A GENOVA C’E’ STATO EINSTEIN (il cacciatore di lapidi)

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“In questo palazzo è stato ospite Albert Einstein”. Guardi la targa sul palazzo dietro la chiesa delle Vigne e spalanchi gli occhi. Sì, proprio qui è stato Einstein, l’uomo della teoria della relatività. E quel palazzo, già bellissimo, ti pare straordinario. Perché sono le persone, pensi, che fanno uniche le case, non il contrario. La vita più della pietra.

Osservi le finestre illuminate e te lo vedi piegato su una scrivania a tracciare linee, tentare formule per mettere l’universo – quello che noi guardiamo “inutilmente” ogni sera – su un foglio di carta. Immagini idee, sogni.  Chissà se è andata davvero così. Oppure se Albert ha speso quei giorni camminando nei vicoli, tra voci, suoni, odori di spezie e presagi del mare verso Caricamento. O magari, più prosaicamente, in quelle stanze giocava a briscola oppure è stato preso da una fastidiosissima influenza intestinale.

Ma in fondo c’è anche quello dietro le grandi scoperte, dietro le ricerche: la vita. Respiri l’aria tra via Canneto il Lungo e piazza delle Erbe e ti si mette in moto una sinapsi. Il pane mangiato in una sciamadda diventa energia che accende il cervello.

Forse Einstein deve qualcosa anche a Genova, a questo Centro che è ancora Centro, luogo dove le diverse anime della città si incontrano, stanno una accanto all’altra e si toccano lungo lo spigolo di un palazzo: di qua le dimore dei potenti, di là la vita affollata della gente del porto, dei marinai. Vivere uno accanto all’altro, insieme: era uno dei segreti delle città italiane (a Londra, New York, Parigi non è così). Prima che a Roma il centro storico fosse espropriato da chi può pagare di più. Prima che il cuore di Milano si trasformasse in una cittadella da 20mila euro al metro. Genova, grazie al cielo, non è ancora così. Teniamocela stretta.

Ma torniamo ad Albert. Forse è per via di quella scritta, ma dopo averla vista cominci a farci caso… alle targhe sui palazzi. Non quelle patriottiche che hanno toni oggi un tantino demodè. Tipo: “Lo spirto invitto e l’italico furore” e roba del genere.

Così ti accorgi di quanto grande sia (stata?) Genova, di quanti destini si siano incrociati qui. Quante persone – prima dei moderni immigrati – vi abbiano trovato rifugio. Lo sapevate voi che a Nervi ha vissuto lo scrittore Yiddish Shalom Rabinovitz (Sholem Alejchem)? Io no, l’ho scoperto annaspando mentre correvo sulla passeggiata a mare di Nervi. E’ stato qui, magari dove metto i piedi stamattina ci è passato lui. Guardando lo stesso scoglio che oggi osservo io ha trovato la parola giusta per i suoi scintillanti racconti. Sholem maestro di quella sapienza tutta ebraica di trasformare il dolore e l’esilio in paradosso, ironia, perfino riso.

Chissà, viene da pensare, che un giorno anche il ragazzo che vende elefantini di legno sulla passeggiata non si riveli un grande scrittore. Come Sholem. Metteremo una lapide dove oggi poggia il suo tappeto per esporre la merce.

Einstein, Alejchem. E poi Marina Cvetaeva di cui rimane quella minima lapide, piccola, a tre metri d’altezza, vicino a una fermata dell’autobus di Capolungo. La leggi e ti viene la curiosità di vedere chi fosse la donna dietro quel nome impresso sul marmo. Marina che ha lasciato la sua Russia scossa dalle Rivoluzioni, che ha vagato per mezza Europa spinta da guerre e amore. Che infine è tornata in patria per finire la sua vita in miseria fino a impiccarsi.

Marina, provi a pronunciare il nome a voce alta e pensi che proprio in quel punto, davanti a quella casa, una volta rispondeva una persona. Forse Marina ha scritto proprio lì quel suo verso: “Con leggerezza mi hai amato, con leggerezza dimenticami”. Lei che non è riuscita a ritrovare la leggerezza, a dimenticare l’amore (per il marito sparito e fucilato), e ha chiuso i suoi giorni appesa a una fune.

A questo forse servono le lapidi? Forse a cercare per le nostre strade gli sguardi e le parole di Albert, Shalom, Marina.

Ma ormai ti ha preso il gioco: guardi le vie, gli scogli, i palazzi, la luce in cima a Stradone Sant’Agostino e ti viene in mente quanti pensieri devono esserci appesi. Forse il tuo amico Andrea, il professore di filosofia, nelle sue inquiete peregrinazioni per i vicoli ha lasciato una traccia proprio qui sul gradino di Palazzo Ducale. E Giulia, la compagna di università, una volta si è fermata davanti alla vecchia insegna che attrae adesso la tua attenzione. Non ti fermi più: ovunque vedi segni, una ragnatela invisibile che lega tutti noi.

Chissà che le lapidi non servano a questo: a ricordare i nomi scritti sul marmo – Albert, Shalom e Marina – ma anche tutti quelli che sono passati qui e rischiano di essere dimenticati. Perfino noi, un giorno.

 

 

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