A GENOVA CERCANDO LE ORME DI FABER

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*da Il Fatto Quotidiano

Silenzio. La sala del mercato del pesce di piazza Cavour oggi è deserta. È rimasto un odore marcio di sale e mare che ha intriso la pietra. Non ci sono più le urla che all’alba risuonavano e che Fabrizio De André – lui che sapeva trovare la musica in tutto – aveva catturato all’inizio di Creuza de ma. A quell’ora i pescatori versavano sui banchi tonnellate di pesce: naselli, orate, acciughe ancora luccicanti. A guardarli ricordavano la presenza del mare, parte di Genova quanto piazze e vicoli: “Alla riva sbarcherò/ alla riva verrà la gente/ questi pesci sorpresi li venderò per niente” (Le acciughe fanno il pallone). Non è più qui il mercato del pesce. Ed è chiusa anche la stazione di Sant’Ilario dove, guarda gli incroci del destino, tanti anni dopo lo scrittore André Aciman ha ambientato il romanzo Chiamami con il tuo nome.
Se cammini per il centro storico incontri ancora gli amanti di De André che cercano tracce delle canzoni tra piazza dell’Amor Perfetto e via del Campo, quei vicoli che nei nomi e negli incroci sono topografia della vita. Scattano fotografie delle prostitute – graziose, se preferite – che aspettano appoggiate agli spigoli dei palazzi. Ascoltano per catturare frammenti di quel dialetto che nei viaggi per mare ha raccolto parole di arabo, portoghese e francese.
Sì, sembra ancora di trovare la Città Vecchia di De André, “spessa, carica di sale, gonfia d’odori”, se cammini tra i portici di Sottoripa. Quando arrivi al Bar delle Vigne e trovi “quattro pensionati mezzo avvelenati/ al tavolino/ a stracannare, a stramaledir/ le donne, il tempo ed il governo”. Ci sono ancora, mentre Carmelo, il titolare, serve loro un bicchiere di rosso alle undici di mattina. Alle pareti vedi i guantoni “lasciati da un vecchio pugile”, le fotografie dei transatlantici (la Raffaello e la Michelangelo in rotta verso New York), i ritratti sbiaditi della Nazionale del 1982. E dalla porta entra Miriam, una prostituta colombiana, che tra un cliente e l’altro – “in pausa pranzo è un delirio, escono dagli uffici e vogliono farsi una sveltina” – si prende un caffè e un pacchetto di caramelle, quelle forti, al mentolo. Sotto il trucco un po’ sfatto, oltre il profumo dolce che le esce dai vestiti, forse Fabrizio potrebbe vedere gli “occhi grandi color di foglia”. Miriam che, come le altre ragazze, appena si allontana dal marciapiedi e cammina per la città pare improvvisamente spaesata, intimidita, con addosso ancora i pantaloni attillati e luccicanti. Sembrano esserci ancora “i quartieri dove il sole del Buon Dio/ non dà i suoi raggi”. Proprio qui, in piazza delle Vigne, dove Genova mostra il suo segreto: i palazzi nobiliari – una lapide che ricorda il soggiorno del giovane Albert Einstein – e accanto quell’alveare di camere affollato di immigrati e prostitute. La dimora dei ricchi e quella dei disperati, appoggiate – succede solo qui – al muro comune. I palazzi, gli odori, le luci accecanti di questi giorni di tramontana sono rimasti gli stessi. E le nuvole che “vanno/ vengono/ ogni tanto si fermano/ e quando si fermano sono nere come il corvo”.
Ma Genova no, non è la stessa di De André. Sono cambiati uomini e spirito. Verrebbe da tirare in ballo le statistiche che raccontano della città più vecchia d’Italia con un’età media di 48 anni, dove nel panificio vicino a piazza delle Erbe ti chiamano “nin”, ragazzino, anche a cinquant’anni. Qui dove sono nati solo tre residenti su cinque.
C’è ancora, ad Albaro, il quartiere borghese, villa Paradiso dove abitava la famiglia De André. Con quel patio affacciato sulla città del porto: la prospettiva di Fabrizio. E molti ricordano il suo funerale, nella basilica di Carignano, accanto al ponte che collega le due città. Sono passati vent’anni e tutti riascoltiamo le canzoni di De André, quell’ultimo capolavoro: Anime Salve. Ma forse per ricordarlo dovremmo immaginare come canterebbe lui questa Genova. Non più operaia, meno solidale, dove gli assessori si lanciano in crociate contro i clochard e la gente umile sembra essere soltanto povera.
La città che con il suo andamento inquieto aveva fatto nascere le poesie di Giorgio Caproni e Camillo Sbarbaro. E Ivano Fossati che cantava: “Chi guarda Genova sappia che si vede soltanto dal mare”. Ci vorrebbe De André per cantarla oggi, trovarci un ritmo e una melodia, ma è arrivata la morte che “avrà le tue labbra e i tuoi occhi/ ti coprirà di un velo bianco/ addormentandosi al tuo fianco”.

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