versioni copte.

[15] In greco per il termine «mite» si ha «praǘs» che rende anch’esso l’ebraico «‘anē/’anî». Non basta la povertà materiale (sociologica) per essere poveri quanto allo spirito, perché la povertà sociale senza una qualità morale è una condanna alla disperazione. Usando la stessa parola aramaica per esprimere due concetti, Mt impone le due dimensioni: la povertà sociologica e la mitezza interiore, cioè la povertà del cuore, ovvero la disposizione alla povertà come libertà da condizionamenti: il povero è colui che non ha posizioni da difendere, ma colui che si apre e si mette in gioco. Ogni volta che si verifica una novità, il povero la coglie e accede alla vita. Per questo i protagonisti della storia della salvezza sono gli ‘anawim/poveri di Yhwh, coloro che cercano il regno di Dio senza la presunzione di possederlo.

[16] Rileviamo solo che in ebraico il Nome Yhwh ha un valore numerico di «26». Anche le prime tre beatitudini in greco hanno complessivamente 26 parole. Se tra i due referenti vi è un nesso, significa che le prime tre beatitudini sono un «unicum» ed esprimono la natura stessa di Dio che Gesù ha rivelato.

[17] «La nostra scienza è analitica: è la condizione del suo successo… Se qualcuno, invece di approfondire l’oggetto del suo studio si accontenta di esprimere a questo riguardo alcune generalità o di riassumere a grandi tratti i lavori degli altri, e gli si dice che fa una sintesi, lo si felicita ironicamente. La forza sintetica d’un pensiero è una cosa ben diversa: è la forza stessa del pensiero. Ora questa forza è all’opera nella dottrina dei quattro sensi, ed è essa che fa di questa dottrina assai più di un’ingegnosa teoria o d’una comoda classificazione. Essa ne spiega l’architettura, essa ne determina le leggi numeriche, essa ne detta l’ambizione come ne fissa i limiti… Cominciamo dall’elemento più esteriore: l’elemento numerico. Infatti, non potremmo ottenere una comprensione, per quanto poco completa, di ciò che il medioevo intendeva [a fortiori, aggiungiamo noi, ciò vale per il tempo più antico, quello della Chiesa primitiva] per «sensi» della Scrittura e del genere di pienezza ch’esso metteva nell’idea di un senso triplice o quadruplo, se non cercassimo di comprendere quale significato simbolico esso attribuiva a questi numeri di «tre» e «quattro». Più che mai bisogna che qui, per il momento, noi ci liberiamo delle nostre attuali concezioni e rinunziamo a sorridere. È un fatto che per molto tempo i maggiori ingegni hanno considerato il simbolismo dei numeri con la più grande serietà» (Henri de Lubac, Esegesi medievale, voll. 1-2, qui vol. 2, 1003-1004; cf anche 1007-1009). In questo testo De Lubac in 59 pagine dimostra l’uso simbolico dei numeri che i Padri medievali mutuarono dai Semìti, dai Greci e dalla Scrittura: «Il simbolismo dei numeri non è estraneo al Vecchio Testamento. Che si pensi per esempio all’età dei Patriarchi, ai trecentodiciotto servitori di Abràmo o ai quattrocento ottant’anni computati dall’uscita dall’Egitto alla costruzione del tempio… Lo si trova pure nella prima pagina dei Vangeli, in quel “numerus quatuordecim triplicatus” della genealogìa del Cristo in S. Matteo… Infatti avevano trovato conferma delle dottrine». Su tutta la questione e l’importanza dei numeri nell’esegesi, cf anche P. Farinella, «Sulla, corda ottava incontro al Messia. Simbolismo cristologico del numero “8” nella Bibbia e nella tradizione giudaico-cristiana», in SapCr 19 (2004) 129-171; per l’uso della ghematrìa in J. S. Bach, cf Ibidem, 149, nota 42.

[18] Stesso procedimento si trova in Ap 7,4-9 che descrive il raduno universale escatologico e in Ap 21,16-21.24 che descrive la Gerusalemme celeste come città quadrata costruita su 12 basamenti, cui si accede attraverso 12 porte. San Paolo aveva affermato il principio teologico: Dio è in tutti perché «uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1Cor 12,6).

