Una maionese impazzita: 500 candidati per una città con 42mila abitanti, uno ogni 81 persone. Per avventurarsi in via Aurelia, a Imperia, devi munirti di uno zaino per metterci i santini elettorali. Ogni venti passi un candidato ti ferma, un familiare ti avvicina, un amico ti consiglia. Alla fine ti ritrovi con più figurine che l’album Panini dei Mondiali. C’è una sorpresa: i giocatori spesso sono gli stessi delle passate elezioni, ma moltissimi hanno cambiato squadra. Anche più di una volta. Da sinistra a destra, poi da destra alla destra di Marco Scajola. O viceversa. Un calciomercato impazzito, perché all’inizio della campagna elettorale ecco piombare la candidatura di Scajola, poi la decisione di Giovanni Toti di silurare uno dei padri storici di Forza Italia e presentare un proprio candidato. E a pochi giorni dal voto il colpo di scena finale: l’accordo romano Lega-M5S che scompiglia tutto. Cambiano facce, bandiere, schieramenti. Ci sono due fili conduttori che resistono: il potere e gli affari. Leggi, il cemento.

Per riuscire a districarsi in questo voto bisogna inseguire uno scalcinato motorino F10. A bordo, impegnato in pieghe da Valentino Rossi, un attempato signore con pantaloni cachi, giacca e camicia azzurra. Si ferma a ogni bar, riparte, zigzaga, corre a un comizio, sguscia tra le auto. E via fino a un dibattito tv. Quando si toglie il casco scopri che è proprio lui: Scajola. “Dall’auto con la scorta allo scooter”, sorride. Già, una volta Imperia lo vedevano arrivare con quel volo Roma-Albenga messo apposta per lui. Con l’elicottero insieme con Nicholas Sarkozy. Altri tempi. Allora lo chiamavano “Signor Ministro”, oggi “Claudio”. Anche questo è un segno.

Si gioca tutto Scajola. Ma non è il solo: Giovanni Toti, governatore azzurro-leghista, vede la sua maggioranza sgretolarsi. Se perde, addio. E mentre guardi gli otto candidati sindaci – 3 di destra, 3 di sinistra, uno dei Cinque Stelle e un genovese arrivato a portare scompiglio – nello studio di Imperia Tv, provi a ripercorrere i loro curricula, ma ne capisci sempre meno. Prendete Luca Lanteri, forse il favorito. Corre contro Scajola, ma era scajoliano di ferro. Per dodici anni assessore all’Urbanistica – con un processo per concussione da cui uscì infine assolto – negli anni della cementificazione di Imperia. Poi eccolo fare il salto della quaglia: nel 2015 a sinistra si sente odore di vittoria e lui si candida con Raffaella Paita, delfina di Claudio Burlando. Lanteri passa sull’altra sponda, contro Toti. Gli va male, e ora – modi vagamente curiali e fare pensoso da Richelieu di provincia – lo ritrovi proprio con Toti. Vittorio Coletti, professore universitario di Lettere (quello del famoso dizionario), sorride indicando i manifesti elettorali: “Si vede soltanto Matteo Salvini. Perché è lui che fa prendere voti, mica Lanteri”. Così a Imperia, neanche fosse Roma, sono piovuti tutti i leader nazionali del fu centrodestra: Giorgia Meloni e poi Salvini. Non un bagno di folla, forse duecento persone, molti militanti deportati qui per festeggiare. Fare massa, dare impressione di forza.

Scajola segue una tattica opposta: sempre il suo nome, sempre la sua faccia.

Il centrosinistra esce da cinque anni di dignitoso governo della città, ma non ha santi cui votarsi: quando Piero Fassino è arrivato a Imperia – città di Alessandro Natta – per presentare il suo libro c’erano un’ottantina di persone. Copie vendute: pare una decina. “Hanno detto che da Roma potevano mandare Graziano Delrio, ma  qui hanno detto ‘no, grazie’. Rischiavano solo di perdere voti”, racconta l’architetto Paolo Verda che dopo una lunga militanza Pd oggi osserva la scena.

Certo, il centrodestra è nel caos: dopo che, mesi fa, i vertici della Lega e di Fratelli d’Italia parteciparono agli stati generali di Scajola, ci fu un terremoto. Seguirono epurazioni. Oggi, ricorda proprio l’ex ministro sfogliando il suo taccuino, “su ventiquattro candidati di Fratelli d’Italia ben 12 non risiedono a Imperia. E nella Lega su 32 ce ne sono 11 che arrivano da fuori”.

