GESU’ E’ RIMASTO SOLO IN CHIESA

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Una sera vuoi entrare nella tua chiesa. Quasi all’improvviso, anche se non sai esattamente che cosa ti richiami.

Magari non hai più la speranza di trovarci dentro un dio. Ma ti basta quel silenzio, la luce che preme sulle vetrate, ma resta fuori. Hai bisogno di guardare i quadri, le frasi incise sui marmi cui da bambino hai appeso ricordi, pensieri. Parole ripetute tante volte finché perdevano un senso e nasceva una vertigine.  Vorresti cercare il centurione con gli occhi spalancati davanti a Gesù che usciva dalla tomba, la statua con la veste del santo che pare mossa dal vento anche se è di pietra. Li guardavi sempre a dieci anni durante il catechismo. Leggevi sull’altare quella frase latina che non capivi: introibo ad altare dei.

Hai bisogno di respirare quel profumo di aria immobile, di incenso e pietra fredda. Somiglia alla nostalgia. Di te, non di Dio forse.

Forse era già così già allora: non cercavi proprio Dio, ma gli uomini, le donne, perché se tanti altri credevano, allora forse era possibile. E ci pensava sempre qualcuno a tenere accesa la speranza, proprio come quei ceri che sembrava bruciassero sempre. Stare insieme, trovare sempre il posto sulla panca, forse il senso era tutto lì.

Così anche adesso una sera torni, con il disagio del figlio che si è perso, che ha voltato le spalle. Perché un giorno t’accorgi che nella parabola tu non sei il figlio buono che è rimasto, ma quello che è andato via. Torni magari sperando di suscitare una reazione con le tue parole piene di rabbia. “Dio ti prego perché tu esista, non perché tu esisti”, come diceva Giorgio Caproni.

Ma appoggi la mano sulla porta, spingi. Niente. E’ chiusa. Se ne sono andati anche i preti. Non puoi nemmeno fargliene una colpa: non ci sono (l’anno scorso in seminario a Genova non è entrato nessuno). Quei pochi che sono rimasti si affannano tra una chiesa e l’altra, stanchi, trafelati. Sono costretti a celebrare messe a raffica. Ripetendo gesti e parole davanti a un’assemblea sempre più sparuta e rassegnata.

Allora pensi al significato di quella parola: parrocchia, parà oikia, vicino alla casa. La chiesa accanto alla tua casa, ai tuoi affanni di ogni giorno, alle speranze. Quando bastava aprire la porta per trovare altri che credevano. Per parlare con un sacerdote che sapeva chi eri, conosceva le tue cadute e sembrava aspettarti.

Non c’è più nessuno. Ti hanno lasciato solo. Ti hanno tradito. Ma poi… poi pensi alla solitudine dei preti. Ancora oltre… pensi alla tua chiesa deserta ogni giorno, ogni notte.

Pietra. Silenzio. E pensi che vorresti entrare. No, non più per chiedere, pretendere una risposta dal Cristo sull’altare. Ma per stargli tu un po’ vicino.

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