Lettera da mio nonno : “Caro Giacomo così affondò l’Andrea Doria”

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di Egidio D’Alessandro (mio nonno)

Caro Giacomo, riprendiamo i miei ricordi di vita sul mare. Questa volta devo con molta amarezza rievocare il naufragio dell’Andrea Doria, la nave regina (così chiamata per la sua bellezza) dove mi trovavo imbarcato il 25-26 luglio 1956, esattamente cinquant’anni fa. L’Andrea Doria era l’ammiraglia della flotta passeggeri, e partì da Genova il 17 luglio. Fatto scalo a Cannes, Napoli e Gibilterra, navigavamo verso New York, dove l’arrivo era previsto per le prime ore del 26 luglio. Al comando della nave era il capitano Piero Calamai, personaggio di grande autorevolezza e serietà, stimato dal suo equipaggio. Aveva 59 anni. Io lo conoscevo bene perché da due imbarchi ero incaricato all’Ordinanza del Comandante, ero cioè colui che si cura delle sue divise, del suo appartamento e del servizio a tavola in sala da pranzo.

Il viaggio fu regolare e piacevole. La sera del 25 luglio c’era ancora mondanità, si ballava sulle note di Arrivederci Roma, ma molti passeggeri si erano ritirati nelle cabine per preparare il bagaglio. Da parte mia ero, come alla vigilia di ogni arrivo, ansioso di giungere a New York, dove avrei trovato la lettera di mia madre, in quanto a quel tempo avevo 28 anni e non ero ancora sposato.

Quel tardo pomeriggio l’Andrea Doria era entrata in un fittissimo banco di nebbia. Il comandante Calamai salì sul Ponte di Comando. Gli portai il cappotto d’incerata verso le 17, e alle 19.30 gli servii una piccola cena sopra un vassoio, ma sempre sul Ponte. Dopo mi recai in sala da pranzo per il servizio ai passeggeri, terminato il quale andai in saletta Camerieri, il nostro bar e ritrovo. Lì si chiacchierava del più e del meno quando alle 23’10 avvertimmo un urto di inaudita violenza. La robusta prua rompighiaccio dello Stockholm aveva impattato l’Andrea Doria provocando una enorme falla di 20 metri di lunghezza, 12 di larghezza e 10 di profondità.

Furono colpite numerose cabine e persero la vita 46 passeggeri. L’acqua entrò con forza da ogni parte e l’allagamento mise fuori uso i generatori di corrente, rendendo impossibile il funzionamento delle pompe dell’acqua e dell’apparato motore. Scesi in coperta il tempo di un minuto e quando risalii sul ponte dell’area piscina la nave era già sbandata di 22 gradi. A causa di ciò, tutte le lance di salvataggio del lato sinistro rimasero bloccate sulle selle, così i porti-lancia disponibili erano dimezzati. Trovai una cintura salvagente nel ripostiglio del ponte, e devo dire che in quell’attimo pensavo che non ce l’avrei fatta a salvarmi, che da un momento all’altro la nave sarebbe affondata. Ma passata la prima mezz’ora, il cappellano della nave, monsignor Natta, invitò a pregare insieme passeggeri ed equipaggio che si trovavano sul ponte, poi li fece cantare.

Pian piano il panico lasciò il posto alle prime operazioni di salvataggio. Calammo in mare le lance di dritta che erano una decina, e cercammo di far raggiungere le lance ai passeggeri attraverso funi e scalette di corda, infine con una rete tirata tra la nave e le lance. Quella che seguì viene ancora oggi considerata la più grande operazione di salvataggio in mare di tutti i tempi. La nebbia si era ormai dissipata quando giunse l’Ile de France, che fu accolta con gioia e commozione. La salvezza era ormai vicina. Non ebbi il tempo né la possibilità di raggiungere la mia cabina, dove oltre al vestiario avevo effetti personali e un poco di denaro. Scesi nella lancia numero 9 e insieme ad altri membri dell’equipaggio ci mettemmo ai rami. Il sistema era nuovo, c’erano delle leve a propulsione da spingere avanti e indietro. Mi scorticai tutti palmi delle mani.

In meno di tre ore mettemmo in salvo 2.500 persone fra passeggeri ed equipaggio. Sull’Ile de France fummo subito assistiti con coperte e brodo caldo, e chi ne aveva bisogno ricevette medicine o garze. Il mattino seguente, rientrando a New York, ascoltammo alla radio che alle 10’10 del 26 luglio l’Andrea Doria si era inabissata per sempre. Provai una stretta al cuore e forse qualche lacrima scese sul mio viso. All’arrivo a New York fummo assistiti dalla Croce Rossa Nazionale e dal personale della Seamenis House. Ci permisero di telefonare a casa e una volta rassicurati i miei genitori decisi di rimanere a New York, dove viveva un cugino di mia mamma con la famiglia. Mi ospitò volentieri, e così non tornai subito a Genova con gli aerei messi a disposizione dalla Società Italia, ma attesi il rimpatrio via mare sulla Conte Biancamano.

La Croce Rossa ci fece vestire ai grandi magazzini, con una spesa di 60 dollari a persona. Incontrai il comandante Calamai alla Messa che fu celebrata nella Cattedrale di San Patrizio, e lo trovai molto provato. Era rimasto sul Ponte di Comando fin quasi all’affondamento, scendendo insieme ad undici ufficiali un’ora prima che la nave scomparisse. Quando tornò a Genova fu messo sotto inchiesta, e ritengo che l’opinione pubblica avversa gli fece un grandissimo torto ritenendolo colpevole a prescindere dai fatti. Così avvenne che gli svedesi promossero il capitano dello Stockholm alla nave ammiraglia, mentre il comandante Calamai rimase senza incarico e trascorsi 6 mesi, al compimento dei 60 anni, fu messo in pensione. Non parlò mai con nessuno di quella drammatica notte, non rilasciò mai interviste a nessun giornale. Morì a Genova nel 1972, ma sono certo che il suo cuore morì con la sua nave quel 26 luglio del ’56.

Sono passati 50 anni, ma quando chiudo gli occhi, prima di dormire, spesso ripenso a quella notte. Avemmo fortuna, ma ci furono anche atti di coraggio da non dimenticare. Per me il ricordo più bello rimane quello dell’arrivo al porto di Genova. Sulla banchina ad attenderci c’erano migliaia di persone, parenti, curiosi, giornalisti, e l’abbraccio di mia madre fu così stretto e caloroso che non lo dimenticherò mai. Passarono sei mesi, ebbi una promozione e tornai ad imbarcarmi, perché la mia vita era sul mare. Ma vennero anche i giorni felici in cui conobbi la Vera, ci sposammo, nacquero Rossella e Roberto e fu l’inizio di una vita felice che dura per sempre, anche grazie ai nipoti che sono arrivati: il mio Giacomo, la mia Ilaria, e per ultimo Luca, che saranno i portafortuna della Casa.

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