MANGIAMO TUTTI LO STESSO PANE

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Mangiamo tutti lo stesso pane.

Sono le sette di sera e cammini in rue du Général Saramito. Sei a Nizza, a L’Ariane, una delle banlieues simbolo della difficoltà di integrazione in Francia: l’80 per cento della popolazione è musulmana, in passato anche le donne francesi avevano problemi a indossare la gonna e a camminare con il capo scoperto.

Cammini tra rumori, profumi, perfino luci che ti sembrano di un altro mondo. Bambini giocano, urlano parole che non capisci e forse sono di una lingua parlata solo qui, tra questi palazzoni che non hanno colori, ma non sono nemmeno bianchi. La gente esce dalla moschea. Un gruppo di ragazzi africani prende a tirarsi bottiglie con gli arabi. Scherzano, forse, ma avverti che basterebbe una scintilla, un gesto sbagliato…

Senti che qualcosa di profondo ti separa da tutto e ti fa sentire solo. Non è la tua diversità, essere l’unico con la pelle bianca in tutto il bar. E’ che sono troppo diversi i destini. Ti senti in colpa. Loro rimangono lì, in quei condomini con le inferriate che sembrano prigioni. E tu te ne sei già tornato a Genova. Nella tua casa. Con i tuoi figli. Guardi il mare.

Poi dalla borsa tiri fuori un sacchetto di carta che non ricordavi di avere. E’ un croissant che hai comprato alla boulangerie proprio nel punto più buio della strada. La donna marocchina te lo ha passato con un sorriso. Non immaginava che lo avresti portato fin qui. Lo ha preparato per te, forse soltanto per ricordarti che non è un altro mondo.

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