QUELLO CHE CI INSEGNA IL MARE

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Lo sappiamo bene: non c’è niente di più sorprendente delle cose note.

Così in queste mattine di fine ottobre, di vento di ponente, ti trovi all’improvviso davanti al mare e ti sembra di vederlo per la prima volta. Non riesci a staccare gli occhi. Ti chiedi perché hai bisogno di guardarlo. Certo, lo spazio, l’idea di libertà (ma anche di vuoto), il desiderio di partire (e anche di tornare), il senso di distanza (ma pure di vicinanza verso chi sta dall’altra parte), la percezione che queste nostre città non siano fatte soltanto di pietra e cemento, ma anche d’acqua.

Guardi, ma non ti basta. Guardi e intanto scendi verso la spiaggia. Quasi senza accorgetene. Metti il costume, ti tuffi anche se fa freddo. Ora sei in acqua e finalmente capisci: a chi vive lungo la costa, come noi liguri, viene un bisogno di tuffarsi. Di immergersi.

Questo ci insegna il mare. E ce lo portiamo dentro anche quando siamo lontani. Perfino quando camminiamo in un bosco di montagna, quando la nostra auto corre sull’autostrada in mezzo ai campi della pianura. Quando ci tocca emigrare a Milano. Vale per ogni cosa: tuffarsi, non soltanto guardare, per sentire davvero fino in fondo. Immergersi, perfino nella vita, chissà.

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