essere o sventolare ABBIAMO SEMPRE BISOGNO DI UNA BANDIERA?

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Non è che le bandiere di questi tempi facciano così simpatia. Bisogna averne una, magari senza nemmeno chiedersi cosa rappresenti. Bisogna sventolare qualcosa per ricordare agli altri e a noi stessi che cosa siamo.

Ma poi… è proprio l’oggetto che a guardarlo così ti pare strano: un pezzo di stoffa. E dovrebbe dire chi sei (soprattutto ultimamente chi non sono gli altri). E tu dovresti scaldarti vedendo il verde o il rosso piuttosto che il blu.
Un po’ come i tatuaggi. Servono a parlare di te, quando forse non trovi le parole. Chi si avvicina a te – o non deve avvicinarsi – deve già sapere con chi ha a che fare.
Proprio ti sembra un po’ senza senso. I simboli prima dell’identità. Ma soprattutto… le cose più profonde, quelle vere, vanno sventolate? Oppure le vedi già negli occhi, nel modo di comportarsi. Nelle parole, appunto.
Poi una mattina presto ti trovi a camminare lungo i Magazzini del Cotone. In alto ci sono quelle nuvole tutte sfilacciate, come diavolo si chiamano… cirri, cirronembi o cirrocumuli… Chissà. Ci sono marinai che lucidano i ponti di teak di quegli assurdi yacht (con le bandiere dei paradisi fiscali). Ma oggi va bene così, guardi i bozzelli luccicanti come gioielli, le cime così pulite che paiono collane intorno alle bitte. A volte gli oggetti, soprattutto i più minuti, distraggono. Consolano. Mentre il mondo va dove sta andando c’è una persona che si prende cura dell’amantiglio di una barca.
Intanto incontri gente che corre in tutine striminzite e fosforescenti; qualcuno che porta in giro il cane e altri con lo sguardo basso che tirano al guinzaglio bestie invisibili. E poi c’è la città: i palazzi che dalla collina scendono e si ammassano a Di Negro; i grattacieli malconci verso Ponente che per un attimo, basta un raggio di sole, sembrano recuperare un minimo di slancio. Poi la lanterna, appena spenta, che si riposa; i porticati deserti della Stazione Marittima dove ti sembra che da un momento all’altro possa attraccare ancora un transatlantico, la Raffaello o l’Andrea Doria. E tu potresti salpare per un altro mondo.
Tra rumori di ferraglia, colpi immensi e profondi, le montagne di container crescono e si disfano, le navi si caricano e si svuotano senza fine. Un uomo microscopico, invisibile, sta appeso in cima alla gru e la manovra.
Intanto, non ci avevi fatto caso prima, le sartie delle barche hanno cominciato a picchiare. Gli ormeggi a scricchiolare. È arrivato il vento. Forte. Allora prendi il cellulare e cominci a scattare. Vuoi fare una foto, mandarla all’amico che sta in America. Ma proprio non sai come farla vedere questa tramontana, cupa, che si impiglia dappertutto. Non di quelle libere che spianano il cielo.
Poi ti tornano in mente: le bandiere. Forse in fondo servono a questo: a far vedere il vento. Senza un po’ d’aria che le solleva non resta che la stoffa.
ps. ma ve la ricordavate voi la parola “garrire” che si studiava a scuola?
Diceva il dizionario:
Di vele, drappi, bandiere, sventolare rumorosamente; anche fig., per indicare festoso movimento.
“Di fuori garrivano ancora, come bandiere di festa, le vacanze coi giochi e coi bagni”

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