Lettere da mio nonno/2: QUANDO VENNE LA GUERRA

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LETTERE A MIO NIPOTE: CARO GIACOMO, UN GIORNO VENNE LA GUERRA

di Egidio D’Alessandro*

Caro Giacomo, prima della guerra era usanza che i ragazzi nelle vacanze estive venissero mandati in bottega a imparare alcuni mestieri, così da facilitare la ricerca di un lavoro una volta finiti gli studi. Per le famiglie era importante che i figli imparassero a contribuire alle spese domestiche. Così iniziarono i miei primi impieghi.

La prima volta fui mandato in una latteria dove, per la tenera età e la piccola stazza, arrivavo appena al bancone; lavavo le tazzine e portavo i caffè nei negozi vicini. Nell’estate del 1940 facevo le consegne per un panificio, e l’anno dopo ancora andavo al Politeama Genovese a vendere caramelle, gelati, bibite e cioccolata, durante l’intervallo e alla fine dello spettacolo. Lavorai poi in Piazza Portello nella valigeria Tinelli, che ora è stata sostituita da un moderno negozio di tecnologia; facevo le pulizie e consegnavo alcune ordinazioni. Ma nel frattempo era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale.

Vennero tempi duri per tutti. Dopo un mese cominciò a rivelarsi l’assurdità di quella guerra contro le potenze straniere. I generi alimentari mancavano sempre più, e vennero consegnate delle tessere con tot bollini che servivano per comprare 150 grammi di pane al giorno a persona. Per gli altri generi erano consentiti pochi grammi a testa, e imparammo a conoscere la fame. Intanto i dirigenti del partito fascista raccoglievano la maggior parte dei viveri e li nascondevano in cantine o magazzini.

Erano stati censurati i giornali oppositori, e i politici che non assecondavano il regime erano stati esiliati oltre confine. Per ribadire l’assurdità della guerra, ricordo che ci facevano portare a scuola un pugno di lana, tolto dai cuscini o dai materassi di casa, per poter confezionare gli abiti ai soldati. Ci fecero portare anche tutto il ferro che possedevamo, dai giocattoli agli utensili, per fonderlo e fabbricare armi. Persino i cancelli della città, originariamente in ferro, vennero presi e sostituiti con cancelli di legno. Alle donne chiesero la fede nuziale d’oro in dono alla patria (oro che fu poi trovato a Dongo nel 1945, ai gerarchi fascisti che fuggivano in Svizzera!).

Insomma, l’assurda guerra scatenata dai fascisti portò via le uniche cose di valore che ancora possedevano i cittadini italiani, nonostante la durezza della vita. Per non parlare di cinque anni in cui gli uomini che partirono furono duramente provati, e quelli che tornarono trovarono solo miseria. Le famiglie furono separate, si ritrovarono sole nella difficoltà di rimediare da vivere. I campi vennero abbandonati, le donne dovettero sostituire gli uomini in tutti i lavori, e mantenere i figli era sempre più complesso. La guerra di trincea fece così tante vittime che intere famiglie furono distrutte per sempre.

Ciò che più sconvolse la vita dei civili furono i bombardamenti sulle città, annunciati quasi tutte le notti dalle sirene. Noi, di corsa, dovevamo prendere lo stretto indispensabile e scappare a cercare rifugio nelle gallerie anti-aeree. Molta gente al termine di una notte di bombardamenti, una volta cessato l’allarme, trovava la propria abitazione in macerie. Talvolta la sera si andava direttamente a dormire in galleria! Sicuramente uno dei momenti più brutti per noi fu la domenica mattina del 9 febbraio 1941. Suonarono le sirene verso le 8’10, io mi trovavo nella chiesa di San Giorgio, stavo servendo la messa come chierichetto.

Non immaginavamo che di lì a poco una pioggia di bombe sarebbe caduta sulla città, sparate dai cannoni della flotta inglese di sorpresa. Ci fu appena il tempo di rifugiarci nella cantina del caseggiato dove abitavamo, in Via Giustiniani 3, che dopo pochi attimi una bomba colpì il caseggiato attiguo al nostro, con grande fragore, e le macerie invasero la nostra cantina arrivando quasi a seppellirci. Uscimmo fuori in strada bianchi di paura e di polvere, sembravamo dei fantasmi. Quanti morti si contarono quella volta… Una di quelle bombe calibro 381 fa ancora mostra di sé nella nostra cattedrale di San Lorenzo. Memoria dolente di quello che abbiamo vissuto, che porta la guerra sempre, in ogni tempo e in ogni luogo.

 

*Egidio D’Alessandro (Genova, 1928-2006) è stato giovane garzone nelle botteghe genovesi e in seguito per una vita intera navigatore, assistente di sala e maitre sulle prestigiose navi della fu Società Italia. Ha vissuto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, prima a Genova e poi sfollato in Abruzzo. Ha vissuto il clamoroso naufragio dell’Andrea Doria accanto al comandante Calamai. Ha vissuto infine la Genova del XX secolo nel profondo dei suoi caruggi, da piccolo monello e poi da american barman in Via San Vincenzo. Sono cresciuto ascoltando i suoi racconti di questa immensa vita trascorsa in giro per il mondo, visitandone le meraviglie, conoscendo l’America di belle speranze del Novecento, e ricevendo a bordo attori, artisti, politici e sovrani d’ogni angolo del globo. Fra i 13 e i 15 anni insistevo perché mi scrivesse di suo pugno i racconti più significativi, e da questo rapporto sempre più stretto nella trasmissione di un passato vissuto è nata la raccolta di cronache che qui intendo riproporre. Per ricordarci quanto è importante domandare ai nostri vecchi, ascoltare il loro mondo, comprendere la storia del basso. E immaginare oggi con creatività e saggezza quello che siamo, quello che vogliamo. Giacomo D’Alessandro

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