PADRE FRANCESCO LASCIA GENOVA, ma le idee restano

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Domenica 23 alle 21 padre Francesco Cavallini celebrerà la sua ultima messa alla chiesa del Gesù prima di trasferirsi a Milano

E così Francesco se ne va. Padre Francesco Cavallini torna alla sua Lombardia, a Milano, e noi tutti, chi crede e chi no, ci sentiamo un po’ più soli.

Era una consolazione sapere che c’era. Alle nove di domenica sera al Gesù c’era qualcuno che celebrava messa. Per chi voleva andarci per credere tutti insieme quando da soli è più difficile e i cattolici devono imparare a essere minoranza. Ma anche per quelli che – come chi scrive – magari entravano soltanto per sussurrare qualcosa senza sapere se fossero preghiere o soltanto pensieri confidati a se stessi. C’era quella messa perfino per chi non riesce più a entrare in chiesa, ma sente nostalgia e trae conforto dalla luce accesa, dalle parole che quando si apre il portone sfuggono sul sagrato.
Francesco il padre dei giovani. Vero. Li ha aiutati a ritrovarsi, a cercare le parole e scambiarsele. Perché le parole possono essere pietre, come diceva Carlo Levi, ma sassi anche da lanciare nell’aria, da far rimbalzare su uno stagno immobile.
Le parole sono testimoni da affidare agli altri perché le portino avanti quando tu sei stanco e ti fermi.
Francesco, gesuita. E non è un caso: pensare, suscitare inquietudine. Ma alla fine fare.
C’è tanto della sua Lombardia nel messaggio che ci affida Francesco. Il pensiero deve diventare azione. La libertà è solo vuoto, se non diventa gesto concreto. Servono scelte per rivelare la libertà e renderla visibile.
Essere liberi significa prendere posizione. Schierarsi. Sennò – capita a tutti noi – diventa un alibi, una giustificazione.
Tutti ci ricordiamo le fiaccolate contro le slot machine alla fine della messa, i flash mob in via Venti Settembre. Quello splendido pellegrinaggio per i monti della Resistenza, tra Marzabotto e Barbiana, con la Bibbia e la Costituzione nello zaino. Poi i campi estivi a Scampia e i pellegrinaggi in Terra Santa, a cercare tracce del Vangelo nei volti di israeliani e palestinesi. Fino alla nascita della scuola di politica che magari domani ci darà una classe dirigente informata e consapevole.
Francesco ci ha scosso. I ragazzi, ma non solo. Ha ricordato a tutti che non esiste una città senza i giovani. Che non può esserci una contrapposizione tra generazioni. Ma neanche tra poveri e ricchi, tra italiani e migranti. Ci si salva tutti, o nessuno. Questo è una città. Soprattutto Genova che ha dato tanto all’Italia, che dalla Resistenza ai movimenti operai ha sempre sognato di rinascere senza lasciare nessuno indietro.
Francesco con le sue prediche così fisiche – camminando nei prati o tra le navate della chiesa – con quella voce potente, ci ha ricordato che il Vangelo è amore e delicatezza, ma anche vigore e coraggio. Prende l’odore dei faló accesi sull’Appennino, la luce delle strade della città, il sapore delle cene consumate insieme.
Proprio in una città dove la chiesa rischia di sapere tanto di incenso, di nascondersi dietro formalismi e tonache azzimate. Mentre i seminari sono ormai stanze e corridoi deserti.
Genova che era sanamente laica, ma in questi giorni di smarrimento rischia di diventare piuttosto pagana.
Francesco non nascondeva mai la croce (fosse pure nella collana sotto la maglietta), ma ricordava che il Vangelo parla anche a chi non crede.
Ma è sbagliato, e porta un po’ sfiga, parlarne al passato. Cambia solo città. Altri, però, arriveranno. È giusto provare nostalgia, ma non è una sconfitta, né per lui, né per noi.
Se abbiamo davvero fiducia nelle sue idee, non dobbiamo avere timore che si disperdano quando chi le ha pronunciate parte. Il seme non muore.

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