[19] «Che significa il numero quarantasei? Vi ho già spiegato ieri che Adamo è presente in tutto il mondo, come ce lo indicano le iniziali di quattro parole greche. Scrivendo, infatti, in colonna queste quattro parole, che sono i nomi delle quattro parti del mondo: oriente, occidente, settentrione e mezzogiorno, cioè l’universo intero [per cui il Signore dice che quando verrà a giudicare il mondo, raccoglierà i suoi eletti dai quattro venti: cf. Mc 13, 27)], se scriviamo in greco questi quattro nomi: “Anatolê” che significa “oriente”; “Dýsis – occidente”; “Àrchtos – settentrione”; “Mesēmbría – mezzogiorno”; dalle loro iniziali otteniamo il nome “Àdam”, Adamo. Vi troviamo anche il numero quarantasei? Sì, perché la carne di Cristo viene da Adamo. I greci scrivono i numeri servendosi delle lettere dell’alfabeto. Alla nostra lettera “a” corrisponde nella loro lingua “alfa”, che vuol dire uno. Così alla “b” corrisponde “beta”, che vuol dire due; “gamma” vuol dire tre, “delta”, quattro: a ogni lettera, insomma, fanno corrispondere un numero. La lettera “m”, che essi chiamano “my”, significa quaranta, che essi dicono “tessaràchonta”. Considerate ora, le cifre relative alle lettere del nome “Àdam”, e troverete il tempio costruito in 46 anni. In “Àdam”, infatti, c’è alfa che è 1, c’è delta che è 4, e fanno 5; c’è un’altra volta alfa che è 1, e fanno 6; c’è infine my che è 40, ed eccoci a 46. Questa interpretazione fu già data da altri prima di noi e a noi superiori, che scoprirono il numero 46 nelle iniziali di Adamo. E siccome nostro Signore Gesù Cristo prese il corpo da Adamo, ma senza ereditarne il peccato, per questo prese da lui il tempio del corpo, ma non l’iniquità che dal tempio doveva essere scacciata. I Giudèi crocifissero proprio quella carne che egli ereditò da Adamo (poiché Maria discende da Adamo, e la carne del Signore deriva da Maria), ed egli avrebbe risuscitato proprio quella carne che quelli stavano per uccidere sulla croce. I Giudèi distrussero il tempio che era stato costruito in 46 anni, e Cristo in 3 giorni lo risuscitò» (Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 10, 12, PL 35).

[20] Per capire il riferimento al numero «72», occorre ricordare che il Talmùd babilonese attribuisce a ogni parola pronunciata da Dio sul Sìnai non uno, ma ben «settanta significati», cioè un significato così pieno da dare una risposta esauriente alla sete di Dio di tutti i «settanta popoli» che abitavano la terra, secondo la convenzione comune (cf tavola dei popoli in Gen 10,1-32), viva anche al tempo di Gesù, (cf At 2,5-11): «È stato insegnato nella scuola di Rabbì Ishmael: “Non è forse così la mia parola: come il fuoco, oracolo del Signore, e come un martello che frantuma la roccia?” (Ger 23,29). Come questo martello sprigiona molte scintille, così pure ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza si divideva in settanta lingue» (bShabbat 88b; cf anche bSanhedrin 34a; per la letteratura cristiana, cf Sant’Ambrogio, In Psalmo LXI, n. 33-34 [PL, XIV, 1180 C]; Origene, In Romanis, VII,19 [PG XIV, 1153-1154]; Id., In Lucam, Hom. 34 [PG 199-200]; Sant’Agostino, In Psalmo LXI, n.18 [CCL = Corpus Christianorum, series Latina, Turnholti 39, 786]).

[21] Il verbo «didàskō – insegno» è riservato ai rabbì perché attiene direttamente la Toràh che significa «insegnamen-to» (impropriamente viene quasi sempre tradotta con “Legge”). In Mt ricorre 14 volte ed è riservato quasi esclusivamente a Gesù (Mt 4,23; 5,2; 7,29; 9,35; 11,1; 13,54; 21,23; 22,16; 26,55), quasi a mettere in evidenza la sua natura di interprete della volontà di Dio. D’altra parte, Gv 1,18 lo presenta come l’esegeta accreditato di Dio.

[22] Cf Alberto Maggi, Padre dei poveri, 1 Le beatitudini, Cittadella Editrice, Assisi 32004, 56-57.

[23] Omero usa l’aggettivo riferito agli dei dell’Olimpo: «màkares theòi» (Omero, Odissea, V, 7; VIII, 306, ecc.) e solo pochissime volte riferito agli umani. Nel primo ellenismo ebbe uno sviluppo indicando gli uomini che con la morte raggiungevano lo stato delle divinità (cf Giuseppe Flavio, GG V, 11, 3; Jacques Dupont, Les Béatitudes II, Gabalda, Paris 1969, 187-191), tanto che il Siràcide consiglia: «Prima della fine non chiamare nessuno beato» (Sir 11,28). Nel tardo ellenismo e quindi al tempo dei vangeli, il termine diventa sinonimo di «felice» (cf Jacques Dupont, Les Béatitudes [cit.], 328). Per la storia della parola cf GLNT VI, 977-988.

