TI RACCONTO I MIEI CARUGGI (ultima lettera da mio nonno)

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di Egidio D’Alessandro (testo del 2006)

Caro Giacomo,

oggi si parla tanto di Centro Storico, e quasi sempre se ne parla male. E’ difficile gestire un quartiere fatto di vicoli stretti e scuri dove si affacciano birrerie e cantine aperte tutte le notti. Io ti voglio parlare del mio Centro Storico, dove sono nato con le mie sorelle e i miei fratelli. Allora si chiamava solo “i caruggi de Zena” ed era un quartiere vivo, bello, pieno di gente e di negozi, con i bambini che si rincorrevano giocando nelle piazzette tra i vicoli. C’era un legame e una fratellanza tra la popolazione, dal Molo alle Grazie, dalla Marina al Colle di Sarzano… Parliamo degli anni ’30-’40. Erano molte le famiglie immigrate dal sud Italia (Calabria, Sicilia, Abruzzo), ma si erano inserite nel quartiere ed erano benvolute da tutti, anche se li chiamavano “foresti”. Pagavano i loro conti nei negozi, e se a scuola c’era qualche bambino più povero veniva aiutato con il materiale donato dal Patronato.

Quanti ricordi dell’infanzia. Ero il più discolo della famiglia, ma in fondo il mio modo di prendere in giro e scherzare mi rendeva simpatico. Poi venne la guerra, e la maggior parte delle case furono distrutte dai bombardamenti. Ancora adesso ci sono macerie dove non si è più ricostruito. Allora la città si è spostata sulla collina, in tutti i quartieri è sorta una città nuova: Oregina, Marassi, Granarolo, Molassana, dove piano piano si è insediata quella popolazione che non trovava più spazio nei caruggi. Qui in San Teodoro alta era tutta campagna e roccia, la mamma ci portava in gita a piedi quando c’era la Festa di San Rocco o quella di San Francesco, e c’erano le bancarelle piene di dolciumi, e poi la processione con la banda.

Provo sempre nostalgia per quegli anni, e allora ogni tanto vado a rivedere le finestre della casa dove sono nato (perché una volta i bambini nascevano in casa) e passo davanti alla mia scuola elementare, la Lorenzo Garaventa in via San Giorgio. Nella chiesa di San Giorgio mi soffermo a pregare; era la parrocchia dove ho fatto il chierichetto per molti anni. Poi c’è la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, dove abbiamo fatto la prima comunione.

Ne ho combinate da piccolo in quelle zone. Un giorno, nel tinello di Via Giustiniani, giocavo a calcio con mio fratello Nino, avevamo un bel pallone. Dietro di lui c’era la finestra. Tirava talmente piano, che ad un certo punto gli dissi: “Ora ti faccio vedere io… come Meazza!”, e mi partì un tiro disastroso. La palla ruppe il vetro della finestra alle spalle di mio fratello, e nel tiro mi partì anche la scarpa. Non lo scorderò mai quel “come Meazza!”, con i passanti della via di sotto che si videro arrivare un pallone, dei vetri e una scarpa sulla testa, nel giro di pochi attimi.

Un’altra volta, io e i miei amici giravamo in piazza Cavour, dove c’era il porto, per rimediare qualche sigaretta dai marinai che scendevano numerosi e che per noi erano dei personaggi. A volte ci davano solo uno scappellotto sulla testa, col monito di stare alla larga dal fumo e da loro. Quando però trovavi la persona giusta, la sigaretta era assicurata. Con i miei compagni ci nascondemmo in un portone a fumare. Le sigarette dei marinai, però, erano molto forti, e a ragazzi della nostra età spaccavano i polmoni. Poco dopo mi sentii male: forti conati di vomito, quasi non mi reggevo in piedi. Tornai di corsa a casa, e per non confessare a mia madre il fatto dissi che ero stato al matrimonio di una coppia di amici, e che ero rimasto schiacciato nella mischia per portarmi via un po’ del riso che buttavano agli sposi. Ancora più allarmata, voleva a tutti i costi farmi controllare da un dottore. Quello avrebbe sicuramente scoperto che avevo fumato, e allora confessai. Mia madre andò su tutte le furie, e invece di curarmi e consolarmi me le diede di santa ragione…

Devo dire che in mezzo ai ricordi monta una stretta al cuore: in quelle che erano strade vive, adesso si vede meno gente e molti negozi sono chiusi. Credo che in tutte le città siano avvenuti cambiamenti, ma nella nostra è cambiato tutto. Ora forse è più bella, con le fiere, il Porto Antico, quartieri ricostruiti per intero come Portoria, dove adesso c’è la Rinascente e si fa il mercatino di San Nicola. Lì c’erano i caruggi, e le nostre case. Un giorno vorrei portare voi nipoti a vedere i posti dove sono nato, cercare un filmino di quell’epoca tra le bancarelle, guardare con voi le bellissime fotografie degli anni ’20-’30-’40 che custodisco perché sono la storia vecchia della nostra Genova.

 

CARO NONNO, OGGI SARESTI CONTENTO

di Giacomo D’Alessandro

Caro nonno,

dieci anni dopo la tua dipartita da questa vita, devo ancora ringraziarti per tutti i racconti coni quali mi hai cresciuto. Oggi che da quattro anni vivo in questi caruggi a te così cari, a poche decine di metri dai luoghi della tua infanzia, voglio dirti che saresti contento di passeggiare con me in una realtà nuova, dove non scompaiono le difficoltà, ma risorgono le speranze. Saresti contento di vedere le belle cose realizzate dalle reti di associazioni in quartieri prima considerati off limits come la Maddalena e via Pré. Di sentire correre e giocare i lupetti tra questi vicoli dove i gruppi stanno scommettendo su un’idea diversa di sicurezza e di socialità. Saresti stupito di scoprire la tranquillità e il fermento che si creano in luoghi di respiro come i Giardini Luzzati, Santa Maria in Passione, piazza delle Marinelle, piazza don Gallo… Sarebbe proprio bello passeggiare insieme, con te che mi racconti ciò che era, ed io che ti accompagno in ciò che è. Siamo in un luogo che si rinnova, premono urgenti i problemi ma fioriscono anche le bellezze uniche che solo Genova sa dare. Potremmo fermarci ad ascoltare qualche giovane artista di strada in piazza Banchi, dire un Padre Nostro nella pace mistica di san Donato, far giocare i bambini della Staffetta in via Pré (i nuovi italiani di ogni parte del mondo), guardare il mare al tramonto dalle chiatte, smezzando un frixeu di qualche friggitoria antica di Sottoripa. Saresti stupito di poter girare tranquillo la sera nei vicoli presidiati dai negozi aperti di vecchi e nuovi immigrati. Per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire, certi vuoti angoscianti stanno scivolando via, nel passato. Saresti contento, come lo eri nel trasmettermi le meraviglie della tua vita, del tuo tempo, dei tuoi viaggi, e come lo sono io nello scoprire, sostenere ed amare la vita che muore e rinasce nei modi più imprevedibili e commoventi, qui a Zena, qui nei tuoi caruggi, nei miei caruggi, dove si incontrano il sollievo ed il disagio, dove si respira negli odori di mare e di terra quanto ancora la vita è fragile, la vita è forte.

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