Antimafia ma non troppo: le “interdizioni” top-secret

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di Christian Abbondanza

Le organizzazioni mafiose sono l’unico soggetto economico che non conosce crisi. Si pensi soltanto alla schiera di consumatori di coca che garantiscono introiti da capogiro. Fiume senza fine di banconote da ripulire che, con gli altri proventi delle attività criminali, alimentano da un lato la corruzione e dall’altro quelle “imprese mafiose” (di ogni settore) che annientano l’imprenditoria sana, soffocando ogni principio di libera concorrenza.

Ci sono voluti decenni perché questa bazzecola trovasse una norma che permettesse, quantomeno, di frenare questo meccanismo perverso. Si chiamano informative antimafia (più note come interdizioni). In poche parole: se un impresa risulta essere infiltrata o a rischio infiltrazione della criminalità organizzata, il Prefetto, sulla base delle informazioni fornite dai reparti investigativi, adotta questa misura preventiva e, da quel momento, quell’impresa non può più operare nell’ambito di lavori pubblici. Un cartellino rosso che impedisce di partecipare a gare, acquisire subappalti e contrattare con la Pubblica Amministrazione.

In parallelo vi sono anche le white list, ovvero una lista di imprese “accreditate” dalle Prefetture, a seguito di annuali verifiche, a cui le Pubbliche Amministrazioni dovrebbero rivolgersi per gli affidamenti di lavori.

Se non tutte le Prefetture risultano sensibili alla questione ed evitano controlli troppi rigorosi, esiste un vero e proprio “tarlo” nel sistema di prevenzione. Un “tarlo” che, come troppo spesso accade in questo nostro Paese, poggia sull’assenza di trasparenza.

Le informative antimafia, cioè le misure interdittive, sono rigorosamente RISERVATE. Solo la Stazione Appaltante che ha fatto richiesta di informazioni alla Prefettura ne è portata a conoscenza. Il “cartellino rosso” dell’interdittiva antimafia non è pubblicato da nessuna parte. Non viene nemmeno trasmesso alle Forze dell’Ordine ed ai reparti investigativi dello Stato che monitorizzano appalti e cantieri. C’è ma non si deve sapere e così il suo effetto (di tutela delle imprese sane e pulite) evapora.

Una piccolo Comune, ad esempio, assegna con un appalto rigorosissimo il lavoro ad un’impresa che a sua volta, ottenuta la commessa, procede con affidamenti di subappalti e noli. Se quel piccolo Comune e quell’impresa aggiudicataria dell’appalto non hanno accesso alla lista delle imprese “interdette”, ci sono buone possibilità, che un subappalto o nolo finisca proprio ad una di quelle imprese “interdette” (nel silenzio) perché offre mezzi o opera a basso costo.

Una soluzione per eliminare questo “tarlo” c’è, semplice e senza costi: pubblicare sul sito del Ministero dell’Interno (o delle Prefetture) la lista delle imprese soggette ad interdizione antimafia. Ovviamente se il provvedimento decade o viene sospeso o annullato – da Tar o Consiglio di Stato – dovrà essere inserita, correttamente, apposita e tempestiva annotazione sulla lista online.

Nessuno potrebbe più dire: “ho affidato quel lavoro a quell’impresa perché non sapevo”, salvandosi in corner dalla responsabilità di aver agevolato un organizzazione mafiosa. Non solo. Comitati, associazioni, cittadini impegnati sul territorio – “sentinelle di legalità” diffuse – potendo verificare se un’impresa interdetta opera in un cantiere pubblico, potrebbero segnalare il fatto alle Forze dell’Ordine o alla Magistratura, contribuendo al contrasto dell’infiltrazione mafiosa. Forse anche molti Privati, conoscendo i nomi delle imprese interdette, eviterebbero di chiamarle ad operare.

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