Genova, antifascismo e pulizia delle strade

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Una delle discussioni ancora in piedi dopo la vittoria del centrodestra a Genova e in Liguria, è se in campagna elettorale sia stato fatto un uso strumentale e alla fine inefficace dell’antifascismo. Inefficace è evidente: basta guardare i risultati e la quantità di astensioni.

Strumentale è discutibile. La demonizzazione dell’avversario è quasi sempre un errore tattico e allontana il dibattito da analisi e riflessioni serie: si finisce per cantare “bella ciao”, mentre gli altri zompettano al grido “chi non salta comunista è…” e tutto finisce in vacca.

L’antifascismo, però, è qualcosa di più serio: è un sistema valori che ha ispirato i principi fondamentali della nostra Costituzione.

Non è roba vecchia, come dicono molti genovesi che hanno votato a destra, per giustificare l’imbarazzo di trovarsi al fianco di personaggi come il nostalgico presidente del municipio Levante, Francesco Carleo, omofobi come Matteo Rosso o Francesco Bruzzone, xenofobi viscerali sparsi qua e là. Personaggi che possono sembrare “macchiette”, ma che quando hanno in mano un pochino di potere condizionano chi il potere lo ha davvero e diventano pericolosi. Per tenerli in maggioranza si creano sportelli antigender, si ispirano ordinanze razziste (vedi sindaci di Alassio e Carcare) o semplicemente si chiude un occhio se  diffondono dai loro pulpiti istituzionali notizie false e stereotipi odiosi, sentendosi poi legittimati a demonizzare – loro sì – chi si permette di contraddirli (vedi quello che è successo al collega Ferruccio Sansa).

Il problema è proprio questo: a quali politiche degradanti bisogna arrivare per ottenere il consenso di tutta quella parte politica e purtroppo della società che detesta l’antifascismo? L’esempio più immediato che mi viene in mente è la legge sullo ius soli, che ora rischia l’ennesimo rinvio: si nega ai ragazzini un diritto che aprirebbe la strada a una serie di doveri utilissimi per il futuro della nostra società in pieno deficit demografico. Il fascista contemporaneo parla di “sostituzione etnica”, ci dice insomma che ha orrore del “negretto” che parla con l’accento genovese, della compagna di scuola con gli occhi a mandorla di sua figlia, delle persone di origini lontane che gareggiano con la maglia azzurra. In nome di cosa? Siamo tornati alla “pulizia della razza”?

Si dirà: ma chissenefrega dell’antifascismo, qui parliamo di Genova, non dello ius soli; quelli che si intestano l’antifascismo hanno portato la città a condizioni inaccettabili, bisogna affrontare problemi politici locali e concreti, usciamo dalle battaglie ideologiche.

La risposta mi pare abbastanza semplice e vicina: guardiamo la Francia, ma anche la Germania, la Gran Bretagna e altri Paesi più maturi, in cui lepenisti, sovranisti, neonazi e tutto ciò che sgorga dalle acque nere viene tendenzialmente isolato dalle altre forze politiche. L’antifascismo, insomma, dovrebbe essere la condizione per sedersi al tavolo della discussione anziché la risposta a chi sostiene che la città è sporca.

Il problema è che per spiegarlo, ancorché in modo approssimativo, ho dovuto impiegare oltre 3mila caratteri, sempre che qualcuno sia arrivato fino in fondo.

 

 

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