GENOVA VERSIONE MEDIASET

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Il primo impatto con l’estetica brianzola Genova lo conobbe qualche giorno prima di un tragico G8, quando l’allora neo premier Silvio Berlusconi scese tra noi per ispezionare il set dell’evento, concentrandosi sugli addobbi urbani e prendendosela con l’uso locale (siamo o non siamo la città più meridionale del Settentrione?) di stendere le lenzuola alle finestre. Poi ci scappò il morto, i black block devastarono strade e piazze, fu consumata l’orrida mattanza alla Diaz e a Bolzaneto.

A posteriori un buontempone motteggiò che il Cavaliere prestava più attenzione alle fioriere che alle frontiere (che si rivelarono un colabrodo, lasciando passare un ricco campionario di saccheggiatori e casi umani provenienti da ogni suburra e corte dei miracoli d’Europa).

Temi privi d’interesse per quello che Indro Montanelli aveva definito “il primo piazzista d’Italia”.

Ora che il berlusconismo esala l’ultimo respiro, la nostra terra si è ridotta ancora una volta a essere il gabinetto di sperimentazione per pratiche ispirate all’idea di apprezzabilità che aleggiava a Cologno Monzese, nei set di intrattenimento televisivo tipo Drive In. Non a caso i principali promoter di questi esperimenti sono due giornalisti (Giovanni Toti e Ilaria Cavo) cresciuti nella factory Mediaset, dove il primo criterio per fare carriera era l’omaggio vassallatico al tycoon e ai suoi valori. Alla sua (singolare) idea del bello esibito. Un po’ come quei suoi doppiopetti stile “cumenda”, dai revers ascellari “sogno da ragioniere”.

Sicché questi reperti di un’epoca al lumicino (ormai avanza il look alla Salvini della felpa trucida), impongono una mutazione genetica nelle categorie del bello con cui addobbare le nostre vite. Se con il predecessore Claudio Burlando l’ideale perseguito era quello della bocciofila per pensionati, target elettorale primario del funzionario piccista, e l’idea di specializzazione competitiva del territorio, dopo la crisi dell’industria, individuava l’asset nel “blue fish” (il pesce azzurro, per grigliate tra compagni), oggi prevale il paradigma del “comunicatore”. Una dizione che va tradotta come capacità imbonitoria da venditore di sciroppi miracolosi nelle fiere paesane, ma rivestita di un americanismo da strapaese. Per questo salta fuori l’idea di stravolgere i nostri borghi e i loro impareggiabili paesaggi con grottesche passiere (i red carpet da sfigati, che dovrebbero illudere di trovarsi a Hollywood), per cui si riempie il cielo sopra la città di Euroflora (che poi si rivelerà una strombazzata nozze coi fichi secchi) di improbabili ombrellini color pastello da villaggio vacanze. Per non parlare dello scivolo che non scivola (mentre il sindaco Bucci arrancava sui gomiti) che sabato scorso ha sequestrato l’intera via XX settembre in un clima da corsa nei sacchi. Probabilmente una prova generale per come far scendere la gente dal colle irraggiungibile di Erzelli.

Insomma, una maldestra scimmiottature del modello Gardaland, a sua volta clone minore del paradigma Disneyworl, l’apoteosi del cartongesso fittizio. Ma queste sono le categorie che frullano nella testa dei nostri amministratori paracadutati dalla Brianza, che sottovoce ti confessano l’aspirazione di rilanciare Genova ispirandosi al cafonal “Flavio Briatore Style”: l’immenso Billionaire per riccastri carichi di soldi, dai petroldollari sauditi ai rubli di dubbia origine degli oligarchi russi.

Un delirio da sordità petulante e incompetenza proterva, destinato a produrre danni inenarrabili: Genova è una vecchia signora decaduta, il cui fascino sta tutto nelle tracce di quell’antica signorilità che ancora conserva nelle sue pieghe. Cui si dovrebbe far ricorso se è lo specifico locale che si vuole “vendere” (per dirla con l’orrido linguaggio dei marchettari). Ma ai nostri amministratori il recupero del genius loci appare troppo complicato, per non dire inutile. A loro interessa soltanto blandire il blocco storico di sostegno elettorale che stanno cementando: dalla neo-borghesia cafona ai rigurgiti fascio-leghisti. Magari gli arricchiti dei quartieri residenziali, che vedono una minaccia per le loro proprietà non solo in chi pretenderebbe che pagassero le tasse ma anche nei presunti “ceti pericolosi” dei non abbienti; considerati una torma di scippatori e scassinatori. Una fascia di votanti a cui volge con particolare attenzione il suo sguardo acquoso, da branzino al sale, l’assessore Garassino. Quello che minaccia di prendere a calci i poveracci che fanno la questua e di multare chi rovista nei cassonetti per ragioni di sopravvivenza.

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