Trent’anni dopo a Genova quell’omino piccolo piccolo che ebbe un’idea grandiosa: l’acquario

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Ieri è venuto a trovarci,  alla Camera di Commercio,  un omino piccolo piccolo. Che però ha avuto, 30 anni fa, un’idea grandiosa: quella di provare a fare di Genova una città turistica, partendo da un acquario nel cuore del porto antico.

Dimenticatevi per un attimo i pullman pieni di turisti, il boom di Pasqua, le code di questi giorni e le pagine del New York Times  e tornate indietro col pensiero agli anni ’80. Sono anni bui per Genova: la crisi della siderurgia, il porto senza navi, le compagnie petrolifere che si sfilano. Il Cap (oggi si chiama Adsp e c’è dentro anche Savona, ma sempre del consorzio del porto stiamo parlando) decide di restituire alla città i Magazzini del cotone e una parte del Porto Antico, ancora rigorosamente separati dal centro da un’orrenda barriera di ondulato.  La città però non sa bene cosa farsene, di questa restituzione, si parla già di Colombiane ma le idee sono confuse e Renzo Piano deve ancora arrivare, così la Camera di Commercio decide, come spesso accade, di fare uno studio. E non sarà uno di quegli studi che rimangono nel cassetto, perché cambierà l’affaccio sul mare della città,  la sua vocazione e, per dirla brutta, la composizione del suo P.I.L.

Lo studio viene affidato a quell’omino piccolo piccolo, che si chiama Jerry Levine, è il capo della Mentor International di San Francisco e di mestiere progetta il futuro. Ha cominciato negli anni ’60 studiando il silicio in quella che sarebbe diventata un giorno la Sylicon Valley.

Nell’86 lo studio è pronto, è una miniera di idee e di suggerimenti preziosi, tutti straordinariamente attuali, e soprattutto dice che sì, Genova può scommettere sul turismo e sull’hi-tech e che il primo mattone può essere proprio un acquario, come a Monterey.

In Camera di Commercio studiano lo studio, come spesso fanno, si guardano in giro, come non hanno mai smesso di fare, e dopo due anni prendono la valigia in dieci e vanno negli Usa a vedere. E non vanno a Monterey,  come aveva suggerito l’omino, bensì a Baltimora, a Columbus e a New York. A Baltimora perché è una città in declino industriale che “sembra la fotocopia di Genova” (sic), a Columbus per parlare di Cristoforo e a New York perché è New York. E lì vanno a trovare il rappresentante della Cassa di Risparmio (allora ce n’era una sola….) in una delle torri gemelle, e prendono nota con orgoglio di uno stemma del Genoa grosso come una parete. Una dozzina d’anni e lì verrà giù tutto, compreso l’ufficio della banca e lo stemma del Genoa.

Insomma dieci piccoli imprenditori genovesi vanno alla scoperta dell’America e quando tornano scrivono una relazione di quasi 100 pagine, piena di idee non solo sull’acquario,  ma sull’aeroporto, sul WTC, sull’hi-tech, sulle banche e sulle assicurazioni.

L’ho letta ieri, quella relazione, insieme allo studio di Mentor International, in attesa di incontrare l’omino piccolo piccolo. Ogni tanto fa bene fare un bagno di memoria e anche qualche esercizio di fantasia, come provare a pensare cosa sarebbe Genova senza l’acquario. Lo avevano fatto anche all’Expo 2015 questo giochino, cercando di immaginare che cosa sarebbe stato il Mediterraneo senza l’Italia: un buco con del mare intorno.

E allora, secondo voi, che cosa sarebbe stata Genova senza l’Acquario? Sarebbe diventata la città turistica che è oggi? Avrebbe avuto il 2004, il riconoscimento Unesco e Genovamorethanthis?

Chissà… Nel dubbio, ci conviene dire grazie, e bello forte, a quell’omino piccolo piccolo. Io l’ho fatto ieri.

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