A volte è anche bello dirglielo

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di Barbara Fiorio

Io ho il mio vecchietto preferito. Non lo sa nessuno, nemmeno lui, ma da anni lo incrocio nella mia via e sono contenta perché, d’istinto, so che è simpatico. Lo so così, dallo sguardo, dal sorriso, perché ha la luce delle persone pulite.

Ce ne sono altri, di vecchietti che incrocio nella via, e non sembrano male neanche loro, ma lui è il mio preferito. Io, a lui, voglio un po’ di bene.

Lo vedo quando esce per andare giù verso le spiagge, o il supermercato, o l’edicola – non so esattamente dove vada, non è che lo abbia mai seguito, non esageriamo -, lo vedo quando rientra a casa e quando si ferma a chiacchierare con qualcuno.

Da anni. E per anni intendo almeno una quindicina.

Bene, l’anno scorso ho preso coraggio e da allora, ogni volta che lo incrocio, gli sorrido in segno di saluto. Quei sorrisi che vogliono dire Salve, noi ci conosciamo, siamo della stessa via, buona giornata! Quei sorrisi lì.

E lui ricambia.

Un mese fa, mentre stendevo sul balcone, da cui vedo il portone del suo palazzo, ho osato tantissimo: lui era lì, in piedi, e siccome ha per caso alzato lo sguardo verso di me, io non solo gli ho sorriso, ma ho anche fatto ciao con la mano e urlato “Salve!”.

E lui ha ricambiato.

Forse un giorno, mi sono detta, magari entro quest’anno, o entro la primavera prossima, mi fermerò addirittura a parlare con lui. Potrei, per esempio, dirgli “Buongiorno, come sta?”, anche se forse è un po’ troppo confidenziale.

Poi, una decina di giorni fa, sempre stendendo, ho visto un’ambulanza arrivare e fermarsi sotto il mio balcone. Due uomini sono scesi, hanno aperto i portelloni e hanno tirato fuori una barella dove c’era lui, pallido, fragile, disorientato. Il viso si muoveva lentamente come il resto. Persino i pensieri, lo percepivo fin dal balcone, erano indolenziti.

Non volevo che mi vedesse. Forse si sarebbe sentito a disagio, a farsi vedere in quelle condizioni dalla sconosciuta passata al Salve! dopo anni. Ma una parte di me avrebbe voluto incrociare il suo sguardo per fargli capire Non farmi scherzi, per favore. Ora riposa, vedrai che starai meglio. Così, sulla fiducia.

I due uomini hanno fermato la barella e preso una sedia a rotelle, dove lo hanno invitato a sedersi. Non ce la faceva, da solo, hanno dovuto aiutarlo, con calma ed esperienza. Poi lo hanno portato in casa, dove una donna lo aveva preceduto, aprendo la finestra della stanza. E ho capito dove abitava.

Da allora, ogni giorno, ho sbirciato quella finestra, interpretando a casaccio le persiane aperte, chiuse, socchiuse, accostate, i panni stesi, i vetri spalancati.

Due giorni fa, finalmente, l’ho visto. In piedi, affacciato, con la sua giacca da uscita, che guardava fuori.

Sono stata lì un po’, avevo da stendere il nero, è sempre la cesta più ricolma, ma lui non ha guardato verso di me. Non importava, era in piedi, e con la sua giacca da uscita.

E ieri l’ho visto tornare verso casa con un bastone, fermarsi dall’altro lato della strada, in attesa di attraversare, e guardare su, verso di me.

D’istinto, mi sono sporta che nemmeno Raperonzolo e ho urlato “Come sta?”.

Lui ha sorriso e ha fatto segno con la mano, Così così, indicandosi il cuore.

Ormai trasformata in quella che bercia dal secondo piano dopo quindici anni a muoversi in punta di piedi, gliel’ho detto.

“Ho visto l’ambulanza, mi sono preoccupata. Mi raccomando, non si strapazzi!”

Lui ha un po’ sorriso e un po’ riso, e poi mi ha detto “Grazie”, ma non uno di quei Grazie che sono di educazione, era un Grazie vero, di quelli che vogliono anche un po’ dire Che bello che ti sei preoccupata per me.

A volte ci sono persone che abbiamo semplicemente bisogno di sapere che stanno bene, anche se non facciamo parte della loro vita, anche se li incrociamo solo di tanto in tanto lungo la via. E a volte è anche bello dirglielo.

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