IL SEGRETO DI DON GALLO

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Il giornalista è come Zelig. Frequenta mille ambienti, ma non appartiene a nessuno. Almeno non dovrebbe. Incontra criminali, ma si spera non sia uno di loro. Parla con cantanti, ma è stonato. Imprenditori milionari, ma guadagna un millesimo di loro. Capita a cena con politici e capi di Governo, ma non amministra nemmeno un condominio. Si ritrova per qualche istante con attrici alte fino al cielo, ma non si riflette nei loro occhi.

In fondo per questo soprattutto si diventa giornalisti. Per conoscere le persone. Uomini famosi o sconosciuti che siano, e presto si capisce che la notorietà non corrisponde a un valore.
Però qualcuno si distingue. Ti lascia un segno. Ci pensi proprio in questi giorni che ricordiamo don Gallo. Potrebbe essere ancora tra noi, avrebbe novant’anni. Sì, sarebbe bello. Ma forse anni e mesi in più non avrebbero aggiunto nulla alla pienezza dei giorni con cui aveva già vissuto. C’era tutto in ogni gesto e parola di quest’uomo. Chissà se esiste una variante positiva dell’invidia… non c’è nemmeno la parola. Non è l’ammirazione.  Intendo il desiderio di possedere anche noi il dono di un altro uomo, senza toglierlo a lui. Ecco, vorremmo essere come don Gallo.
La fama non corrisponde a un valore. Talvolta, però, sì.
Ma in che cosa – si chiede il cronista dopo migliaia e migliaia di incontri – si distinguono certi uomini, quelli che hanno una notorietà, un credito, ma se li sono conquistati?
Ti torna in mente don Andrea. Ma anche, per restare a Genova, Renzo Piano. Qualcosa accomuna questi due uomini dai destini tanto diversi.
Ci pensi e ci ripensi. E alla fine forse trovi una risposta: la memoria.
Ricordi le parole scambiate con il sacerdote e l’architetto. E ritrovi in entrambi quella capacità di ricordare le persone. Di farle sentire riconosciute.
La memoria come forma di interesse per il mondo. Di attenzione nonostante i mille impegni. Di meraviglia, anche.
La memoria che rivela anche umiltà e gratitudine.
Entrambi hanno usato questo talento, ognuno a suo modo. Il sacerdote Andrea che ricordava il volto si tutti noi. I nomi. Perfino nei momenti prima di morire, quando non aveva più la forza di parlare, ma a ognuno stringeva la mano (per aggrapparsi un poco a noi o per accompagnarci oltre). Ricordava tutto di noi, Andrea, non per condannarci, ma per perdonare. Anche a questo serve la memoria.
Così Piano, l’architetto dei grattacieli, ricorda di quella volta che gli hai chiesto dei castelli di sabbia. Il ricordo nella sua testa, però, non è ripetitività, ma proprio il contrario, seme di originalità e fantasia.

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