Scusatemi, scusatemi davvero tanto” dice la voce della capotreno nell’altoparlante. E subito dopo la voce si spezza, si incrina. Eccolo: il magone. Se la si potesse vedere quella voce, probabilmente ci accorgeremmo degli occhi lucidi, con le prime lacrime che affiorano. E poi ancora la voce afflitta: “Scusatemi a nome delle ferrovie e anche a titolo personale”.

Sono quasi le sette di sera di domenica scorsa alla stazione di Savona ma ormai il tempo è diventato un concetto relativo. Il Thello diretto a Milano, il gioiellino delle Ferrovie dello Stato, ha accumulato 135 minuti di ritardo. Ne accumulerà degli altri perchè non riuscirà a partire neppure dopo aver sostituito il locomotore poiché il treno che lo precede si è rotto a sua volta in qualche stazione più avanti sul percorso.

Ma quello che si ritrovano a vivere i passeggeri inferociti è quasi una seduta di auto analisi.

Lo sbando di Trenitalia si trasforma in un crollo nervoso per la capotreno che probabilmente ha dovuto subire già una valanga di proteste e lamentele che al confronto un arbitro che ha appena dato un rigore decisivo al 90esimo contro la squadra di casa si sentirebbe come coccolato dai cori dei tifosi.

Ma quell’altoparlante che invece del solito, freddo e distaccato annuncio ci trasmette per una volta dei sentimenti, aiuta la speranza.

Nonostante un’azienda che oltre a manager strapagati per risultati disastrosi, nonostante progetti mastodontici di alta velocità affidati a chi non riesce manco più a far viaggiare in orario i trenini della Lima,la speranza emerge dall’umanità di una capotreno che non sta a raccontarci quanto sarà radioso l’avvenire di Trenitalia ma che solo prova vergogna e pudore per un servizio che, non per colpa sua, è, lui sì, senza vergogna e privo di pudore.

Rispondi