13 marzo: la festa della donna è già finita

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di Nadia Carì

“8 marzo, parliamone con qualche dato”, l’articolo di LiguriTutti di qualche giorno fa sulla condizione delle donne in Liguria, mi sollecita un commento, perché i dati che possiamo rilevare da questa “fotografia”, elaborati dal Focus Studi della Camera di Commercio di Genova, per quanto non stupiscano più di tanto e siano immutati da molto tempo, sono interessanti.

Da essi si nota che le imprese liguri sono per la gran parte avviate da uomini e, per una piccola parte, circa un terzo in meno, da donne, di cui le startup sono pochissime.

Dall’altro lato risulta che la popolazione ligure è per lo più femminile di circa 80.000 unità rispetto a quella maschile e anche le straniere superano gli stranieri di circa 10.000 unità.

In tutto questo panorama statistico, però,  ci sono due elementi che saltano immediatamente agli occhi: uno è essenzialmente che l’importo medio dell’assegno pensionistico delle donne rappresenta l’esatta metà di quello dei  pensionati uomini, il che ci dice inequivocabilmente due cose: che le pensionate liguri sono state  impiegate in maggior numero in lavori con qualifiche più basse rispetto ai colleghi uomini, tanto da risultare con una pensione inferiore, ma anche che donne e uomini che hanno svolto uno stesso lavoro, una stessa qualifica professionale, per il medesimo tempo (che certamente rientrano al pari in quella statistica), hanno percepito salari diversi e di tutta evidenza più bassi per le donne, per ottenerne un assegno con un differenziale tanto diversificato. Il secondo dato che fa riflettere, di queste statistiche sulle differenze tra donne e uomini liguri, ma che anche qui rispecchia dati nazionali e generalmente confermati a livello mondiale, è quello che riguarda l’istruzione.

Le laureate liguri sono quasi il doppio dei laureati, lo stesso dicasi delle diplomate che, pur non essendo il doppio dei diplomati, sono, in Liguria, comunque, un buon 9% in più. Le liguri sono, quindi, più istruite (o studiose) dei loro colleghi maschi, ma allo stesso tempo questo non impedisce che  il tasso di occupazione degli uomini liguri sia intorno al 60% e quello delle donne invece sia di quasi 20 punti sotto, mentre il tasso di disoccupazione per le donne sia al 10%, mentre per gli uomini intorno all’8%. Sembrerebbe inequivocabile che, a fronte di donne più istruite e quindi più preparate e potenzialmente più competitive nel mondo del lavoro, le aziende e i datori di lavoro continuino a preferire l’assunzione di un uomo a fronte di quella di una donna!

Le donne sono considerate, quindi, “inaffidabili” dal punto di vista lavorativo, e non tanto, ovviamente, perché non “rendono” dal punto di vista produttivo o delle competenze espresse o delle capacità di attendere con diligenza e attenzione al loro lavoro, ma innegabilmente perché, oltre che produttive,  sono potenzialmente anche “riproduttive”… Le donne, infatti, hanno questo “vizio” di rimanere incinte e le leggi di tutela a riguardo consentono loro l’astensione lavorativa per un periodo di tempo cospicuo che può essere fruito, volendolo, fino all’anno di vita del bambino e possono continuare a fruire di ulteriori congedi fino ai tre anni del figlio.

Ma di tutto questo tempo “post” partum e “post” puerperio (che quindi non è necessario sia esclusivamente compito della madre farne richiesta), passati i 3 o 4 mesi obbligatori dopo la nascita del figlio, difficilmente ci sono periodi di astensione fruiti dal compagno. E questo per due ordini di motivi: il primo legato all’attaccamento che per “convenzione” solo la madre è depositaria di avere col figlio (a volte, in proposito, mi chiedo ironicamente e provocatoriamente se  i padri abbiano un ruolo affettivo e di attaccamento alla prole o se debbano solo essere considerati dei fornitori di seme per la prosecuzione della specie), e l’altro, meramente economico, di bilancio familiare: le donne guadagnano meno, il periodo di congedo parentale è remunerato, per il genitore che ne usufruisce, all’80%. Basta fare due conti per vedere come sia certamente meglio percepire lo stipendio intero del padre e l’80% di quello della madre, che è inferiore, piuttosto che viceversa…

Quindi, assumere una donna per un’impresa è un “rischio”, non solo per il periodo strettamente legato alla gravidanza e al puerperio, ma perché, essendo che il lavoro di cura grava prevalentemente sulle spalle delle donne, l’astensione lavorativa e quindi l’ ”inaffidabilità” delle donne è legata al fatto che ogni volta che i figli hanno bisogno di qualcuno che si assenti dal lavoro per accudirli, questo accudimento “naturalmente” viene svolto dalla madre.