Ma è impazzita anche la maionese del centrosinistra: il sindaco uscente, Carlo Capacci, forse avrebbe voluto candidarsi. Si era addirittura ipotizzato un passaggio al centrodestra. Intanto la sua lista civica si è sgretolata: metà con il centrodestra, metà con Scajola.Alla fine si candiderà Guido Abbo, commercialista, dichiaratamente di centro. Preparato, pratico. Eloquio non proprio in stile Obama. Ma a Imperia non serve.

Ecco il punto, bisognerà capire se gli imperiesi vorranno ritornare al modello economico del passato: il cemento. Che, oggi, pare personificato soprattutto dal centrodestra di Toti e Lanteri. Lui assessore all’urbanistica negli anni del Partito del Cemento. A guida di uno schieramento che gli avversari chiamano “la betoniera”. Lanteri che in quegli anni fu ricordato per un volo in elicottero sulla città insieme con il suo mentore Scajola, il furbetto del quartierino Gianpiero Fiorani (avvistato recentemente in Liguria con Toti) e l’imprenditore Francesco Caltagirone Bellavista. Andavano a caccia di spazi dove investire fortune messe insieme chissà come. Da quelle imprese nacque il gigantesco porto realizzato da Caltagirone. “E’ un monumento al fallimento: 1.300 posti in gran parte invenduti, i silos sotterranei per le auto invasi dal fango. Gli scheletri di enormi costruzioni abbandonati sulla riva. E tutte le opere a terra ancora da fare. Senza contare i soldi pubblici cacciati via”, punta il dito Alessandro Casano, ex Fratelli d’Italia che oggi critica a spada tratta Meloni: “Ha messo il cappello sul passato. Su persone che conosce benissimo”. Così Casano, un medico stimato, guiderà Alternativa Indipendente che potrebbe prendere voti decisivi a destra.

 

Lanteri e Scajola furono tra i protagonisti di quegli anni: Lanteri oggi glissa. Scajola ne rivendica a petto in fuori la paternità. Dà colpa alle inchieste giudiziarie del disastro.

Eccoli i temi della campagna elettorale: il cemento in vista del nuovo piano regolatore che potrebbe portare un’altra colata nelle poche zone rimaste libere; poi il porto e le piste ciclabili per cui sono già stati stanziati 16,2 milioni. Una fortuna, in questo periodo di vacche magre.

Poi le mafie, perché da queste parti la piovra ha allungato i tentacoli. “Imperia è la sesta provincia della Calabria”, ha detto senza giri di parole l’ex presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi. Lanteri invece vede una scena completamente diversa: “Imperia come infiltrazioni sta meglio di altre città. È un fenomeno poco presente”. Chissà se questa affermazione gli farà perdere o invece guadagnare voti.

Una cosa è sicura, come dice Claudio Porchia, uno dei più attenti giornalisti del Ponente ligure: “Chi amministrerà Imperia si troverà di fronte una situazione molto difficile. Le società partecipate sono in rosso, da Area24 che gestisce le piste ciclabili a Riviera Acque”. E poi c’è la disoccupazione record, perfino per la Liguria che già non naviga in buone acque: 14,4 per cento (addirittura 40,9 quella giovanile). Ancora Porchia: “Queste elezioni si stanno svolgendo con lo sguardo rivolto all’indietro. Non al futuro. Protagonista è la vecchia classe politica, ma è naturale perché i giovani non sono scesi in campo e così il vuoto è stato colmato dai vecchi”.

Sfida incerta, incertissima. Bisognerà vedere chi arriverà al ballottaggio. Tutti danno per scontato Lanteri. Ma se dovesse vedersela con Abbo, i voti di Scajola potrebbero finire al centrosinistra più che agli ex alleati, oggi tanto odiati. E se invece a contendere la vittoria ci fosse proprio ‘u ministru’, come qualcuno lo chiama ancora, c’è da scommettere che quel che resta del Pd voterebbe per lui. Sì, il vecchio arci-rivale.

Certo, c’è il M5S che candida Maria Nella Ponte, bancaria part-time e artista. “Alle politiche erano il primo partito con il 29 per cento. Ma potrebbe succedere come nel 2013 quando per le elezioni nazionali presero il 30 e poi alle amministrative scesero sotto il dieci”, ricorda Coletti. E poi nella passata consigliatura il Movimento non ha dato grande prova di sé: due consiglieri eletti, poi uno dei due è stato allontanato dai vertici (dopo che tra l’altro aveva criticato l’atteggiamento del Movimento nei confronti delle mafie) e l’altro è finito nel mirino degli avversari per il record di assenze. Per non dire delle altre esperienze regionali: il Movimento – all’epoca primo partito, ma ostile a ogni alleanza – che qui aveva un’identità più di sinistra, ha fatto da tappo al Pd spalancando le porte alla vittoria del centrodestra in Liguria, a Savona, Genova e La Spezia.

