Turismo e disoccupazione, dalle fake news al facciatostismo

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Nelle mie ricorrenti denunce degli occultamenti di verità su quanto ci riguarda, sono consapevole di apparire ai “cuori contenti” della politica e dell’informazione locali una sorta di monomaniaco. Fastidioso come il grillo parlante che disturba i manovratori. Mentre, da parte mia, resto allibito constatando la protervia di questi spudorati illusionisti, che riprendono imperterriti a giocare sulla pelle della pubblica opinione nonostante le inoppugnabili smentite ricevute dai fatti. In base a una regola consolidata della comunicazione: la panzana ripetuta all’infinito si trasforma immancabilmente in oggetto di fede collettiva.
Inverecondo allineamento al tema di moda della non-verità (fake news) quasi si trattasse di un gioco di società, un’apprezzabile astuzia. Il “facciatostismo” trasformato in preziosa skill pubblica al tempo in cui non ci si vergogna più.
Due esempi tanto per spiegarci: nel terzo trimestre del 2017 i nostri ragazzi che non studiano né lavorano sono aumentati di 205mila unità. E questo nonostante il programma “Garanzia Giovani” finanziato dall’Ue con 1,5 miliardi (altri 1,3 sono da spendere entro il 2020), da cui più del 70% dei registrati ha ottenuto solo uno stage senza seguito; magari per barista o cameriere. Eppure nessuno (a cominciare da Regione Liguria per finire al Macron de noiantri Carlo Calenda e Scaramacai Fedeli) fa le pulci a tale incredibile dissipazione di soldi e speranze. Di questi tempi la sinistra-sinistra, riunificata sotto un gagliardetto dell’Ottantanove stralciato alle sole Liberté ed Égalité (la Fraternité-solidarietà suona ormai poco fashion?), ha trovato la sua guida nell’ex magistrato molto mediatico Pietro Grasso.
Peccato nessuno ricordi che quel Grasso fu messo in pista da Forza Italia per tagliare la strada a Gian Carlo Caselli nella corsa alla procura nazionale antimafia. Quello stesso Grasso che voleva dare un premio a Berlusconi per la sua lotta alla mafia… Ma che importa? La nuova Parigi che val bene una messa è portare ancora una volta Sergio Cofferati a bazzicare Montecitorio?
E con questo torniamo alla nostra dimensione cittadina, visto che le analisi più aggiornate – penso al politologo catalano Joan Subirats – ci invitano a «concepire le città come spazi in cui si concentrano le contraddizioni, i conflitti e le nuove dinamiche di attivismo contro l’incapacità degli Stati di sottrarsi alle restrizioni del capitalismo finanziario e digitale».
Sempre che la vicinanza ai problemi non sia vanificata dall’opera di occultamento. Come purtroppo sta avvenendo qui da noi. Abbiamo celebrato strombazzati Stati Generali di cui non si ha più traccia a un solo mese data; il risveglio dalla fata morgana della nuova vocazione turistica (magari nella versione alla Briatore in cui la Liguria diventa terra di scorribande per emiri e oligarchi russi spendaccioni, tipo la Costa Smeralda stuprata da cemento e Billionaire) ci fa trovare esercizi che chiudono e posti di lavoro falcidiati; qualcuno è in grado di spiegare cosa apporti alla città il flusso di container attraverso i varchi portuali, oltre a consumare spazio e ambiente?
Se si critica l’imbroglio della tecnocity a Erzelli, la grancassa ti replica che sulla collina arriva un’azienda Hi-tech come Liguria Digitale: un buyer. Se narri la singolare vicenda di una segretaria IIT, impegnata sotto pseudonimo a integrare pro domo sua il profilo Wikipedia di una senatrice a vita (e celebre scienziata), che vorrebbe promuovere doverosi controlli sul singolare Istituto dall’operato misterioso, salta subito su un qualche editorialista che teorizza compunto il “vuolsi colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”.
L’irresistibile richiamo del gregge, nella gara tra politica e informazione locali a coltivare servitù volontaria e certezze rassicuranti. Probabilmente mortali.

 

 

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