A GENOVA DI NOTTE CI SONO I GIGANTI – il porto

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A Genova di notte senti urlare i giganti.
Per sentirli devi andare a Di Negro, cercare un piccolo varco tra quei palazzi squadrati, operai. Grigi, forse perché hanno perso il colore o magari non lo hanno avuto mai, come se dovesse essere il tempo a dare loro una tinta. Si chiama, mi pare, salita degli Angeli. Forse non troverai la targa, non vedrai a un palmo davanti a te con gli occhi ancora spalancati dai lampi delle auto. Proprio prima della curva, dove la strada punta verso la collina, parte una creuza di mattoni. Qualcuno guarda dalle ultime finestre illuminate, i panni ciondolano stesi. Senti voci di televisioni, rumori di camere da letto. Sali. Incrocia ombre, gatti, una pantegana. Fino a vicolo dei Portici. Fermati qui e ascolta. Ascolta bene. Ecco, lo senti? Questo suono basso, come un urlo rauco; un barrito. Non può essere che un gigante. Adesso scendi giù, seguilo. Supera la chiesa bianca… hai presente… quella con il campanile centrale, la facciata a guglie che imita un gotico assurdo, mai esistito. Davanti vedi il grande incrocio, la terra di nessuno dove c’è una donna alla fermata che non sai se aspetti il bus o sia una prostituta. Forse nemmeno lei l’ha ancora deciso finché un’auto non si ferma, una portiera non si spalanca. Lampioni alti cancellano ogni colore, restano soltanto il verde e il rosso del semaforo. Il giallo che di notte lampeggia.
Osserva, c’è una grande cancellata, un varco. Avvicinati, controlla bene che la guardia non ti veda, che non le salti in mente di chiederti chi sei, dove vuoi andare. Allora dovrai essere pronto. Nessun dubbio, nessun tentennamento. Non importa la risposta, ma il tono.
Ora guardati intorno. La città d’un tratto non c’è più. I lampioni illuminano piazzali deserti, strade senza direzione, binari come serpenti luccicanti. E tu sei diventato piccolo, le tue mani e la tua forza qui non contano più niente. Cammini e non arrivi da nessuna parte, ogni cosa rimane lontana.
Ecco la terra dei giganti. Senti questo rumore, sono le catene che li tengono imprigionati. Queste montagne nere di carbone, ieri non c’erano, domani non ci saranno più. Si alzano e si disfano ogni giorno. La grande bestia è li che lavora, giorno e notte, l’occhio luminoso che perlustra la banchina. Gioca con giganteschi mattoni colorati che prende dal ventre delle navi; costruisce palazzi che cambiano forma ogni istante. Uno aggiunge, un altro toglie.
Intorno tutto è enorme, ci sono corde spesse come alberi; silos più grandi della cattedrale per conservare soltanto buio e silenzio.
Gli uomini, pochi, sembrano formiche che cercano riparo dentro camion, locomotive per non essere schiacciati. Li incontri davanti al bancone di formica del bar nascosto sotto le rampe della strada.
Perfino il mare qui è diverso. Stinto, senza forza, senza vita. Sa di olio e di ruggine. Da cento anni, forse più, quest’acqua non esce fuori dai moli. Non scappa oltre la diga. Se guardi bene, ci vedi nuotare pesci. Anch’essi opachi, indifferenti, si animano d’improvviso per seguire un mulinello.
Ma per qualche ora di notte la città si specchia, tra le calate ritrova le piazze che non ha. Qui dove non si può restare, soltanto partire o tornare. Il mondo si guarda da poppa o da prua.
Com’è piccola Genova di qua, ma forse è questa la città e l’altra non lo sa.

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