E’ risolutivo, quindi, per agevolare la condizione lavorativa della donna, “affidarsi” a bonus occasionali e limitati ad alcuni periodi, gioco forza, dato che i soldi, a bilancio, non ci sono per essere erogati fino al compimento degli studi, che potrebbe coincidere con l’autonomia dei nostri ragazzi? Non mi pare! Sarebbero necessari interventi più strutturali e permanenti. E pensati meglio!… I bambini nascono e crescono, non smettono di avere bisogno di un sacco di cose, dopo sei mesi o tre anni, anzi! Quindi non è l’elargizione di “bonus a tempo” che può agevolare la fertilità o la maternità o il desiderio della coppia di avere dei figli. E sicuramente, non agevola l’incentivazione all’occupazione femminile!

La coppia! Se vogliamo inquadrarlo come si deve, il problema dell’infertilità, e quindi della scarsa natalità, al netto di problematiche patologiche,  in Italia (e in particolare a Genova e in Liguria, che risulta essere il posto al mondo dove si fanno meno figli), risiede nel considerare il problema dei figli unicamente una “preoccupazione” che insiste sulle spalle delle donne,  invece di  collocarlo nel suo alveo corretto: politiche di condivisione della conciliazione!.

I figli si fanno in due e quindi occorrerebbe, più correttamente, parlare di genitorialità, piuttosto che di maternità, da agevolare e perciò di “aiuti alla genitorialità”.

Amiamo molto il termine “conciliazione”, intendendo per conciliazione quasi esclusivamente la possibilità, per le donne, di conciliare il loro lavoro produttivo esterno alle mura domestiche con il lavoro produttivo, o anche riproduttivo, svolto all’interno delle mura domestiche.

Quello di cui invece si dovrebbe parlare è della “condivisione” del lavoro di cura.

L’equivoco risiede nei cosiddetti stereotipi di genere, dai quali, a volte senza rendercene conto  per quanto sono radicati in ognuno di noi, tutti e tutte siamo fortemente condizionati.

Alcuni giorni fa, discutendo con un amico che intendeva citarmi, rendendole merito,  il caso di una sua collega che aveva fatto un buon lavoro, per farlo, mi ha detto: “Sai, una mia collega, sposata e con prole, è andata in trasferta a 100 chilometri da casa, di sabato, pur di andare a chiudere un progetto importante!”

La mia reazione è stata evidentemente di compiacimento per la riuscita del progetto, ma mi sono permessa di dirgli: “Dimmi, se si fosse trattato di un collega piuttosto che di una collega, nel rappresentarmi questa situazione avresti ugualmente sentito il bisogno di dirmi che era sposato e con prole?”…

Io credo che dovremmo riflettere sugli stereotipi che ci sommergono anche quando forse non vorremmo e non sarebbe nostra intenzione che accadesse.

Solo di una donna riteniamo meritorio e importante che si debba organizzare per lasciare per lavoro la famiglia, di sabato, e quindi sottolinearlo come dato meritorio, mentre per un uomo non si sottolinea perché è dato per scontato e non stupisce che un uomo, sposato e padre, vada per lavoro, anche lontano da casa, anche in un giorno prefestivo e non abbia troppa difficoltà ad organizzarsi alla bisogna.

Ogni volta che usiamo frasi che, pur anche solo sottintendendolo, puntualizzano l’abnegazione lavorativa delle donne, che sono definite encomiabili quando “sacrificano” la famiglia, sono gli stereotipi legati al ruolo di genere che ci inducono a farlo.

Quello che dovremmo avere ben chiaro è che eliminare gli stereotipi di genere è fondamentale per far marciare in modo produttivo ed equo la società, consentendo di fornire per davvero a tutte e tutti quella tanto sbandierata a parole, parità di opportunità.

Stereotipo significa che siamo indotti a pensare come la cultura dominante ci ha modellato e la cultura dominante ci modella pensando che le donne occupate siano da ringraziare perché per farlo sacrificano qualcosa al loro ruolo dettato da secoli, mentre stanno facendo qualcosa di “straordinario”: lavorare!

In Danimarca o in Olanda non verrebbe in mente a nessuno e nessuna di parlare o pensare così.

Come si vede di strada da fare ne abbiamo veramente moltissima, se non partiamo da noi stesse e dal riconoscimento, prima di tutto da parte di noi donne, che il nostro essere differenti è un valore, ma che non si circoscrive al fatto che il nostro destino, a differenza di quello degli uomini, risieda prevalentemente nel prenderci cura del mondo (che pure è bellissimo!), ma che risieda, come per tutti, nel valore del saper fare bene ciò che facciamo e che se i figli si fanno in due possiamo e dobbiamo benissimo occuparcene in due.

E dato che questo all’interno delle copie avviene già, in moltissimi casi e sempre di più, la cosa più importante sarebbe che se ne accorgessero finalmente anche i nostri governanti e i nostri amministratori, per fornirci di norme per davvero “paritarie”, per agevolare l’occupazione e l’occupabilità di tutti, ma anche di tutte!

E pure le governanti e le amministratrici, che molto spesso, a rimorchio dei colleghi che conducono il vapore, piuttosto che fare da pungolo, abdicano al riconoscimento di sé e del loro ruolo. Che non è, banalmente e semplicisticamente, quello di lavorare PER le donne, ma basterebbe lo facessero CON le donne! E, soprattutto, COME donne!

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