L’ULTIMA NOTTE DI GENOVA

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Ci sarà per forza un ultimo uomo che chiuderà una porta. O forse un asteroide, una stella che esplode. E poi… poi Genova non esisterà più. Non ci avevi mai pensato, in fondo ti ha sempre consolato che tutto continuasse anche dopo di te. Resteranno – hai sempre pensato – le strade dove camminavi; gli incroci dove ti sei incontrato con qualcuno e quelli dove ti sei ritrovato solo; le scalinate che hai salito guardando verso l’alto e quelle che hai sceso a perdifiato. I vicoli che cercavi per sentirti protetto e i varchi che hai raggiunto per guardare lontano. L’orizzonte che abbiamo condiviso tutti. Sempre uguale, almeno quello. Secoli e secoli e secoli.

Poi una notte come questa, davanti a un semplice temporale che sembra tanto più potente delle luci basse verso Ponente, te ne sei accorto: un giorno la città non ci sarà più. Non resterà nulla: i suoni, le voci, i colori. Nemmeno l’insegna del bar di Marassi con quel tizio che si accanisce sulla macchinetta del videopoker, la panchina sulla spianata di Castelletto. Non resterà alla fine nemmeno la parola. Un uomo  la pronuncerà un’ultima volta. Genova.
Qualcuno poi arriverà da chissà dove e penserà che soltanto il cemento tenesse insieme i palazzi, in mezzo a strade senza direzione. E alla fine non ci sarà più neanche il vento. Non resterà nemmeno più un luogo da trovare. Soltanto vuoto, nulla che poggia sul nulla. Buio.
Succederà. Non ci avevi mai pensato. Non ha senso lasciare tracce. Eppure vorresti fare come quella notte d’estate da ragazzo: prendere un sasso, incidere una data, un nome sull’ardesia del palazzo.

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