INCONTRI RAVVICINATI DI NOTTE SUL BUS 1 – quanto è facile giudicare

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Qualche sera fa ho preso l’autobus che da Caricamento percorre tutta la città fino a Voltri. E’ una linea decisamente multiculturale, dove si incrociano famiglie, lavoratori, ragazzi di ogni provenienza e si capisce qualcosa di come sta cambiando la nostra città. Sedute davanti a me ci sono la mia fidanzata e una sua amica, che ci chiede di raccontare del nostro recente viaggio on the road in latinoamerica. Per qualche motivo attacchiamo con un racconto sull’Ecuador.

E qui, prevedibile, entra in scena il signore che mi siede accanto, di fattezze sudamericane. Conoscendo un poco le statistiche delle comunità immigrate a Genova, la probabilità che fosse proprio dell’Ecuador era molto alta. All’inizio è sulla difensiva, ci chiede se stiamo parlando male di posti che non conosciamo, perché lui, che ci ha vissuto, invece li conosce. Quando capisce che stiamo decantando le bellezze di un paese che abbiamo visitato in lungo e in largo, ospiti delle famiglie locali e dei progetti sociali, si illumina. Ci troviamo a ridere di gusto discutendo sul cibo più buono che abbiamo assaggiato (bolones o chicharron?) o sulla regione più bella che abbiamo visitato (Manabì o Amazzonia?).

E’ in Italia da 18 anni, ci spiega, da poco prima che la crisi della moneta riducesse sul lastrico il popolo ecuadoriano. A lui la mazzata è arrivata che era già in Italia, e si è ritrovato povero. Doveva proseguire per la Spagna, ma ha trovato lavoro stabile qui. Ci mostra le mani devastate da decenni di fatica quotidiana nell’edilizia. In Ecuador, dice, ci torna solo ogni tanto a trovare la madre anziana.

Non è molto lucido, a tratti si perde in rigiri incomprensibili. Il respiro alcolico mi arriva distintamente. E’ uno dei tanti, penso con tristezza. Che affogano fatica, dopo-lavoro e forse solitudine nella dose alcolica quotidiana. Uno dei tanti che non fanno onore alla sua gente, e non aiutano certo a sgonfiare il clima di intolleranza che spesso si alimenta proprio di percezioni, istinti e immagini semplici, quotidiane…

Per continuare la conversazione gli dico che a noi, dell’Ecuador, è piaciuta tanto la parte amazzonica. Gli chiedo se lui c’è mai stato, nella parte amazzonica. Farfuglia. Non capisco cosa sta dicendo. Il delirio alcolico prende il sopravvento, penso dentro di me. E poi comincio ad afferrare delle parole, uno scorcio in quello che dice. Dell’Amazzonia non vorrebbe parlare, perché a lui ricorda la guerra. La guerra col Perù, in cui è stato buttato con altri centinaia, migliaia della sua generazione. L’Oriente (come gli ecuadoriani chiamano la parte della selva) è il tasto dolente del suo passato. E’ la perdizione, la paura, il dolore, la disciplina militare, il senso di patria, la surrealtà scioccante del conflitto. Non mi chiedere di parlarne, mi dice con gli occhi lucidi, ingarbugliato nella sua poca lucidità.

E penso a quante vite di cui non possiamo sapere proprio nulla. A quante vite giudichiamo da uno sguardo per la strada, senza sapere cosa possono avere alle spalle. E mi vergogno della mia, della nostra piccolezza.

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