L’ipocrisia dei padri e le droghe della loro generazione

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Di fronte alla tragedia della sedicenne genovese morta dopo aver ingerito una pasticca di ecstasy si assiste alle scomposte reazioni di un mondo adulto che o non ricorda o non vuole ricordare l’impatto che hanno avuto le droghe per la propria generazione.

Quelli della mia di generazione (cinquantenni chi più chi meno) mi chiedo dove abbiano vissuto quando tra la fine degli anni ’70 e tutti gli anni ’80 l’eroina si portava via decine di ragazzi. Morivano i figli degli operai, della classe media, della ricca borghesia (magari di questi se ne è salvato qualcuno in più ma non è un dato significativo). A volte era una morte improvvisa ma molto spesso era una lunga agonia contrassegnata da overdose, disintossicazioni, ricadute definitive.

Chi non ha vissuto in un castello ha conosciuto sicuramente una o più persone morte di eroina, amici, conoscenti, compagni di scuola. E molti di noi , qualche anno dopo, si sono confessati che non essere finiti con un ago in vena è stata a volte questione di semplice fortuna, di appuntamenti mancati, dell’imprevisto di una serata, di puro caso. Chi ha sulla 40ina invece non può aver vissuto senza accorgersi di essere stato almeno una volta sfiorato da un amico, un conoscente, un compagno di scuola fatto di coca.

Oggi gridare allo scandalo, all’assenza di valori e morale, alla vergogna di uno Stato che tollera, chiedere la punizione esemplare per spacciatori/consumatori poco più che adolescenti è nel migliore dei casi un esercizio di ipocrisia, nel peggiore un fenomeno di ignoranza di massa di come funzionino i meccanismi dello spaccio e del consumo di droghe (senza parlare della tristezza di quei quattro fricchettoni nostalgici che proclamano la superiorità della sana vecchia erba sulle droghe di oggi asociali, violente, chimiche).

Dagli anni ’70 in poi lo sballo è una condizione comune a moltissimi giovani. Ognuno, certo, la declina in base alla propria cultura, valori famigliari, emotività, situazione psicologica, ma resta il fatto che il passo da una serata di divertimento a una tragica è sovente assai breve e quasi impossibile da prevedere.

Come per molte altre vicende della nostra attualità si possono spendere fiumi di parole per cercare di capire le ragioni della ricerca dello sballo e quali possano essere le contromisure necessarie a instillare nei giovani nuovi stimoli per diverse forme di “divertimento”. Personalmente li ritengo in larga parte pipponi inutili che ricordo pronunciati più o meno nella stessa forma già verso la fine degli anni ’70 quando ero adolescente. Allora, come – mi sembra – oggi, le istituzioni adulte (Stato, famiglia, scuola) sembrano dividere la gioventù in due distinte fazioni: quelli che si sballano e non fanno altro e quelli che non si sballano e vanno bene a scuola, fanno volontariato, sono creativi. E’ incredibile, ed è maggiormente colpevole (negli ‘anni 70 e ’80 c’era chi schiattava di eroina dopo aver vissuto una , seppur breve, vita fatta di impegno politico, arte, cultura) che i 50 enni di oggi non capiscano come i generi siano assai più mescolati fra di loro di quanto a tanti faccia comodo credere e far credere. Ci sono ottimi studenti che si fanno regolarmente le canne, ragazzi impegnati nel sociale che si impasticcano, senza parlare di tutti quelli che bevono.

Alla fine ci sarebbe bisogno soprattutto, per noi adulti e loro ragazzi, di meno ipocrisia, meno paura, più coraggio. Basterebbe cominciare con le parole di Domenico Megu Chionetti che porta avanti dopo la scomparsa di don Gallo la Comunità di San Benedetto. A Genova 24 ha detto che ai ragazzi bisogna spiegare quali sono gli effetti delle diverse droghe, come si riconoscono le sostanze, quali sono i sintomi preoccupanti. Magari, oltre a dire che ti possono ammazzare, evitando di nascondere che le droghe sono anche piacevoli. Perchè se a un sedicenne racconti balle una volta, quella dopo non ti crederà più.

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