NABI SALEH, LA RESISTENZA DI UNA DONNA IN PALESTINA

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Non c’è soltanto la Liguria. La nostra regione è un luogo per incontrarsi e guardare più lontano. Ecco le parole di Maria Di Pietro e Antonio Tancredi, volontari liguri in Palestina.

Liguritutti

NABI SALEH, UNA RESISTENZA AL FEMMINILE

Sono più sicura quando i miei figli sono in carcere che fuori. Fuori può capitare di tutto, che siano uccisi, feriti o portati via per essere interrogati senza averne notizia per giorni, settimane

Sono le parole di Manal Tamimi, una delle portavoce e leader dei comitati di resistenza nonviolenta palestinese.

Manal è del villaggio di Nabi Saleh, diventato famoso sui media per l’arresto di Ahed Tamimi, la ragazza che ha reagito contro la violazione della sua casa da parte di alcuni militari israeliani che poco prima avevano sparato in faccia al cugino.

Siamo in Palestina per raccogliere testimonianze sulla condizione dei prigionieri politici e sull’oppressione militare, materiale utile per il progetto artistico di Assopacepalestina intitolato “Ricorda Racconta Ritorna” partito dalla città di Genova.

Manal ci incontra all’ostello “Area D” di Ramallah; come Ahed, ha occhi chiarissimi che spiccano sul suo ovale incorniciato da un hijab chiaro.

Ha una quarantina d’anni e diversi figli. Anche lei è stata in carcere diverse volte, come suo marito e alcuni suoi figli. E’ stata ferita dalle pallottole dei militari e ha visto la sua casa più volte perquisita.

Arrivano alle due di notte e se non apri subito ti buttano giù la porta. Perquisiscono, scaraventano tutto a terra  e poi se ne vanno. Vogliono metterci paura”.

Nabi Saleh è un villaggio distante 20 minuti di macchina da Ramallah. E’ abitato da circa 600 persone, quasi tutte con legami di parentela. Manal è cugina di Nariman, madre di Ahed, entrambe attualmente in carcere.

Vicino al villaggio è stato costruito l’insediamento illegale di Halamish. D’allora la vita per gli abitanti di Nabi Saleh è ancora più difficile. Sono tanti i ragazzi, ragazze, madri, sorelle e fratelli in carcere.

Alcuni di loro sono bambini o come Ahed non hanno ancora compiuto 18 anni.

Ma tutti loro nel villaggio sono determinati a resistere all’occupazione e a lottare per la propria dignità e i propri diritti.

Due dei miei figli sono in carcere ora, li ho potuti vedere solo al processo” continua Manal “Mi è stato impedito di fargli visita perché hanno un cognome diverso dal mio. Ma una madre ha il cognome diverso, è normale, perché  glielo dà il padre.”

Per i suoi figli è stata la prima volta. Sono stati interrogati per 20 giorni di fila, senza permesso di riposare, il ragazzo di 18 anni è rimasto scioccato da questo trattamento.

Sono interrogatori condotti senza avvocati. Durante la detenzione mio figlio più piccolo ha assistito all’interrogatorio di suo fratello che, colpito da un attacco di asma, ha incominciato a contorcersi senza che nessuno facesse niente e, dopo l’interrogatorio, era così provato che nel processo non ha riconosciuto sua nonna

Negli ultimi tempi nei villaggi sono stati creati dei workshop per aiutare i ragazzi e i bambini ad affrontare l’esperienza degli interrogatori e della detenzione amministrativa, una detenzione che viene attuata senza un’imputazione e sulla base di informazioni segrete, le persone restano in carcere in attesa di processo che viene rinviato di continuo.

Ai bambini vengono insegnati i loro diritti principali, anche la lingua ebraica per poter comprendere i documenti che sono costretti a firmare.”

I formatori sono scelti tra le persone che hanno fatto l’esperienza del carcere in quanto riescono meglio di altri a trasferirla ai più giovani.

Durante la formazione vengono simulate alcune tecniche di interrogatorio a cui vengono sottoposti i ragazzi quando vengono rapiti dai militari.

I bambini vengono bendati e portati uno alla volta dentro una stanza chiusa dove più persone gli urlano per alcuni minuti diversi tipi di minacce. E’ una pratica shock. La prima volta che subiscono questo trattamento durante il workshop restano traumatizzati. Ma se vivono in anticipo quest’esperienza allora possono sopportare meglio il vero interrogatorio e dominare la paura. Quando i bambini vengono portati fuori e tolta la benda, gli chiedono come si sono sentiti, quali sono state le loro emozioni. Ci si prende cura di loro. Li si incoraggia. L’interrogatorio reale è più violento. Non sai dove sei e quando finirà”.

Quando si è nel più assoluto potere di qualcun altro viene annullato ogni riferimento al tempo e allo spazio.

Tutti dobbiamo fare i conti con la paura” afferma Manal “La paura è qualcosa che ti blocca, ti paralizza. Anche io ho paura, la paura fa parte della natura umana, ma non per questo smetto di resistere. Non bisogna farsi controllare dalla paura. Come mamma non posso dire o far vedere ai miei figli che ho paura.”

A Nabi Saleh e in altri villaggi della Palestina ogni venerdì ci sono proteste contro la violazione della terra confiscata, contro le ingiustizie che subiscono gli abitanti, contro la confisca della sorgente d’acqua. Ogni venerdì gli abitanti sfilano con bandiere e striscioni per chiedere restituzione di ciò che gli è stato espropriato ma l’esercito israeliano schiera le forze militari all’interno del villaggio per impedire ai manifestanti di raggiungere la destinazione.

Prima di ogni dimostrazione lavoriamo sulla paura perché questa non ci annulli e ci impedisca di resistere,  realizziamo diversi tipi di protesta. A volte affrontiamo i militari e coloni con la musica e il canto, come quella volta che alcuni di noi si sono colorati di blu come gli avatar, a volte, con i bambini, usiamo gli aquiloni.”

Questa è una delle attività dei comitati popolari, che non è solo quella di partecipare attivamente alla resistenza con pratiche non violente, ma anche di prestare assistenza legale, psicologica e medica alle persone colpite dalla repressione.

Prima di salutarla, chiediamo a Manal del ruolo delle donne nel comitato di resistenza. Come altre donne che abbiamo incontrato durante il viaggio, esse sono in prima linea nella resistenza all’occupazione. E sono loro, molto spesso, a parlare.

La donna cresce i bambini e spesso va a lavorare fuori. Ha un ruolo centrale nella famiglia. Tutto ruota attorno a lei. E’ lei che si preoccupa di far crescere ed educare i figli. Si sente responsabilizzata nei loro confronti e del loro futuro. Per questo sempre più donne scelgono di lottare e scendere in strada e di pagare di persona. Io sono stata arrestata e colpita più volte, ma questo ha contribuito a formarmi come donna e come persona resistente, rendendomi più forte.”

E noi questa forza la notiamo proprio dietro quegli occhi chiari vispi e attenti; pensiamo alle tante Manal incontrate in Palestina che con la loro scelta e determinazione danno protezione e speranza ai piccoli della comunità per portare avanti il desiderio di libertà e indipendenza da un’oppressione sempre più perversa.

Maria Di Pietro

Antonio Tancredi

http://www.assopacepalestina.org

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