LE ULTIME CILIEGIE DEL GRANDE ALBERO

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*MANDATECI ANCHE VOI LE FOTO E LE STORIE DEGLI ALBERI DI GENOVA E DELLA LIGURIA

Forse queste sono le ultime ciliegie del grande albero. Hai alzato gli occhi e le hai viste: rosse che luccicavano. Come se la pianta le avesse fatte per voi.

Quando l’albero abbia cominciato a morire non lo sai. Non ci hai fatto neanche caso, a dire la verità. Proprio ingrato: con tutta la compagnia che ti ha fatto. Ti alzavi ogni lunedì all’alba per partire per Roma che tutti dormivano, ma lui era lì con i suoi rami che premevano contro il vetro della casa, come se volesse dirti di partire tranquillo, intanto qualcuno manteneva ferme le radici.

Era lui che ti ricordava le stagioni quando eri troppo occupato per pensarci. Era l’albero che metteva i fiori per avvertirti che era di nuovo tempo di guardare fuori. Il ciliegio che d’estate faceva ombra a te e al gatto, lui che ospitava migliaia di vite: le formiche che si arrampicavano sul tronco, i ragni che costruivano le loro tele, il pettirosso che restava in osservazione prima di scendere nel prato a cercare i semi. E il merlo che saliva fino all’ultimo ramo e cominciava a cantare.

Era il ciliegio che d’autunno abbandonava le foglie e ti ricordava che bisogna lasciar andare qualcosa di noi. D’inverno suggeriva a tutti di tenersi stretta la linfa quando il gelo rischia di farti seccare.

Che strana esistenza, l’hai pensato tante volte. Eppure è vita, in qualche modo. Chissà poi che non pensino anche loro, gli alberi. Così fermi, immobili, ma capaci più di noi di restare saldi e di toccare il cielo. E se poi andassero guardati all’incontrario, se le radici fossero quelle verso l’alto?

Qualcuno deve pur averlo piantato o forse tutto è cominciato con una ciliegia mangiata in un giorno di inizio estate, come hai fatto tu oggi. Piano piano è cresciuto e ha visto tutto: la guerra, la città a Ponente che lavorava, il rumore dei treni che passavano – migliaia e migliaia di volte – i lampi della Lanterna. Poi papi, governi, partiti politici. Il vicino di casa, Beppe, che forse dalla sua finestra lo guardava – e magari sognava le ciliegie rosse – mentre immaginava di fondare un Movimento. Ma il ciliegio andava avanti come nulla fosse: le foglie, i frutti, i rami di nuovo spogli. Forse aveva ragione lui.

E’ stato lì, l’albero, ogni giorno della nostra vita. E noi in qualche modo sapevamo che c’era. Per illuderci che il tempo a volte torna, ogni anno si secca e si rinasce. Per mostrarci che si possono trasformare i giorni in fiori.

Non ce ne siamo nemmeno accorti quando ha cominciato a seccare. Pensavamo al gelo, alla tromba d’aria, a chissà che accidenti. Ma tornerà tutto come prima, gli alberi non muoiono mai, ci accompagneranno sempre.

E invece eccolo ridotto a un solo ramo. Tutto il resto ormai è soltanto legno vuoto. Una cosa. Da qualche parte, però, c’è un po’ di linfa. Forse soltanto per quest’ultima estate è ancora un albero. Chissà che sforzo deve aver fatto per mettere su quelle foglie anche se sono poche per darti ombra. Per fare quel rumore sottile, come d’argento, nei giorni di vento.

Adesso sta lì. Tace. Ma lo stesso, oggi te ne accorgi quasi per caso, ha fatto le ciliegie. Prendi la scala più lunga, rischi di romperti l’osso del collo e metti sulla tavola quel piccolo raccolto. Riempiono appena la bacinella rotonda di vetro. Eppure sono così rosse e dolci. Il giovane albero in fondo al giardino non se le sogna nemmeno, con quei suoi frutti ancora troppo colorati – quasi falsi – e acerbi.

Chissà, pensi guardando il vecchio ciliegio, che non fosse un modo per ricordarci di prendere quello che di buono ci dà la terra e farne un frutto. O forse erano soltanto ciliegie, una goccia di sapore così forte che ti fa chiudere gli occhi. E’ tutto qui.

Poi butti il seme nel prato. Forse lo prenderà il merlo o magari chissà…

 

 

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