Uscire sul piazzale della stazione e trovarti davanti la città. Nuova. Come ti è successo un giorno d’inverno a Bolzano. Come a Torino Porta Nuova. A Termini quando arrivasti a Roma per lavoro. E guardavi le città con curiosità, con leggero timore. E speranza. Tanta. Erano lì, ancora sconosciute.

Osservi il viaggiatore con la valigia che sbarca a Brignole, si affaccia sulla piazza e non sa. Come se le strade quasi non esistessero e dovessero aprirsi davanti ai suoi passi.
Lo osservi, quel viaggiatore, e vorresti essere lui. Non avere nessuno da cercare, niente da ricordare. Nessun percorso da ritrovare. Poter anche voltarsi, guardare il tabellone dei treni e ripartire.
E invece scegliere di tentare. Camminare in via Colombo e non sapere se andrà a destra o a sinistra, chiedersi dove porta salita della Tosse. Poi via Venti Settembre, piazza De Ferrari. E magari entrare, oppure no, nella chiesa del Gesù. Guardare le spezie nella vetrina dei vicoli e poter ancora dare un sapore, un odore a queste strade. Pensare che a Genova c’è sempre il sole, sempre il vento perché così era l’unico giorno che l’hai vista. Sempre la felicità, perfino.
Vorresti farlo davvero una volta, preparare la valigia e partire per andare dove già sei, nella tua città. Scendere dal treno e andare in un albergo. Guardarla dalla finestra e non soffrire.
Vorresti poter scegliere se amarla, odiarla. O semplicemente ignorarla. Ma non si può più.

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