E allora eccoci al bar Tabarca, in uno stradone di Imperia. Al piano superiore di questo anonimo palazzo squadrato c’è da sempre l’ufficio di Scajola. Anonimo il giusto per passare inosservato. Tipico stile Democrazia Cristiana. Qui, anche negli anni di gloria, Scajola riceveva i cittadini. Venivano tutti, anche se oggi qualcuno vorrebbe dimenticare. Lui, il divo Claudio, riceve dietro una scrivania con alle spalle il Tricolore. Come un ministro. Ai muri fotografie con Papa Benedetto, ministri francesi e tedeschi in visita a Imperia, oppure l’allora numero uno della Polizia, Gianni De Gennaro.

Scajola cerca di evitare le polemiche, perché ha bisogno del voto di tutti, ma si toglie qualche sassolino. E alcune pietre: “Mi ha fatto male, tanto male, la scelta di mio nipote, assessore con Toti. Si è schierato con il Governatore contro di me”. Già, Marco Scajola, nato con lo zio cui somiglia perfino nei lineamenti, ma con una rinfrescata in stile Toti: il ciuffo cotonato, un sorriso a trentadue denti; mica come quello dello zio che in un attimo si trasformava in ghigno. Altra pasta, molto più morbida.

E non ci vuole molto per strappare a Scajola una frecciata per il sistema Toti: “Quando ero ministro mica facevo come lui: i finanziamenti non li davo soltanto a quelli che stavano dalla mia parte, ma alla Liguria. Oggi il consenso se lo conquistano così, mi sembra vergognoso: se un comune e un sindaco stanno dalla loro parte… bé, sanno che saranno premiati”. Chissà. Certo, nelle ultime settimane Toti è più a Imperia che a Genova. Addirittura ha organizzato trasferte di tutta la Giunta in città. Riunioni e consegna di 24 case popolari con il presidente dell’Agenzia che dovrebbe finire a fare il vice-sindaco con Lanteri.

Ma la partita è durissima e non si gioca soltanto a Imperia. Nei vicini comuni di Vallecrosia, Bordighera e Alassio lo schema si ripete. Scajola ha candidato i suoi fedelissimi. Uno, in particolare, fa discutere: quel Marco Melgrati, architetto e sindaco amico del cemento. Amico, per sua stessa ammissione, anche di Andrea Nucera, potentissimo costruttore vicino alla politica che oggi è latitante a Dubai. Quel Melgrati che collezionò 29 avvisi di garanzia (“Ma ne sono uscito sempre assolto”, precisa lui) e negli anni di Silvio Berlusconi si presentò in Tribunale con la bandana. Anche qui, ad Alassio, la partita è il mattone. Si troverà di fronte, tra gli altri, la lista civica Alassio Volta Pagina che si ispira al centrosinistra. E chissà che proprio la lotta fratricida a destra non possa favorirli.

È lo scontro finale: chi perde, tra Scajola e Toti, rischia di essere finito.

Ma la vera sorpresa arriva camminando per la vecchia Imperia, due città in una – Oneglia e Porto Maurizio – unite dal fascismo sotto quel nome pomposo derivato anche dal fiume Impero. Salendo nei vicoli di Porto Maurizio che portano al gioiello del Parasio. Oppure affacciandoti sul porto di Oneglia, accanto ai palazzi – come quello della Pasta Agnesi – che portano ancora le insegne di grandi fabbriche che furono. Qui c’è la luce del Sud, la vedi sulle case ocra del lungomare. E pure il cielo ha un colore chiaro, tanto diverso dalla ‘nordica’ Genova.

Scajola, ti senti dire anche da chi lo ha avversato negli anni del potere, non è più “il male assoluto”. Non più “il ducetto”. Anzi, “se proprio dobbiamo votare uno scajoliano, meglio l’originale che pallide imitazioni che hanno cambiato dieci schieramenti”. E il progetto disastroso del porto di cui fu il padrino? E quel suo potere che per decenni è stato strabordante? Dimenticati. Nessuno fa cenno al processo in corso a Reggio Calabria dove Scajola è imputato con l’accusa di aver aiutato Amedeo Matacena – condannato in via definitiva per concorso esterno nella ’ndrangheta e latitante nei paesi arabi – nel tentativo di trasferimento da Dubai a Beirut (poi non avvenuto). Per questo i pm hanno contestato a Scajola l’aggravante mafiosa. “Magari lo assolveranno”, taglia corto qualcuno.

Imperia sembra vittima della sindrome di Stoccolma. Archiviare Scajola vorrebbe dire tagliare decenni della propria vita. O forse è soltanto l’istintiva simpatia che ci prende verso chi ha perso: l’ex ministro che a settant’anni scorrazza a bordo di uno scooter a caccia di voti.

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