La democrazia della piscina

0
702

La legge forse no, ma la piscina (pubblica) è uguale per tutti.

Un’immersione di democrazia, di uguaglianza. Si arriva tutti insieme la mattina alle otto, o magari la sera alle dieci, quando il lavoro o la famiglia ti lasciano uno spiraglio. Si arriva quasi come dei cospiratori. Il medico con il fonendo e lo sfigomanometro nella borsa di pelle, la professoressa con il costume e i compiti in classe nello zaino, l’avvocato in giacca e cravatta, il vigile urbano che poi, in divisa, ti farà la multa all’incrocio, il cronista con il taccuino degli appunti nella giacca. E dopo due minuti… eccoci tutti nudi… vabbé, con il costume. Senza divise, giacche, toghe, camici. Tutti uguali.

E ci si infila nella vasca. Sembrano tutti più belli nell’acqua, ci si muove con più grazia, pare. Le pance sembrano sparire, la pesantezza del corpo è dimenticata a bordo vasca.

Certo, c’è chi sfoggia un costume in stile hawaiiano e chi, incurante della pancia, indossa quello della squadra olimpica. C’è chi galleggia, chi annaspa e combatte un po’ con la gravità. E c’è chi sull’acqua sembra scivolarci sopra come se quasi non la toccasse.

Poi ci sono tutti quelli accessori dall’aspetto vagamente sadomaso per faticare di più (o di meno): le palette per le mani, la tavoletta, il galleggiante da mettere tra le gambe, poi boccagli, pinne e compagnia bella.

Il comunismo non c’è riuscito, ma la piscina sì: ha abolito la proprietà. La corsia non “tua”, non è “mia”. Arrivi e ti metti a nuotare. Ci si adatta, ci si fa posto. L’acqua è di tutti allo stesso modo.

Ognuno sotto la superficie cerca qualcosa di diverso. C’è la mamma che all’improvviso si trasforma in campionessa e combatte con il cronometro. C’è chi si infila gli auricolari e ascolta la radio o perfino gli audiolibri (avete mai ascoltato i racconti di Raymond Carver tra una vasca a rana e una a stile?).

Ma soprattutto si pensa. E’ impossibile sfuggire. Vasca dopo vasca i pensieri scendono sul fondo azzurro. Quelli superflui si sciolgono nell’acqua e ti restano soltanto quelli essenziali. Che magari lassù, sopra la superficie, riesci a nascondere perfino a te stesso.

Quanti pensieri si potrebbero trovare sul fondo di una piscina, lungo le strisce scure del pavimento: capi ufficio rompiballe, moglie e mariti, amanti, ma ancora oltre… dolore, felicità, perfino, chissà, il senso della vita. Chissà se gli occhialetti ti aiutano a vederlo meglio. Almeno qui è tutto azzurro.

Si nuota, ci si incrocia. E scontra. Ti arriva un calcio nello stomaco da una bella ragazza che si allena a dorso, una testata da un distinto avvocato, un’inaspettata e involontaria carezza da una signora che ti pare di aver visto una volta in centro.

Senza orpelli, senza titoli, senza vestiti. In questo mondo di bolle e di silenzio. E magari non ti accorgi che proprio accanto a te c’è un amico, il professore che ti terrorizzava all’università, la ragazza di cui eri innamorato al liceo. Si nuota uno accanto all’altro, ci si incrocia, senza accorgersene. Somiglia tanto alla vita questo andare avanti e indietro senza una meta. Questo cercare di restare a galla almeno con un po’ di stile.

Rispondi