[24] Questo uso è comune presso gli Ebrei che sostituiscono il Nome Yhwh – il santo tetragramma – con altri nomi come Shèm–Il Nome, Kabòd–La Gloria, Maqòm–Il Luogo, Maghèn–Lo Scudo, Qedòsh–Il Santo, Eliyòn–L’Onnipotente, Lebanòn–Il Lìbano (perché il tempio era costruito con i cedri del Lìbano»), Adonài–L’Eterno/Signore, Adonài Sabaòth–Signore delle schiere/eserciti, Borè–Il Creatore, Echàd–L’Uno, Goalènu–Il Nostro Redentore, Kòl–Il Tutto, Rachùm–Il Misericordioso, Tzadìq–Il Giusto. ecc. ecc. Per un approfondimento dei nomi sostitutivi di Yhwh, v. Domenica 27a del Tempo Ordinario-C, Introduzione, nota 4 oppure Domenica 4a Tempo Pasquale-A nota 9.

[25] Cf Mishnàh, Sota [Adulterio]7,6; Sanhedrìn [Tribunali] 10,1.6; Talmùd, bQiddushìm/Santità [del matrimonio] 71a).

[26] «Regno dei cieli» (Mt 3,2l; 4,17; 5,3.10.19[2x].20; 7,21; 8,11; 10,7; 11,11.12; 13,11.24.31.33.44.45.47.52; 16,19; 18,1.3.4.23; 19,12.14.23.24; 20,1; 22,2; 23,13; 25,1). «Regno di Dio» (Mt 6,33; 12,28; 19,24; 21,31.43)

[27] A partire dal sec. V in poi, in occidente, prevalse la lettura della Bibbia nella lingua latina che ha preso il sopravvento su quella greca, e il cambio della lingua influì, al pari delle condizioni ecclesiali, come lo sviluppo del monachesimo, anche sul contenuto. Poiché, infatti, non vi erano più le condizioni del tempo di Gesù, il termine greco «praǘs» perse questa valenza di sottomissione e di sopraffazione per trasferirla su quello dell’ascesi finalizzata alla mistica. La prima edizione di un testo greco si ebbe nel 1516 sul lavoro di Eràsmo da Ròtterdam (1466/1469-1536), il cui testo fu preso come base sia da Lutèro che successivamente anche da tutti gli altri, ma di fatto, solo nel 1975 si ha una vera edizione critica del NT ad opera dei filologi Nestle-Aland che diedero forma alla edizione bilingue (greco-latino) giunta alla 28a.

[28] Cf Lorenzo Rocci, Vocabolario della lingua greca, Società editrice Dante Alighieri, Roma 402002, ad v., 1551.

[29] Sul tema e connessioni, cf Paolo Farinella, Il padre che fu madre. Una lettura moderna della parabola del Figliol Prodigo, Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano (VR), 2010, 238-240.

[30] Sul tema della misericordia in ogni suo aspetto, rimandiamo a Paolo Farinella, Il padre che fu madre, cit., tutto centrato sull’argomento, specialmente 170-172.

[31] La Bibbia-Cei (2008) traduce «ebbe compassione», che è meglio del «commosso» dell’edizione precedente (1974); ma anche la nuova versione non prende in considerazione che il termine «compassione», nobile nella sua accezione semantica perché significa partecipare lo stesso sentimento (cum-pàtior), nel linguaggio corrente, al contrario, è ambiguo e riduttivo, avendo assunto una connotazione negativa: avere compassione di qualcuno, significa provare pena per qualcuno. Luca usa il verbo passivo greco «esplanchnìsthē» che deriva dal verbo ebraico «rahàm» (da cui rèchemùtero, e il suo plurale rachamìm – ùteri/viscere interiori). L’ebraico richiama l’utero materno (= rèchem) nell’atto di generare alla vita (cf Sal 51/50,3): il soccorso dato a qualcuno, l’aiuto donato è sempre un gesto generante.

[32] Questa beatitudine ha avuto le più oscene interpretazioni perché le si sono attributi sensi e significati totalmente estranei al testo. La beatitudine è stata usata per affermare la purezza del corpo, per preparare alla comunione che solo «chi è puro» può ricevere, come se Gesù non fosse venuto per gli sporchi, brutti e cattivi del momento. Quanto terrore ha inculcato questa beatitudine, lacerando coscienze e creando disadattati a non finire.

