Addio creuza de ma

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creuza2di Ferruccio Sansa*

Addio creuza de ma. Strano destino: in Italia – e non solo – tutti le conoscono, le percorrono con la fantasia cantando il capolavoro di Fabrizio De André. Ma gli antichi vicoli di mare a Genova e in Liguria stanno morendo: distrutti dalle alluvioni, dai crolli e dalle frane; invasi dalle erbacce e dai rifiuti. Abbandonati. Pericolosi a camminarci, perché rischi di cadere, di precipitare per metri in buche che ti si aprono sotto i piedi.

Basta salire sulla collina affacciata sul mare di Sant’Ilario, forse proprio dove Bocca di Rosa scese alla stazione (ormai chiusa) e tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava di un missionario. Pochi passi, lasci il piazzale della chiesa e imbocchi la scalinata affacciata sul mare e ti ritrovi di fronte rovine. Un muro crollato – abbattuto dalla pioggia che ha fatto ammalare la terra, l’ha ridotta in fango – copre gli antichi mattoni rossi. È così da mesi, forse anni. All’inizio forse qualcuno sperava ancora di ripararlo, poi si sono arresi tutti. Hanno messo un cavalletto, giusto per evitare che la gente cadesse, precipitasse nella voragine che si è aperta.

Fine. La creuza è morta. Semplicemente non ci sono i soldi per ripararla. E la vita lentamente l’ha abbandonata: nessuno ci passa più, la vegetazione ha cominciato a invaderla.

No, non è un caso isolato. A poche centinaia di metri ecco che accanto alla scuola d’Agricoltura dove studiò Rodolfo Valentino, prima di abbandonare il mestiere di giardiniere e imbarcarsi per l’America e Hollywood, in via Lastrago altri cavalletti. Altri scalini che si disfano sotto i tuoi piedi. Oppure sulle alture vicine, a San Bernardo, Sessarego, Pieve. Ovunque. Nei pochi percorsi recuperati al posto dei mattoni arrivano il cemento e l’asfalto. Costano meno, non ci vuole nessuna perizia per metterli.

Accade nel silenzio, si scansa il passo, si cambia il percorso. E nessuno sembra farci caso. Addio creuze, quella parola intraducibile, che non è vicolo, non è sentiero. Creuza e basta: una lingua di mattoni rossi, di pietre grigie prese dalla collina. E di ulivi, di mare, perché sono fatte anche di questo, del paesaggio che hai intorno.

“Un monumento a suo modo, così ligure, perché minimo, scarno, senza nemmeno un autore da ringraziare”, racconta Giovanni Meriana, autore di tanti libri sulla Liguria e la cultura contadina, “Chissà chi ha piegato la schiena per mesi, forse anni, per portare fin quassù quei mattoni, per prendere i sassi dalla montagna. E poi per incastrarli tutti in un modo così perfetto da resistere per secoli. Fino a oggi”.

Spariscono le creuze e insieme il mestiere di costruirle. Si contano sulle dita della mano gli artigiani – alcuni, strano a dirsi, sono albanesi – capaci di realizzare il “risseu”, quel mosaico contadino che abbelliva le piazze, le stradine dei paesi della Liguria. Crollano le “fasce”, la “muraglia cinese” dei liguri, migliaia di chilometri senza una goccia di cemento, ma capaci di tenere in piedi le colline. “Sono troppo costosi, la gente crede che siano inutili”, sorride amaro Ilario Marsano che a ottant’anni si ostina a passare le sue giornate a rimettere a posto ogni sasso portato via dall’acqua. A togliere l’erba che ci cresce in mezzo, tenace. “Io resisto, ma so benissimo che appena me ne sarò andato tutto finirà”.

La natura vince, viene da dire. Ma non è così. “È cominciato qualche anno fa”, racconta Teresa Penco, che vive in una casa color ocra sulle alture, che si raggiunge solo con una creuza, “l’Amiu, la società municipalizzata della nettezza urbana genovese, aveva avviato la spazzatura meccanizzata. E in un attimo si era estinto lo spazzino, quello con la scopa di saggina che magari non faceva quadrare i bilanci, ma arrivava dappertutto. Anche nelle creuze”. Così hanno cominciato a vincere le erbe, i rifiuti. Poi l’azienda che si occupa dell’illuminazione pubblica ha lasciato che lasciato che si spegnessero i lampioni. Uno dopo l’altro. E dove non c’è la luce, se ne va anche l’uomo. Alla fine sono arrivati i crolli. I cavalletti, le transenne, e con loro la rassegnazione.

“Non ci vado più a camminare lassù. L’altra sera sono caduta, mi sono storta un braccio. Volevo fare causa al Comune, ma poi… che senso ha… hanno le pezze sul sedere peggio di me… e poi ci perdi solo i soldi degli avvocati”. Così Anna Perrone, settantacinque anni, ha rinunciato alla sua passeggiata serale, alla visita all’amica dei tempi della scuola, a quello sguardo sul mare che magari ti fa anche malinconia, ma ti fa sentire vivo. “Me ne sto in casa da sola a guardare la televisione”.

Addio creuze. Quando viene notte se dal mare guardi le colline le vedi più buie di una volta. Quello scheletro di luci che sembrava tenerle su, si sta spegnendo. E sulle lastre di marmo appese ai muri si scoloriscono i nomi con le storie che raccontavano: via Cianà, salita Pendicollo, Salita del Crocifisso.

Finirà come diceva il poeta Giorgio Caproni, genovese d’adozione, raccontando la vita dell’ultimo abitante di un paese della liguria contadina: “Non c’è più nessuno/meglio – lo so – che io me ne vada/ prima che me ne vada anch’io”.

Presto delle creuze liguri rischiano di restare soltanto le parole di De André. Nessuno passa più dove la luna si mostra nuda e incontri le ombre dei marinai.

*da il Fatto Quotidiano 30 dicembre 2015

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