GENOVA-ECUADOR

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“Mario, ti porto a una festa”. Inchiodi l’auto in via Salvator Rosa, richiamato da una musica che esce dal parco della vecchia villa. Sembra un miraggio che qualcuno a Sampierdarena possa festeggiare in questa domenica rovente d’estate. Intorno persiane chiuse e un cielo bianco così basso che pesa sui tetti delle case. La città pare svuotata da un’esplosione atomica; i pochi sopravvissuti tappati nelle case cercano di far passare il tempo guardando l’orologio dell’Ikea appeso alla parete.
Invece qui c’è qualcuno che ha la forza di festeggiare. E finito il viale di querce ti ritrovi in Ecuador. Cerchi, ma non trovi nemmeno un italiano. Se ne accorge anche Mario, prova a capire che cosa non gli torni, come se un poco gli mancasse la terra sotto le scarpe blu da ginnastica.
Ma tu sei eccitato, niente di meglio per le vostre piccole esplorazioni urbane. Per spiegare a tuo figlio l’importanza dell’accoglienza, dell’essere aperti, multietnici e tutte quelle cose lì. Ammettilo, sei un po’ compiaciuto. Ma fa troppo caldo anche per sentirsi buono.
Sono belle la varietà e la diversità, predichi avvicinando la signora strizzata nei vestiti a fiori rossi che ti porge i suoi spiedini.
Davvero basta poco per cambiare mondo. Bastano un sapore, una spezia. O magari il sottofondo di una lingua nuova, un nome diverso per le cose: luz, cuciarillo, tenedor, felicidad.
“Sai, a Genova ci sono ventimila ecuadoriani, la più grande comunità del mondo”, spieghi con tono didascalico. Tuo figlio, a dire il vero, sembra più attratto dai palloncini colorati, ma tu non ci fai caso.
Camminate, guardate, tu e Mario, appena un po’ più vicini del solito. Sembra un altro il parco dove ieri vedevi signori scalcinati in bermuda con il pastore tedesco o anziani liquefatti sotto il sole. Oggi sulla panchina ci sono due ragazzi che si baciano ripetendosi promesse incomprensibili. Vedi uomini con magliette sgargianti, donne che battono il tempo con i sandali.
Se non sapessi dove sei, diresti di trovarti all’Equatore. Perfino l’antica villa pare la dimora di un nobile sudamericano. I condomini intorno potrebbero essere la periferia di Quito. In fondo, pensi, i luoghi sono fatti più di persone che di cose e palazzi. O forse è proprio il contrario: non esiste una città. Cambia in ogni istante. Come uno specchio che riflette contemporaneamente tante immagini, dipende da dove guardi. Non è soltanto tua, nemmeno Genova. È di tutti o di nessuno. Anche se un poco ti fa soffrire.
Osservi la bancarella che espone braccialetti di pelle, mantelli rossi e gialli, cappelli di paglia. Vicino alla pista da ballo, dove due ballerini roteano sulle scarpe di vernice, sventola una bandiera gialla, blu e rossa.
Non sapresti dire chi di voi due stia tenendo la mano dell’altro. Ammettilo, sei spaesato.
Dentro ti senti crescere pensieri angusti che non vorresti ammettere. Basta con questi spiedini bruciacchiati; basta, pietà, con questa musica sempre uguale, sempre allegra. Zum, zum, zum, eccheppalle.
Vabbè, tra un’ora sarai di nuovo dietro i muri spessi della tua casa; non ti sentirai più straniero a casa tua. Potrai guardare il mare ed essere di nuovo illuminato e accogliente.
Forse è per via del caldo, sì, non è colpa tua: dev’essere l’afa che stronca ogni slancio, deforma i pensieri.
Già la festa declina, anche il trucco della ragazza con gli occhi di brace comincia a colare sulle guance. I ballerini non riescono più a stare a tempo, si aggrappano uno all’altro arresi.
Allora ci pensi. Chissà come la vedono loro questa città. Forse, quando le comitive cominciano a sciogliersi, si ritrovano di nuovo soli e stranieri. O chissà magari la sentono davvero un po’ anche loro, Genova. Ci si accontenta di poco: una mezz’ora di musica, due calci al pallone nel parco spelacchiato e l’illusione di poter parlare con la lingua che ti senti dentro.
È un istante, l’hai provato anche tu nei lunghi anni di Roma. Giusto il tempo di pensare che non si può vivere cercando dalla finestra ogni mattina un punto invisibile dietro le case.
Proprio un istante. Appena finita la malinconia, prima che cominci il tradimento.

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