[33] Sul tema biblico del «vedere il Signore», cf Paolo Farinella, «Vogliamo vedere Gesù» (Gv,12,21), in Ferdinando Taccone, a cura di, La visione del Dio invisibile nel volto del Crocifisso [Atti del Seminario di ricerca interdisciplinare sul tema: «La visione del Dio invisibile nel volto del Crocifisso», Pontificia Università Lateranense, Cattedra Gloria Crucis, Roma 23 aprile 2007] Edizioni OCD, Roma Morena 2008, 47-73. Il testo è reperibile on line.

[34] In tutta la Bibbia il verbo «eirēnepoièō» ricorre qui e in Col 1,20.

[35] Sta qui il fondamento della guerra di religione in nome di Dio, perché «viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (Gv 16,2): la presunzione di avere il monopolio di Dio, vanificherà la pace messianica e darà spazio e forza al pòlemos – guerra». Chi crede e sceglie la logica delle Beatitudini, non deve però avere paura perché la luce è più forte delle tenebre (cf Gv 1,4-5) e «lo spirito verrà in aiuto alla debolezza» (Rm 8,26) per rendere evidente che è nella debolezza che Dio manifesta la sua gloria (cf 1Cor 1,27). «19Quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: 20infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19).

[36] «Ora noi invece combattiamo contro un persecutore ingannevole, un nemico che lusinga, Costanzo [l’imperatore, ndr] l’anticristo: egli non percuote il dorso ma accarezza il ventre, non ci confisca i beni per la vita ma ci arricchisce per la morte, non ci sospinge col carcere verso la libertà, ma ci riempie di incarichi nella sua reggia per la servitù, non spossa i nostri fianchi ma si impadronisce del cuore, non taglia la testa con la spada ma uccide l’anima con l’oro, non minaccia di bruciare pubblicamente, ma accende la geenna privatamente. Non combatte per non essere vinto ma lusinga per dominare, confessa il Cristo per rinnegarlo, favorisce l’unità per impedire la pace, reprime le eresie per sopprimere i cristiani, carica di onori i sacerdoti perché non ci siano vescovi [= ne impedisce l’ufficio, ndr], costruisce le chiese per distruggere la fede» (Ilario di Poitiers [315 ca.–367], Contro l’imperatore Costanzo, 5 [PL 10,478-504]).

[37] Ai nostri giorni si compie la Parola del Signore che ha detto: «Quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» (Mt 10,27). La scoperta che molti religiosi hanno corrotto l’innocenza di bambini e bambine che dovevano proteggere e che invece hanno violato con mani impure, lascia sgomenti, non solo per il fatto in sé, ma specialmente per l’estensione del fatto, in tutto il mondo. È il segno che qualcosa non ha funzionato «da sempre» nell’impostazione educativa e quindi nella formazione alla «santità», costruita più attorno a manìe spiritualiste per coprire vergogne senza scuse, frutto di una perversione psicologica che rasentava la schizofrenia e la patologia di chi vive chiuso in ambienti solo maschili o solo femminili, con travagli, traumi e tragedie che solo Dio conosce. Una porzione di questo velo è stato alzato, svelando che molti, troppi, che per tanti anni sono stati considerati modelli di santità, furono invece poveri malati che non avevano risolto alcun problema fondamentale della loro vita, specialmente in materia sessuale, perché infantili e irrisolti, a motivo preminente della formazione che si occupava talmente del loro spirito da dimenticarsi del loro corpo, generando frustrati, divenuti carnefici di coloro i cui «angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» Mt 18,10).

 

[38] Il Simbolo degli Apostoli è, forse, la prima formula di canone della fede, così chiamato perché riassume fedelmente la fede degli Apostoli. Nella chiesa di Roma era usato come simbolo battesimale, come testimonia Sant’Ambrogio: «È il Simbolo accolto dalla Chiesa di Roma, dove ebbe la sua sede Pietro, il primo tra gli Apostoli, e dove egli portò l’espressione della fede comune» (Explanatio Symboli, 7: CSEL 73, 10 [PL 17, 1196]; v. commento in Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], 194).

[39] Sul significato biblico, giudàico e liturgico del termine «Amen», cf Paolo Farinella, Bibbia, Parole, Segreti, Misteri, Il Segno dei Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano (VR) 2008, 87-100.

[40] Anche per il «Padre nostro», vale quanto abbiamo detto per il segno della croce iniziale: la traslitterazione non è quella scientifica, ma pratica, per aiutare la pronuncia in modo semplice.

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